DELITTO DI VIA POMA/ Morto suicida Pietro Vanacore. Ecco le tappe dell’inchiesta sulla morte di Simonetta Cesaroni

- La Redazione

Pietro Vanacore, portinaio di via Poma, si è tolto la vita. Dopo essere stato assolto dall’accusa di omicidio di Simonetta Cesaroni avrebbe dovuto deporre al processo contro Raniero Busco

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DELITTO DI VIA POMA – Morto suicida Pietrino Vanacore – Pietro Vanacore si è tolto la vita. Il suo cadavere è stato ritrovato in mare nelle acque antistanti Torre Ovo, nella marina di Maruggio. Vanacore era il portiere dello stabile di via Poma dove fu uccisa Simonetta Cesaroni e nel 1990 fu arrestato con l’accusa di omicidio tre giorni dopo il delitto. Dopo tre anni fu prosciolto perché “’il fatto non sussiste”’. La decisione divenne definitiva nel 1995 dopo il ricorso in Cassazione. Dopo l’uscita di scena decise di lasciare Roma.

Gli investigatori hanno ritrovato nell’auto di Vanacore alcuni biglietti che spiegano il tragico gesto. In tutti si sottolinea il fatto che dentro di lui pesavano “20 anni di sofferenza e sospetti”. Pietro Vanacore avrebbe dovuto deporre il prossimo 12 marzo nel processo in corso a Roma per l’omicidio di Simonetta Cesaroni, nel quale è imputato Raniero Busco. Nell’udienza avrebbe potuto avvalersi della facoltà di non rispondere.

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Il 7 agosto del 1990 Paola Cesaroni si accorge che sua sorella Simonetta di 21 anni non è ancora ritornata a casa. Sono le 20:30 e la donna decide di recarsi con il fidanzato Antonello Baroni alla stazione della metropolitana dove avevano accompagnato in mattinata Simonetta. Paola chiama poi inutilmente il datore di lavoro della sorella, Salvatore Volponi, per avere l’indirizzo dell’ufficio dove lavora Simonetta. Scoprirà poi sull’elenco telefonico che si trova in Via Carlo Poma 2.

Decide quindi di recarsi sul posto intorno alle 23:30 e costringe Giuseppa De Luca, moglie del portinaio Pietro Vanacore, ad aprire la porta degli uffici. Qui troverà il corpo di Simonetta seminudo e trafitto da 29 coltellate.

Le indagini stabiliranno che la donna non ha subito violenza carnale prima della morte (avvenuta intorno alle 18:00-18:30). Ma già dopo tre giorni, il 10 agosto 1990, Pietro Vanacore viene arrestato e poi scarcerato il 30 agosto dello stesso anno.

16 novembre 1990 il pm Catalani chiede l’archiviazione della posizione di Salvatore Volponi, datore di lavoro di Simonetta e il 26 aprile 1991 il gip Giuseppe Pizzuti accoglie la sua richiesta e archivia anche gli atti riguardanti Pietrino Vanacore e altre cinque persone. Il fascicolo resta aperto contro ignoti.

 

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Il 3 aprile 1992 una svolta, con l’avviso di garanzia a Federico Valle, nipote dell’architetto Cesare Valle, che abita nel palazzo di via Poma e che la notte del delitto ha ospitato Vanacore. Valle è coinvolto dalle dichiarazioni dell’austriaco Roland Voller. Ma è un buco nell’acqua, perché il 16 giugno 1993 il gip Antonio Cappiello proscioglie Valle per non aver commesso il fatto e Vanacore perché il fatto non sussiste. Decisione confermata il 30 gennaio 1995 dalla Cassazione.

Passano oltre dieci anni ed ecco un “colpo di scena”: il 12 gennaio 2007 la trasmissione Matrix rivela che dalle analisi del Ris di Parma sarebbe emerso che il dna trovato sugli indumenti di Simonetta è dell’ex fidanzato Raniero Busco. Simonetta inoltre non sarebbe morta alle 18, ma alle 16. Il pm Cavallone decide di querelare Enrico Mentana per tali rivelazioni.

In ogni caso il 6 settembre 2007 Busco viene iscritto dalla procura di Roma sul registro degli indagati per omicidio volontario e il 28 maggio 2009 la procura stessa chiede il suo rinvio a giudizio per un processo che prende il via il 3 febbraio di quest’anno.

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