CRISI UE/ La Germania del dopo-Merkel accelera le fratture dell’Unione

- Dario Chiesa

L’Ue non attraversa certamente un momento brillante. La rigidità e il moralismo dei “frugali” non riesce più a nascondere il problema vero: l’euro

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In un precedente articolo avevo cercato di evidenziare la distanza dell’attuale costruzione dell’Unione Europea dai principi che guidarono i padri fondatori nella costituzione della prima unità europea. Questa distanza è stata incrementata dalle mutate condizioni geopolitiche dentro e fuori l’Europa e dall’accentuarsi dei contrasti di interesse tra i Paesi membri. Una situazione complessa difficilmente risolvibile con soluzioni ideologiche calate dall’alto, che aggravano la sostanziale mancanza di una reale democrazia all’interno dell’Unione. Le politiche dell’Ue derivano sostanzialmente dagli accordi tra i due Paesi più importanti, Germania e Francia, e da alleanze a “geometria variabile” in limitate aree di interesse.

È questo un derivato delle enormi differenze tra i 27 attuali membri, sotto quasi tutti i parametri di giudizio. Risulta difficile, per esempio, rispettare in modo paritario gli interessi della Germania, 83 milioni di abitanti e più di 3.400 miliardi di euro di Pil, pari a quasi il 25% del totale Ue, e di Malta, mezzo milione di abitanti e Pil di 13 miliardi. I primi tre Paesi, Germania, Francia e Italia, contano il 47% della popolazione e valgono più della metà del Pil totale. Tuttavia, non sempre essere piccolo significa essere nelle retrovie: il Lussemburgo è il penultimo per popolazione, un po’ più di 600mila abitanti, ma è 19esimo per Pil totale e al primo posto per Pil pro capite. Il risultato è dovuto proprio al fatto di essere uno degli Stati fondatori, privilegiato nell’attribuzione delle sedi di organi istituzionali europei e, dato non trascurabile, una sorta di paradiso fiscale all’interno dell’Unione.

Una delle principali divisioni di questi ultimi anni è stata quella tra i Paesi cosiddetti “frugali”, nordici e germanici, e i cosiddetti “spendaccioni”, principalmente del Sud. L’Italia è il principale esponente di quest’ultima categoria, attribuzione effettuata anche con criteri discutibili quando non surrettizi, mentre la Francia si è mantenuta, per così dire, nel giusto mezzo. Gli effetti della pandemia da Covid hanno, però, rimesso in discussione molti dei rigidi parametri di Bruxelles e avviato il dibattito sulla loro revisione, che ha visto Francia, Italia e Spagna come membri più attivi.

Questo tentativo di ridiscutere meccanismi che si sono ampiamente dimostrati non all’altezza delle situazioni reali e tutt’altro che elementi di unità e solidarietà all’interno dell’Unione è stato favorito dalla situazione di incertezza politica della Germania del dopo Merkel. Ciò non ha impedito la reazione negativa dei “frugali”, la cui guida sembra essere stata assunta dall’Austria, già distintasi per la sua politica autonoma nella gestione dei migranti. Gernot Blümel, ministro austriaco delle Finanze, ha accusato Francia e Italia di voler trasformare l’Ue in una “unione del debito”, una scelta negativa non solo sotto il profilo economico, ma anche sotto quello morale. Da parte dei “frugali” vi è sempre la tendenza a buttare le questioni nel morale, o nel moralismo. Secondo quanto riporta Politico.eu, Blümel avrebbe inviato lettere ad altri governi, presumibilmente soprattutto del Nord Europa, per costituire un’alleanza che permetta di bloccare ogni tentativo di allentamento del rigore. Lo scontro nella Commissione europea si presenta quindi piuttosto “vivace”.

Un altro fronte aperto riguarda Ungheria e Polonia, considerate a Bruxelles poco in linea con i “valori” dell’Unione, a partire da quelli che riguardano l’aborto e i diritti Lgbt. A questi si affiancano critiche su certi aspetti istituzionali che non corrispondono a quelli più consueti nell’Europa dell’Ovest, ma il non riconoscimento dei citati “valori” sembrerebbe la causa principale delle intemerate che partono da Bruxelles. Sarà interessante vedere le reazioni alla recentissima decisione del governo polacco di rivedere la legge sulla riforma della giustizia per renderla più aderente alle richieste dell’Ue. Tuttavia, quasi in contemporanea, il ministro della Giustizia polacco aveva dichiarato che “la Polonia deve rimanere nell’Ue, ma non certo a qualsiasi condizione”.

Infine, si dovrebbe affrontare decisamente il problema dell’euro, che lungi dall’essere un fattore di unità è diventato un altro elemento di divisione. E lo è stato fin dall’origine, come francamente ammesso perfino dal presidente della Banca centrale olandese, rappresentante di un Paese che si presenta come il più rigido sostenitore dello status quo. Insomma, mala tempora currunt per l’Unione Europea, e la colpa non può neppure essere affibbiata alla “perfida Albione” e al suo Brexit.

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