CRISI DI GOVERNO/ È la Brexit a decidere le sorti dell’Italia, non il Colle né M5s-Pd

- int. Francesco Sisci

La crisi di governo sembra una partita solo italiana, in realtà è la variabile di un gioco molto più complesso il cui snodo fondamentale è la Brexit

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Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella (LaPresse)

La crisi di governo italiana sembra prigioniera delle riunioni a Palazzo Chigi di Conte con M5s e Pd, tra veti reciproci, accuse di volere solo poltrone, passi avanti, dietrofront e ultimatum. La componente internazionale della crisi sembra assente, e finora, se si eccettuano le interferenze di Macron e le voci di un allentamento europeo dei vincoli di bilancio, si è limitata al tweet di Donald Trump a sostegno di Giuseppe Conte (mentre ieri è sbucato di nuovo Steve Bannon a dire che Trump non appoggerà mai il governo M5s-Pd). In realtà l’Italia è la variabile di una partita molto più grande che riguarda i rapporti tra Stati Uniti ed Europa. E a decidere il risultato saranno le sorti della Brexit, dice Francesco Sisci, sinologo ed editorialista di Asia Times. Da qui dunque occorre partire.

Pur di ottenere una uscita dalla Ue senza accordo (no deal Brexit), Boris Johnson ha chiesto e ottenuto dalla regina di chiudere il parlamento per cinque settimane. Funzionerà?

Non lo sappiamo. Il problema però si può vedere anche da un’altra prospettiva. La decisione di Johnson di sospendere i lavori del parlamento è apparentemente una chiara ammissione che una “Brexit dura”, normale e regolare è impossibile.

Intanto la gente è scesa in piazza.

Significa che la hard Brexit può effettivamente essere il tentativo di una minoranza di imporre le proprie convinzioni alla maggioranza. Quale paese può resistere a lungo a tale imposizione senza compromettere il suo tessuto sociale, politico ed economico?

Se vogliamo arrivare all’Italia, dobbiamo prima ricapitolare la vicenda.

La minaccia della Brexit è stata un’idea di David Cameron per strappare più concessioni dall’Ue nel 2016. Il piano di Cameron non era quello di uscire dall’Ue, ma di mostrare la consistenza, che si supponeva ingente ma non maggioritaria, dei pro-Brexit. Il referendum sarebbe fallito con un piccolo margine e questo avrebbe dato a Cameron la possibilità di negoziare con Bruxelles da una posizione rafforzata.

Un azzardo pericolosissimo, come si è visto. Ma perché rischiare? Qual era l’obiettivo?

Dietro c’era un altro piano, ammirevole per la sua ambizione e visione: trasformare la Gran Bretagna nel prossimo crocevia di scambi tra Stati Uniti, Ue e Cina. Per realizzarlo Cameron aveva bisogno di ottenere più diritti speciali dall’Ue. Il regno Unito avrebbe fatto da facilitatore su ogni lato del triangolo.

Invece il referendum del 23 giugno 2016 ha cambiato tutto.

Il piano è fallito miseramente e non solo per il referendum. Un altro lato del triangolo è franato: i legami Usa-Cina stavano peggiorando. Nel 2016, l’America stava diventando molto nervosa con la Cina su questioni commerciali, ma anche strategiche e di diritti umani e Donald Trump è arrivato al potere alla fine del 2016 giurando di rinegoziare il commercio con Pechino.

Ma senza un risultato positivo sulla Brexit, Londra non aveva più un ruolo speciale per discutere migliori accordi tra Cina, Ue e Stati Uniti.

Esatto. Cioè l’ambizioso piano britannico aveva bisogno di rapporti scorrevoli su ogni lato dell’architettura di comunicazioni economico-commerciali tra Regno Unito, Ue, Stati Uniti e Cina. Tali rapporti però si erano ormai incrinati su più lati.

Vada avanti.

Da quel momento in poi, la Gran Bretagna ha proseguito il suo progetto per uscire dall’Ue, ma senza un piano chiaro e cioè senza sapere molto bene cosa avrebbe ottenuto lasciando l’Unione. Era tuttavia molto chiaro ciò che il Regno Unito lasciando l’Ue avrebbe perduto. Questo dilemma ha provocato l’attuale profonda spaccatura nella politica britannica.

Molti parlamentari infatti oggi sono contro la Brexit. E forse rappresentano la maggior parte del pubblico britannico.

Vorrebbero trovare un modo per uscire dal pasticcio, evitare la Brexit vera senza perdere troppo la faccia. Johnson, evidentemente, lo percepisce e lo sa, e sente che l’unico modo per arrivare alla Brexit è aggirare il parlamento.

Ci riuscirà?

Ripeto, non lo sappiamo. Ma questa decisione è un duro doppio colpo per l’architettura politica del Regno Unito e dell’Unione Europea. I due sistemi come accuseranno il colpo? In che modo, come in fisica, ogni azione avrà una reazione? E cosa farà il resto del mondo? Finora è rimasto sconvolto davanti al duello commerciale tra Cina e Stati Uniti. In che modo il dramma britannico interferirà con esso?

Come arriviamo alla crisi italiana?

Alla luce della crisi di cui abbiamo parlato, si capisce bene perché gli Stati Uniti e l’Ue hanno visto con preoccupazione l’attuale crisi politica italiana, che stava conducendo il paese a elezioni caotiche anticipate. Preferirebbero che l’Italia si stabilizzasse con una certa parvenza di governo, come lo è il nuovo governo di coalizione possibile tra M5s e Pd.

Insomma, l’ultima cosa che gli Stati Uniti e l’Unione Europea vogliono, mentre si trovano di fronte al dramma britannico…

È impantanarsi in un incomprensibile complotto italiano con riverberi europei e globali.

Secondo lei Johnson ha una strategia? E soprattutto, cosa possono guadagnare gli Stati Uniti nel sostenerlo?

Sicuramente anche un euroscettico americano vede che la leadership franco-tedesca in Europa sarebbe rafforzata dall’uscita frenetica e indisciplinata della Gran Bretagna dall’Ue e ciò rappresenterebbe un forte freno contro qualsiasi paese dell’Unione che aspettasse il momento giusto per lasciarla. Gli Usa sostenevano la Brexit in passato per indebolire la Ue, è comprensibile, ma il caos britannico di questi giorni nei fatti rafforza l’Unione. Questo pone gli Usa davanti a un bivio.

Quale?

Se gli Stati Uniti guidassero una qualche forma di riconciliazione tra Regno Unito e Ue, Washington dimostrerebbe a Bruxelles che ancora una volta l’Unione Europea ha bisogno dell’America e che gli europei da soli non sanno badare a se stessi. Potrebbe essere un’occasione d’oro per Trump di riscattare un importante punto d’appoggio politico in Europa.

E se invece gli Stati Uniti sosterranno la hard Brexit?

Se sosterranno la Brexit dura, che oggi è forse una posizione di minoranza anche in Gran Bretagna, ciò potrebbe minare ulteriormente il ruolo americano nel vecchio continente. Questo a sua volta potrebbe avere conseguenze enormi anche con la Cina, poiché Pechino potrebbe vedere una debolezza degli Stati Uniti in Europa e forse trarne vantaggio. Dopotutto, la Belt and Road Initiative termina in Europa.

E in questo contesto terremotato, in rapida evoluzione, qual è il problema dell’Italia visto dall’estero?

In tutta questa partita che potrebbe riportare gli Usa in Europa in maniera molto importante, l’Italia con i suoi intrighi incomprensibili non deve rompere le scatole e fare la legge di bilancio. Poi se ne riparla a fine anno o all’inizio del 2020, quando la questione Brexit si è chiarita.

Allora come va letto il tweet di Trump di endorsement a Conte? Pare che sia stato Macron a chiedere a Trump di appoggiarlo.

Non sappiamo chi abbia chiesto che cosa a chi, ma è chiaro che c’è un interesse americano e franco-tedesco a non avere i pasticci italiani fra i piedi. Mi sembra che non ci sia un sostegno deciso verso Tizio o Caio. In tutto questo c’è poi una debolezza di Salvini che non si è reso conto come certe sue azioni e agende “sovraniste” andassero contro interessi molto generali in Europa e oltre Atlantico. Nell’interesse generale a non avere fastidi, una qualche forma di continuità, che sembrava la scelta più facile una decina di giorni fa, può essere positiva. Purché la continuità si realizzi rapidamente. Se ciò non è possibile, forse bisogna pensare in fretta ad altre soluzioni.

Dunque M5s e Pd non avrebbero veri sponsor internazionali.

Non credo che il contesto internazionale abbia in Italia referenti forti come negli anni 50 la Dc era per gli Usa. Mi sembra che in questa fase gli Stati Uniti e l’Ue vedano Pd e M5s come meno controversi. In questo momento il mondo non vuole dall’Italia controversie incomprensibili.

Eppure, dopo l’incarico formale a Conte, tra M5s e Pd sono sorte nuove difficoltà.

Soprattutto non si comprende a questo punto il ruolo di Conte. Se è un mediatore, è stato scelto anche dal Pd? Se non riesce a mediare, forse ci vuole un altro mediatore? D’altra parte se non è un mediatore e rappresenta M5s, allora perché Di Maio insiste nel voler garantire posizioni ulteriori per M5s?

La soluzione Pd-M5s con Conte era positiva perché pareva la più facile. Ma se anche questa si incarta…

Se non funziona, allora vale pena cercare subito altre opzioni. Infatti dopo qualche giorno di entusiasmo i mercati venerdì sono scesi. Ricordiamoci che l’obiettivo è non avere elezioni e una crisi politica italiana in coincidenza con la hard Brexit.

La stampa internazionale appare molto confusa su cosa siano o non siano i 5 Stelle.

È concorde solo nel vederne la debolezza intellettuale e progettuale. Di nuovo: se M5s contribuisce alla stabilità italiana nei prossimi mesi, è un bene per tutti. Ma può di fatto ricattare e tenere sospeso il mondo con le sue questioni interne? E gli altri possono dare loro ancora corda? La vedo difficile.

Qual è la soluzione?

Per tutte queste ragioni potrebbe non servire un governo ambizioso, che torni a intrappolarsi nelle piccole scaramucce della politica italiana da cui i partiti attuali non sanno liberarsi. Forse il presidente Mattarella potrebbe fare un governo elettorale con elezioni a dicembre-gennaio. In questo modo aiuterebbe senz’altro l’Europa e il mondo a respirare.

 (Marco Tedesco)

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