COVID FRANCIA/ Dalle imprese alla scuola, ecco l’“arte” di convivere con il virus

- int. Francesco De Remigis

La Francia convive col virus e martedì riaprono le scuole. I lockdown sono contemplati ma per ora sono lontani

Coronavirus Francia, Macron franco Cfa
Emmanuel Macron (LaPresse)

La Francia, in questo momento, è il paese più colpito d’Europa dal Covid. Ieri l’altro ha sfondato il muro dei 7mila contagiati giornalieri, e le mascherine sono diventate obbligatorie per strada nelle città di Marsiglia e Parigi. Il premier Castex ha fatto presente che un lockdown, parziale e localizzato, potrà essere possibile in futuro, ma il presidente Macron ha solo parlato di un lockdown possibile, ma evitabile.

Sarebbe sbagliato prenderlo come l’anticamera di una nuova chiusura totale, perché come ci ha fatto capire Francesco De Remigis, inviato a Parigi del Giornale, Macron parla da lungo tempo della necessità di “convivere col virus. E Parigi parla di rimbalzo dei contagi, più che di seconda ondata”. La situazione francese non è paragonabile a quella italiana, a cominciare dalle scuole, che non hanno subito una chiusura globale come successo in Italia: “la scuola in presenza è un mantra: difficile una retromarcia su questo punto”. Mentre il nodo trasporti, come accade in Italia, è una problema ancora da risolvere. Entro martedì, quando 12 milioni di francesi torneranno in classe. Macron, con seri problemi di gradimento, punta su France Relance, piano da 100 miliardi per la ripresa. “Sull’economia verde fa slogan, ma sulle ricollocazioni delle imprese in patria i francesi fanno sul serio”, spiega De Remigis. Sulla difesa della sua sovranità, anche quella produttiva, la Francia non si smentisce mai.

Le misure precauzionali in Francia sono state seguite o c’è stato un laissez-faire che ha determinato il rialzo dei contagi?

Castex non è un passante, gestisce la crisi Covid da ben prima di essere nominato premier a inizio luglio. Era dietro le quinte ed è l’uomo che ha coordinato l’uscita dal lockdown. Solo che, al contrario del suo predecessore Philippe, sembra meno deciso e fermo nelle decisioni e soprattutto nelle comunicazioni. Per esempio, se annunci la mascherina obbligatoria h24 nelle città, non puoi metterla e toglierla in continuazione mentre stai chiedendo ai francesi di essere irreprensibili. Macron, nel suo intervento di ieri l’altro, l’ha invece indossata per tutto il tempo, spiegando quanto non gli piaccia farlo ma quanto sia ormai necessaria.

Oltre a un numero di contagi preoccupanti, la Francia ha ormai una media settimanale di 800 ricoveri, ha detto Castex. Il sistema sanitario è in allarme o riesce a gestire la situazione?

Sono tornate a crescere le terapie intensive, con 387 pazienti in rianimazione e altri 4.148 ospedalizzati. Ma sembra reggere nel suo complesso. Più lontano l’obiettivo di raggiungere un milione di tamponi a settimana; attualmente la Francia si aggira tra i 500mila e gli 800mila. Questa è la sfida che preoccupa il governo, farne di più e onorare lo slogan testare–tracciare–isolare con cui hanno riaperto negozi, bar e ristoranti. Il ministro della Sanità, presentissimo e anche molto preciso nel raccontare l’evoluzione dell’epidemia nella prima fase, con l’estate è passato un po’ in secondo piano, almeno mediaticamente. Complice anche una gaffe che vuol far dimenticare, la sua frase sulle mascherine per tutti: “Non servono a niente”, disse in buona sostanza non troppo tempo fa.

L’intenzione proclamata da Macron è tornare a produrre in Francia nei “settori strategici”. Significa anche un ingresso dello Stato in queste aziende?

L’idea di base della rilocalizzazione non è una novità. La pandemia l’ha soltanto accelerata. Sia in chiave di Pil sia in una visione geopolitica e geostrategica. I rapporti con Pechino si sono inaspriti e da gennaio la Francia ha cominciato a dire pubblicamente che non può più sostanzialmente dipendere da una potenza straniera in alcuni settori – penso alla farmaceutica – pensando quindi a come tutelare il Made in France in ambiti da risollevare o da ricreare da zero. Lo Stato scrive le regole, le imprese si adeguano. Favorire il cosiddetto reshoring, e il back–reshoring di singole realtà produttive e di intere filiere (200 i milioni destinati a produzione, ricerca e sviluppo del settore farmaceutico con l’intento di produrre e distribuire anzitutto medicinali comuni come il paracetamolo), significa recuperare parte di quella sovranità produttiva in settori considerati strategici, tra cui c’è anche l’automotive.

Cosa comporterà sulla fusione Fca-Psa?

È chiaro che la fusione punta a riportare il marchio francese nel secondo mercato automobilistico dopo la Cina, cioè il Nord America. A loro manca la rete di vendita in loco e la fusione potrebbe far sì che si affidino ai venditori di Chrysler. Non vedo grossi problemi. Nel caso in cui il Covid dovesse permanere, le vendite in rete potrebbero tamponare anche questo handicap. Sono entrambi determinati a finalizzarla entro marzo del prossimo anno. Le basi ci sono, anche geografiche, con Europa e Nord America mercati di riferimento e reciproci vantaggi.

Macron ha un problema di popolarità, a provarlo non ci sono i sondaggi ma anche i brutti risultati di En Marche alle amministrative. Riuscirà a rispondervi grazie a France Relance, magari marginalizzando i verdi?

Il presidente della Repubblica si è dato un orizzonte di dieci anni, il che vuol dire che punta chiaramente alla rielezione. Dal punto di vista degli aiuti, una cosa ben diversa dai sussidi, la Francia è stata piuttosto puntuale. Non sono esplose, per esempio, le periferie. Il sistema ha retto. Ora, giustamente, l’Eliseo mette sul piatto 100 miliardi per ricreare un tessuto produttivo, creativo e di distribuzione strizzando l’occhio all’ecologia. Finora molti slogan, su questo punto. Vedremo.

La Germania ha dovuto affrontare la chiusura di un centinaio di scuole. La Francia, anche se ha il vantaggio di una maggiore esperienza non avendole mai del tutto chiuse, non rischia di trovarsi di fronte a seri problemi nel tenerle aperte?

Martedì il ritorno a scuola transalpino interessa oltre 12 milioni di alunni tra bambini e ragazzi. È stato garantito. Certo, anche in Francia insegnanti e docenti sono sul chi vive. Ma le regole ci sono e sono state date insieme con l’annuncio della data di riapertura. Cosa succederà, non lo sa neppure Macron. Che lo ha ammesso candidamente e molto onestamente.

Il rientro in aula è stato organizzato in modo convincente?

Mascherina obbligatoria solo dagli 11 anni e per tutti gli adulti che lavorano nella scuola. Banchi distanziati laddove possibile e qualche soluzione alternativa. La scuola in presenza è un mantra. Difficile fare marcia indietro per il governo su questo punto. Il nodo trasporti è l’altra incognita insieme con i test rapidi. A Parigi, zona rossa, e in diverse altre città, i laboratori di analisi sono sommersi dalle richieste di screening per il Covid-19. Circondati da code infinite fino a tre ore, alcuni laboratori hanno dovuto reclutare guardie giurate per calmare i più nervosi. Altri ricevono solo su appuntamento.

Belgio e Germania hanno preso provvedimenti per chi arriva dalla Francia. Si rischia un isolamento francese all’interno dell’Europa, se i contagi aumentano ancora?

Se perfino i belgi si preoccupano di Parigi, il dado è tratto. Macron due giorni fa ha lanciato un Sos evidente evocando “una responsabilità collettiva”, ricordando che il virus circola in tutta Europa seppur in maniera eterogenea. Ha fatto appello al coordinamento Ue “per non ripetere gli errori del marzo scorso” chiedendo stessi criteri di gestione e organizzazione e di non bloccare le frontiere. Quelle interne, riaperte a giugno, stanno tornando un risiko. Dal 1° settembre l’Ungheria chiuderà i confini agli stranieri per arginare la diffusione del Covid. La Danimarca già proibisce ai belgi di entrare liberamente. Mentre la Francia non limita viaggi né in Belgio né altrove. Parigi preferisce parlare di rimbalzo dei contagi, più che di seconda ondata, ma preoccupano i 7.379 casi in un solo giorno e i 21 dipartimenti in zona rossa. Quattro volte l’aumento dei casi rispetto a un mese fa, 39 positivi ogni 100mila abitanti, i numeri. “Chiudere non ci aiuta ad abbattere il virus”, insiste Macron, che ha evocato i milioni di lavoratori transfrontalieri di cui “non possiamo fare a meno in Europa”. Ne ha parlato anche con Angela Merkel. Ma pure la Germania ormai sconsiglia i viaggi in Ile-de-France, come anche a Bruxelles.

Castex ha detto che non è ancora il momento per nuovi lockdown totali ma verranno tenuti in considerazione. C’è una soglia oltre la quale un nuovo lockdown sarà inevitabile? E con quali conseguenze sulla popolarità di un presidente che punta sul “ritorno alla normalità”?

Ritorno alla normalità sembra il titolo di un romanzo di Carrère. La vita in Francia, specie nelle città più grandi, non è facile. Nonostante lo stato sociale funzioni, non esiste un giorno “normale”, si vive spesso sul chi va là. I francesi sono abituati alle sfide. Magari le perdono, ma guai a parlare di normalità. Macron ha sempre parlato della gioia di vivere, anzi dell’arte di vivere. Ora ha solo aggiunto il prefisso: con–vivere con il virus. Il che vuol dire non accontentarsi di aspettare le comunicazioni del governo, i dati dell’Istituto di sanità e quant’altro. Ma agire responsabilmente, in autonomia. Né lui né il governo hanno mai scaricato le responsabilità sugli enti locali (coinvolti anzi dal primo momento insieme con i prefetti, che hanno il potere di chiudere bar, ristoranti e locali in caso di diffusione del virus) né tanto meno sui cittadini. Se il lockdown sarà necessario, magari in certe zone, non vedremo dita puntate sui supposti colpevoli. Giovani, discoteche o altri facili bersagli all’italiana.

(Lucio Valentini)

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