CRISTIANI IN IRAQ/ Card. Sako: così resistiamo alla fame, al Covid e agli estremisti

- int. Louis Raphael Sako

Iraq, caos e devastazione per un paese dimenticato da tutti. La situazione dei cristiani

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In Iraq (LaPresse)

Iraq 17 anni dopo la fine del regime di Assad e tre dopo la fine dello Stato islamico. Un paese nel caos, dove la disoccupazione e la povertà hanno raggiunto picchi altissimi, minacciato dall’Iran e abbandonato dagli Stati Uniti. Come sempre in queste situazioni sono le minoranze a soffrire di più, e in Iraq questa minoranza sono i cristiani. “Cristiani a rischio estinzione in Iraq” è quanto dice il Rapporto Life after Isis: New challenges to Christianity in Iraq, diffuso alla Fondazione pontificia Aiuto alla Chiesa che soffre. Si tratta però di una rilevazione di carattere sondaggistico, come ci ha spiegato in questa intervista il cardinale Louis Raphaël I Sako, Patriarca di Babilonia dei Caldei, la più numerosa comunità cristiana irachena. “È vero che i cristiani soffrono molto, ma come tutti gli iracheni. La disoccupazione oggi tocca il 70% della popolazione, è in corso la pandemia e ci sono molte vittime perché i nostri ospedali non sono in grado di curare come si deve dopo che l’Isis ha portato via tutto”. A proposito di Isis, dice che non è vero che si stia rafforzando di nuovo: “Dopo tutta la sofferenza che hanno imposto la gente non ne vuole sapere di loro, anche se rimangono gruppi di fondamentalisti che coltivano la loro ideologia sanguinaria”. Insomma, un paese che ha bisogno di aiuto in tutti i sensi.

Monsignore, è vero che i cristiani in Iraq sono sempre di meno?

No, non è così. Quelli che sono voluti andare via se ne sono andati, ma un numero di cristiani non da poco è rimasto. Fanno di tutto per rimanere. Certo, ci sono grossi problemi, ma è così per tutti gli iracheni, non solo i cristiani. Bisogna sopportare con pazienza e collaborare con tutti. L’Iraq oggi è un paese in grave difficoltà, ma i cristiani restano nella Piana di Ninive, a Baghdad, a Bassora. Abbiamo otto diocesi. Certo, come iracheni abbiamo bisogno di aiuto.

Qual è il problema maggiore?

La disoccupazione. Tutto il popolo iracheno ne è colpito. Alcune famiglie cristiane hanno la fortuna di essere aiutate da loro parenti all’estero e la Chiesa si dà da fare per tutti. Purtroppo il nuovo governo da poco in carica non ha soldi, ma ha promesso di fare qualcosa.

Ci sono ancora manifestazioni nelle strade?

No, molto di meno da quando siamo riusciti a cambiare primo ministro. Abbiamo fiducia in lui. Il problema dell’Iraq è che da 17 anni non esiste uno Stato forte, unito, sicuro. Siamo stati devastati dalla corruzione prima, dalle milizie fondamentaliste poi. Aspettiamo di vedere cosa il nuovo governo riuscirà a fare.

Si dice che l’Isis si stia riorganizzando e possa tornare.

No, è assolutamente impossibile. La gente ha sofferto troppo sotto di loro, specialmente in posti come Mosul. Non ne vogliono sentir parlare. Non ci sono bande militari ma è vero che ci sono gruppi fondamentalisti che predicano ancora l’ideologia dell’Isis. C’è da fare una grosso lavoro per cambiare la mentalità di questi gruppi, insegnare al popolo ad aprirsi, alle diversità, c’è un cammino da fare.

Tra cristiani e musulmani come sono i rapporti?

Buoni. Abbiamo creato un Comitato de dialogo tra cristiani, sciiti e sunniti dove abbiamo fatto grandi progressi. Purtroppo ci sono ancora alcune leggi e alcuni personaggi molto estremisti che non vogliono il dialogo.

C’è ancora la pandemia da voi?

Purtroppo sì, è tutto chiuso, chiese, scuole, moschee. Abbiamo molti morti. Ho chiesto ai miei preti di proteggere tutte le attività perché siamo molto spaventati, una cosa così nessuno l’aveva mai vista. La messa la facciamo tramite i social. Soffriamo molto questo evento perché i nostri ospedali non sono in grado di curare queste persone, l’Isis si era portato via e distrutto tutto e ancora non abbiamo un sistema sociale. È tutto da ricostruire.

(Paolo Vites)

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