DON GIUSSANI/ L’omelia del Cardinale Tettamanzi alla messa in Duomo

- La Redazione

L’omelia del cardinale Tettamanzi alla messa per il sesto anniversario della scomparsa di don Luigi Giussani, tenuta ieri nel Duomo di Milano 28 febbraio 2011

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Don Luigi Giussani

Si è tenuta ieri 28 febbraio la messa in ricordo di don Luigi Giussani, nel sesto anniversario della sua scomparsa. La messa si è tenuta nel Duomo di Milano alla presenza del cardinale Tettamanzi. Con le parole “La sapienza sa ciò che piace ai tuoi occhi, Signore” il cardinale ha ricordato la figura del fondatore del movimento di Comunione e Liberazione.

Ecco il testo integrale.

Carissimi, celebriamo la memoria del dies natalis di don Giussani, il giorno cioè del suo incontro definitivo ed eterno con Cristo, il vertice di quell’incontro che è stato il segreto, la passione, la forza e la gioia d’ogni sua giornata. Così la memoria del dies natalis ci riconsegna il senso più profondo ed entusiasmante della vita stessa di don Giussani e insieme il senso peculiare del cammino spirituale, pastorale, educativo, culturale e sociale di “Comunione e Liberazione” nell’esistenza e nella missione della Chiesa: la vita cristiana, infatti, non è semplice idea, o precetto, o iniziativa, o struttura od organizzazione, ma nella sua essenza originaria è incontro personale con Cristo. Da questo incontro don Giussani è stato affascinato e conquistato e null’altro ha fatto nella sua vita che essere “ministro” umile e audace di questo incontro, affascinando a sua volta e conquistando a Cristo le persone e le realtà che ha trovato sul suo cammino. Come ha detto sei anni fa, in questo stesso Duomo, l’allora card. Joseph Ratzinger: “Già da ragazzo ha creato con altri giovani una comunità che si chiamava Studium Christi: il loro programma era parlare di nient’altro se non di Cristo, perché tutto il resto appariva come perdita di tempo”. Proprio su questo incontro possiamo, ancora una volta, risvegliare e approfondire la nostra fede, lasciandoci illuminare e vivificare dalla Parola di Dio che la liturgia oggi ci dona.

Noi abbiamo il pensiero di Cristo. La prima lettura ci parla della sapienza come di un dono da desiderare e da implorare dal Signore (Sap 8,17-18. 21-9, 5.7-10). Vien da chiederci: ma che cosa desidera e cerca l’uomo, l’uomo d’oggi e di sempre? Certo, tante cose, le più diverse: a volte banali, a volte grandiose eimpegnative. Ma nello stesso tempo sembra di dover rispondere: l’uomo non desidera e non cerca nulla, tanto spesso si presenta stanco e disinteressato verso la realtà, chiuso in se stesso e imprigionato da meschini interessi. Ben diversa però è la verità che sta nel fondo di ogni cuore umano: è Dio stesso a porvi un desiderio d’infinito che niente e nessuno possono totalmente estirpare. Come dimenticare qui la parola di Agostino: “Ci hai fatti per te, o Signore, e il nostro cuore è inquieto sino a quando non riposa in Te” (Confessioni, I,1)

Il testo sacro, che la prima lettura oggi ci offre, interpreta questo desiderio d’infinito nei termini della sapienza: è con la sapienza che Dio crea l’uomo, lo rende partecipe della sua “signoria”, lo costituisce dominatore del mondo e lo fa giudice di altri uomini. Così Salomone inizia la sua preghiera: “Dio dei padri e Signore della misericordia, che tutto hai creato con la tua parola, e con la tua sapienza hai formato l’uomo perché dominasse sulle creature che tu hai fatto, e governasse il mondo con santità e giustizia ed esercitasse il giudizio con animo retto, dammi la sapienza, che siede accanto a te in trono…”. Ora, proprio perché strutturato nel suo stesso essere dalla sapienza del Creatore, l’uomo può cogliere il senso che la sapienza riveste per la sua vita e dunque i frutti di bene che essa fa maturare per la sua felicità.

E’ ancora il testo sacro a scrivere: “Nella parentela con la sapienza c’è l’immortalità e grande godimento vi è nella sua amicizia e nel lavoro delle sue mani sta una ricchezza inesauribile e nell’assidua compagnia di lei c’è la prudenza…”. Ma questo è possibile ad una precisa condizione: quella di riconoscere che la sapienza non è da noi, ma da Dio, è frutto non della nostra intelligenza ma di un’elargizione libera e gratuita di Dio, non è nostra conquista bensì dono del Signore. Com’è chiaro il testo biblico: “Andavo cercando di prenderla (questa sapienza) con me. Sapendo che non avrei ottenuto la sapienza in altro modo, se Dio non me l’avesse concessa – ed è già segno di saggezza sapere da chi viene tale dono – mi rivolsi al Signore e lo pregai: …mandala dal tuo trono glorioso, perché mi assista e mi affianchi nella mia fatica e io sappia ciò che ti è gradito”. Chi dunque o che cosa può ridestare in noi il desiderio, l’aspirazione, il bisogno di una sapienza che ci apra al vero senso del vivere e dell’amare, del lavorare e del riposare, del soffrire e del morire?

La mancanza di conoscenza e condivisione di questo “senso” fondamentale è il problema culturale primo e decisivo per il nostro presente e il nostro futuro. La risposta a questa insostenibile carenza non può essere che una persona viva, concreta, incontrabile, sperimentabile: Cristo Gesù, lui la sapienza di Dio fatta carne, fatta carne crocifissa. Così l’apostolo Paolo sente e vive la fede che ci unisce a Cristo, così la presenta nella sua predicazione. Ai cristiani di Corinto dice: “Mentre i Giudei chiedono segni e i Greci cercano sapienza, noi invece annunciamo Cristo crocifisso: scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani; ma per coloro che sono chiamati, sia Giudei che Greci, Cristo è potenza di Dio e sapienza di Dio… Grazie a lui (Dio) voi siete in Cristo Gesù, il quale per noi è diventato sapienza per opera di Dio, giustizia, santificazione e redenzione…” (1 Cor 1,23-24.30). E può concludere, nel segno di una grande gratitudine e gioia: “L’uomo mosso dallo Spirito giudica ogni cosa, senza poter essere giudicato da nessuno. Infatti chi mai ha conosciuto il pensiero del Signore in modo da poterlo consigliare? Ora, noi abbiamo il pensiero di Cristo”(1 Cor 2,15- 16).

Carissimi, rendiamo grazie al Signore che con la fede ci ha infuso la sua sapienza, ci ha donato il “pensiero di Cristo”, ossia la possibilità di guardare, conoscere, valutare e giudicare la realtà – l’uomo, il mondo, la storia – con l’occhio e la mente di Cristo. Lui stesso, il suo Vangelo, la sua Chiesa, sono per noi i criteri interpretativi della realtà. Sono i criteri tipici di chi vuole essere discepolo, credente. Sono criteri del tutto originali che assumono, confermano, purificano ed elevano i dati che ci vengono dalla nostra ragione umana. Vivere assumendo il “pensiero di Cristo” ci rende liberi e coraggiosi di fronte a tutti e a tutto e, proprio per questo, evangelicamente protagonisti responsabili. Questa è la fede cristiana, questo è l’orizzonte nel quale si situano tutte le nostre decisioni, scelte, azioni: in una parola la nostra presenza nella Chiesa e nella società. Sto ripetendo a me e confidando a voi una convinzione che mi sta a cuore e che insieme desideriamo rendere sempre più luminosa come testimonianza credibile ed incisiva nel momento storico che stiamo vivendo. Noi tutti intuiamo la ricchezza di grazia e di responsabilità della fede cristiana.

Per crescere ancora in questa consapevolezza riascoltiamo quanto Giovanni Paolo II nel 1984, nel trentennale della nascita del movimento di Comunione e Liberazione, diceva: “Gesù, il Cristo, colui in cui tutto è fatto e consiste, è quindi il principio interpretativo dell’uomo e della sua storia. 3 Affermare umilmente, ma altrettanto tenacemente, Cristo principio e motivo ispiratore del vivere e dell’operare, della coscienza e dell’azione, significa aderire a lui, per rendere presente adeguatamente la sua vittoria sul mondo. Operare perché il contenuto della fede diventi intelligenza e pedagogia della vita è il compito quotidiano del credente, che va realizzato in ogni situazione e ambiente in cui si è chiamati a vivere. E in questo sta la ricchezza della vostra partecipazione alla vita ecclesiale: un metodo di educazione alla fede perché incida nella vita dell’uomo e della storia. […] L’esperienza cristiana così compresa e vissuta genera una presenza che pone in ogni circostanza umana la Chiesa come luogo dove l’evento di Cristo […] vive come orizzonte pieno di verità per l’uomo. Noi crediamo in Cristo, morto e risorto, in Cristo presente qui ed ora, che solo può cambiare e cambia, trasfigurandoli, l’uomo e il mondo” (Roma, 29 settembre 1984).

Cristo non è venuto per farsi servire, ma per servire. Prendendo di nuovo spunto dal testo biblico della Sapienza desidero soffermarmi su un secondo aspetto. Rivolgendosi al Signore, il re Salomone dice: “La sapienza sa quel che piace ai tuoi occhi e ciò che è conforme ai tuoi decreti”. Che cosa piace agli occhi di Dio, quali sono i suoi decreti? La risposta ci viene dalla pagina evangelica di Matteo (10,35-45). I figli di Zebedeo, Giacomo e Giovanni, pongono una richiesta a Gesù: “Maestro, vogliamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo”. E Gesù: “Che cosa volete che io faccia per voi?”. Gli risposero: “Concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra”. Folgorante è la replica di Gesù e inatteso il suo interrogativo: “Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io bevo?”. L’allusione è chiarissima: è conforme al pensiero di Dio, ai suoi pensieri, alla sua volontà il dono totale di sé che si manifesta in modo sommo nella passione e nella morte di Gesù. Non è invece lo stile mondano del potere e della gloria. Sì, il servizio, il dono di sé: questa è la logica che la fede autentica imprime e sviluppa nel nostro vissuto quotidiano. Giacomo e Giovanni con la loro richiesta interpretano in modo erroneo la logica di vita che Gesù testimonia, quella logica che – secondo il Maestro – deve caratterizzare il discepolo, nel suo spirito e nelle sue azioni.

La logica errata non abita solo nei due figli di Zebedeo perché, secondo l’evangelista, contagia anche “gli altri dieci” apostoli che “cominciarono a indignarsi con 4 Giacomo e Giovanni”. Si indignano, perché invidiosi, perché condividono la stessa logica del potere e della gloria. E questo dà modo a Gesù di “chiamarli a sé”, quasi uno stringerli a sé come un corpo unico e indivisibile con lui: “Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono. Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti”. Dominio e servizio, egoismo e altruismo, possesso e dono, sfruttamento e benevolenza, interesse e gratuità: queste logiche profondamente contrastanti anche oggi si confrontano nella cultura e nella società. Nessun dubbio sulla logica scelta da Cristo: lui non si limita a indicarla con la parola al discepolo di allora e di oggi, ma la vive nella sua stessa carne.

Spiega infatti: “Anche il Figlio dell’uomo non è venuto a farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto di molti”. Noi siamo qui a pregare perché l’esempio, anzi il dono totale di sé di Cristo sulla croce sia in noi principio, stimolo e forza per una “fede che opera nella carità”. Sì, ci è chiesto perentoriamente di operare, di intraprendere, di far fruttificare i talenti che la natura e la grazia ci offrono, di saper incidere nella molteplice realtà sociale e culturale e politica, di essere protagonisti dello sviluppo integrale dell’uomo e del mondo… ma tutto questo sempre e solo “in Cristo”, operando con la sua logica e non quella del mondo, illuminati dalla fede e vivificati dalla carità che provengono a noi dalla Croce gloriosa del Signore.

Quell’“in Cristo” dice la spiritualità che deve alimentare tutto di noi stessi: i nostri pensieri e sentimenti, le nostre scelte e azioni, il nostro silenzio e la nostra parola, il momento della gioia e quello della sofferenza, il successo e la fatica. La parola di Paolo: “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me” (Gal 2, 20) è stata così commentata da papa Benedetto XVI nel suo discorso al Convegno di Verona: “E’ stata cambiata così la mia identità essenziale, tramite il battesimo, e io continuo a esistere soltanto in questo cambiamento. Il mio proprio io mi viene tolto e viene inserito in un nuovo soggetto più grande, nel quale il mio io c’è di nuovo, ma trasformato, purificato, ‘aperto’ mediante l’inserimento nell’altro, nel quale acquista il suo nuovo spazio di esistenza. Diventiamo così ‘uno in Cristo’ (Gal 3,28), un unico soggetto nuovo, e il nostro io viene liberato dal suo isolamento. ‘Io, ma non più io’: è questa la formula 5 dell’esistenza cristiana… la formula della ‘novità’ cristiana chiamata a trasformare il mondo” (19 ottobre 2006).

E’ quanto scrive don Giussani nel libro Si può vivere così, rivelando il segreto dell’esperienza religiosa della vita vissuta in comunione con Gesù: il segreto sta nel vivere con Lui. “Come si rende testimonianza a Lui? Vivendo con Lui. Uno che legge tutti i giorni il vangelo, uno che fa la comunione tutti i giorni, uno che dice ‘Vieni, Signore!’, uno che guarda certi suoi compagni per i quali è diventato più abituale questo, può incominciare a sentire cosa voglia dire vivere con Lui. Vivere con Lui si può dire in altro modo: vivere come Lui”. Concludiamo, quasi in preparazione all’atteso 1° maggio, giorno della beatificazione del venerabile papa Giovanni Paolo II, con l’augurio e l’impegno ch’egli lasciava a tutti voi: “Non permettete mai che nella vostra partecipazione alberghi il tarlo dell’abitudine, della “routine”, della vecchiaia! Rinnovate continuamente la scoperta del carisma che vi ha affascinati ed esso vi condurrà più potentemente a rendervi servitori di quell’unica potestà che è Cristo Signore!” (Castelgandolfo, 12 settembre 1985).

Mediante l’intercessione di don Giussani, che riconosciamo nostro Fratello e Padre, sia sempre così: per la Fraternità di Comunione e Liberazione, per i Memores Domini, per la Fraternità Sacerdotale di San Carlo Borromeo, per le Suore di Carità dell’Assunzione, per tutti noi.

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