CRISI & BANCHE CENTRALI/ Quella lezione sull’economia che si impara al bar

- Gian Luca Barbero

I freddi ragionamenti sui tassi di interesse e le conseguenze sull’economia dovrebbero fare i conti con la realtà: basterebbe un salto al bar

Bar Caffe Lapresse1280 640x300.jpeg Lapresse

Le banche centrali sono state molto chiare sulla priorità di far scendere il lavoro e di non cantar vittoria troppo presto“, scrive il Financial Times a fine febbraio. A mettere in crisi le varie previsioni sono stati i dati sul mercato del lavoro americano: nel mese di gennaio, hanno mostrato una riaccelerazione della dinamica occupazionale (+517 mila occupati, dopo aumenti medi di 290 mila nel quarto trimestre, in contrasto con il trend in diminuzione per gran parte del 2022), che, se prolungata, minerebbe le previsioni di rallentamento della domanda e proseguimento del processo di disinflazione in atto, con implicazioni di tassi più elevati.

L’anomalia lavoro di gennaio rappresenta un solo fattore, in un contesto comunque di diffuso rallentamento economico. Tuttavia, i “Non farm payrolls” (l’andamento del lavoro nei settori produttivi esclusa l’agricoltura) in ripresa, insieme a una dinamica salariale in rapido calo, hanno dato una scossa alla Fed, che si interroga su quali indicatori siano determinanti per stabilire numero ed entità delle prossime manovre sui tassi.

Negli Stati Uniti, a fine febbraio, le nuove richieste di sussidi di disoccupazione hanno registrato una correzione a 190 mila, con segnali di stabilizzazione su livelli sempre storicamente associati a condizioni di mercato del lavoro di pieno impiego. Diversi membri della Fed hanno dichiarato che il mercato del lavoro è ancora “insostenibilmente caldo” e l’inflazione sta scendendo meno velocemente del previsto. Ciò getta un’ombra sul punto di arrivo dei tassi (c.d. terminal rate), collocato fra il 5% e il 5,5%, prima che la Fed moderi i suoi interventi; va rilevato che all’interno del board della banca centrale non vi è uniformità di vedute, rimanendo alcuni fermamente convinti dell’opportunità di proseguire con rialzi più lievi (da 25 punti base in luogo dei 50 da tanti auspicati). Sempre nel mese di febbraio i jobless negli Usa sono in calo rispetto al mese precedente e mostrano cifre compatibili con un mercato del lavoro robusto.

Anche nella zona Euro il tasso di disoccupazione di gennaio si conferma stabile, in prossimità dei minimi storici (al 6,7%): le indagini sulle imprese segnalano un aumento delle assunzioni a febbraio, mentre i posti vacanti restano su livelli elevati. Del resto, il mercato del lavoro mostra occupazione solida ovunque: in Italia, i dati diffusi dall’Istat nei giorni scorsi mostrano una crescita dell’occupazione in apertura d’anno, con 35 mila occupati in più a gennaio rispetto a dicembre e +246 mila rispetto a gennaio 2022; il tasso di occupazione è salito al 60,8% (23.309.000 occupati, il dato più alto dal 2004, inizio delle serie storiche mensili).

La svolta tanto attesa dagli operatori sembra dover attendere e più di un commentatore mette in guardia dall’eccessivo ottimismo dei mercati, perché l’inflazione annua rimane alta: per restare in Europa +9,2% a gennaio; il dato scende meno delle attese a febbraio (da 8,6% a 8,5% vs. 8,3% atteso); la riduzione, peraltro, si deve alla moderazione dei prezzi dell’energia, ma è frenata dalla componente “core” che tocca un nuovo massimo al 5,6%. Ancora una volta, quindi, i mercati sono stati delusi dai dati di inflazione europei, dove Francia, Spagna e Germania hanno registrato dati più alti del mese precedente, che, pur lontani dai massimi storici, sollevano dubbi su quando avverrà un’inversione di rotta.

Richiamando il dramma “La vita è sogno” di Calderon de la Barca, un manager di un importante intermediario finanziario operante in Italia ha evidenziato la dicotomia tra realtà e percezione di essa da parte degli investitori, che, “influenzati dalle loro aspettative e speranze, riversano sui mercati finanziari un eccessivo ottimismo o pessimismo rispetto alle condizioni economiche reali”.

Fin qui i dati. C’è un fatto che, a mio avviso, merita attenzione. L’impersonalità di certi termini piega spesso la nostra mente ad assetti gelidamente astratti. Quando mi succede così, personalmente, sento un bisogno incontenibile di purificazione (un bagno di realtà si potrebbe dire, ribaltando la prospettiva di Calderon de la Barca), per il quale, per me, esiste una scuola incomparabile: il bar! Sentendo al notiziario tv un riassunto dell’amara situazione se espressa in numero, ho detto a Irene (nome non di fantasia della bella barista da cui spesso bevo il caffè): “Hai capito? Finché non perdiamo il lavoro i banchieri centrali e i mercati non sono contenti!”, ricevendo, in risposta, un eloquente gesto della mano, anzi del dito! Come darle torto del resto?

A questa obiezione, forse un po’ banale e semplicistica, gli economisti rispondono, non senza un certo candore, che il problema esula dalla politica monetaria e rientra nella politica fiscale, adottata dai vari Governi (sussidi, misure di sostegno a imprese e famiglie, ecc.). Vero, ma tutti sappiamo la differenza di velocità tra i due convogli: se una decisione sui tassi influisce sul tessuto economico nel giro di un trimestre, di quanto tempo hanno bisogno le misure fiscali per essere decise dal confronto politico e per entrare poi in circolazione? E soprattutto fino a quando si possono rifinanziare senza compromettere i conti magari già precari di un singolo Paese?

Francamente non sono un economista, ma credo che uscire dai propri uffici o studi e andare al bar farebbe un gran bene anche a loro.

— — — —

Abbiamo bisogno del tuo contributo per continuare a fornirti una informazione di qualità e indipendente.

SOSTIENICI. DONA ORA CLICCANDO QUI





© RIPRODUZIONE RISERVATA