MEMORIA/ L’assente ad Auschwitz non era Dio, ma l’uomo

Chi decide di vivere la Giornata della Memoria, spiega CLAUDIO MORPURGO, affronta una delle pagine più terribili della storia, ma al tempo stesso lancia una speranza per il futuro dell’uomo

27.01.2009 - Claudio Morpurgo
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Il Giorno della Memoria è un giorno particolare, diverso dagli altri.

Se vogliamo, non è neppure un giorno, o non è soltanto un giorno; è, invece, un’ esperienza, un processo, lungo, tortuoso, spesso faticoso e doloroso, certo coinvolgente e complesso.

Chi decide di viverlo e di affrontarlo compie, quindi, una scelta importante, una scelta significativa e responsabile.

Perché decide di andare a fondo ad una delle pagine più terribili della storia dell’uomo e, nello stesso tempo e, proprio quando analizza e ripensa allo sterminio del Popolo ebraico, perché decide di impegnarsi consapevolmente per il futuro con l’obiettivo dichiarato di evitare che quella tragedia – o tragedie simili – possano, in qualsiasi forma, ripetersi.

Celebrare il Giorno della Memoria su queste basi, allora, significa fare una scelta di campo; una scelta decisa, inequivocabile, senza fraintendimenti.

Chi decide di viverla assume, pertanto, un impegno decisivo, per se e per chi ha intorno, donando una speranza autentica all’intera collettività.

Così il 27 gennaio, ogni 27 gennaio, diventa il momento della riflessione più sincera, della più sentita autoresponsabilizzazione. Non a caso i Maestri Ebrei di fronte alla domanda che ogni uomo naturalmente si pone di fronte alla morte, al dolore apparentemente senza spiegazione, “Dove era Dio ad Auschwitz?”, insegnano che la domanda più corretta sarebbe un’altra: “Dove era l’uomo”?. La responsabilità delle azioni dell’uomo ricade sull’uomo stesso. Devono essere gli uomini, tutti gli uomini, ad alzare la testa, ad impegnarsi attivamente ed in prima persona per costruire una società più giusta e solidale. Ogni uomo ha di fronte a se la possibilità di cambiare il mondo in cui vive, a condizione, però, che eserciti responsabilmente il libero arbitrio che gli è concesso, la libertà che gli è donata, la possibilità di optare tra il bene e il male.

Senza deleghe, senza timidezze, senza paure.

E, oggi, più che mai, è necessario questo processo di consapevole e diffusa autoresponsabilizzazione. Viviamo infatti in un epoca di generalizzati conflitti sociali, di razzismo e antisemitismo in costante crescita, seppur in forme talvolta dissimulate. Viviamo, soprattutto, in un’epoca che affronta con difficoltà la sfida della multiculturalità, dell’incontro tra diverse storie, culture, tradizioni. E’ questa la storia dei nostri giorni. Le appartenenze e le identità forti non vengono concepite come forma formans della società ma rappresentano, troppo spesso, fenomeni da emarginare, fenomeni che fanno paura. Anche alla luce del ricordo della Shoah, si può cogliere quella che è la vera sfida dei nostri giorni: costruire una “società di appartenenze” che faccia dialogare le cellule che, dopo la famiglia, più sono prossime ai bisogni, ai desideri e all’identità dell’uomo. Se si deve offrire un nuovo e originalissimo valore che serva da cemento per una società realmente laica e multiculturale, esso non va cercato nella cultura – troppe volte nichilista e laicista – della maggioranza, bensì in quella determinata dall’incontro delle “identità forti” trasformate in nuovi operatori culturali, in grado di dare al nostro mondo, nel suo insieme, nuovi motivi di omogeneità e di fiducia. Il pluralismo è una forma di speranza perché è basato sulla comprensione che, proprio in quanto diversi, ciascuno di noi ha qualcosa di unico con cui contribuire al progetto comune. Possiamo anche non essere sempre in sintonia, ma la vera consapevolezza che la differenza è socialmente costitutiva ci conduce a ricercare la mediazione, la risoluzione del conflitto, la pace. E la pace è fondata sulla diversità, non sull’uniformità. Non soltanto celebrando il 27 gennaio. Sempre.



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