J’ACCUSE/ C’è un “diritto” a morire che vuole spegnere la voglia di vivere

- La Redazione

La quotidianità dei disabili, spiega ROSARIA ELEFANTE, è spesso afflitta da insormontabili difficoltà, umiliazioni, mortificazioni, povertà e anche solitudine

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Foto Ansa

Mentre l’Italia sembra lacerarsi tra chi, in nome di una presunta libertà, invoca un altrettanto presunto diritto a morire – e, si badi non a un lasciarsi morire, – e chi, partendo da basi giuridiche esistenti, costituzionali, civilistiche e penali, altrettanto tenacemente invoca il diritto alla vita di chi non può o non può più provvedere a sé stesso, i disabili, dai gravissimi ai meno gravi, continuano a vivere e a scegliere di voler vivere la loro quotidianità.

Una quotidianità afflitta da insormontabili difficoltà, umiliazioni, mortificazioni, povertà e spesso solitudine – un vero inferno in Terra – ma affrontata con grande dignità e celata sotto un’apparente straordinaria “normalità” in grado di spiazzare il più determinato dei sostenitori eutanasici.

I disabili e chi li rappresenta non vogliono etichette, non corrono a cercare cartelli con cui schierarsi, non hanno il dilemma se scegliere di appartenere alla “fazione” dei pro life piuttosto che a quella della morte a oltranza in caso di incapacità. Loro “cercano” semplicemente di vivere. I “deboli”, si fa per dire, vedono sulla carta riconosciuti i loro diritti con tanto di norme, dichiarazioni, convenzioni, Carte internazionali, ma nella realtà dei fatti, in quel loro “quotidiano”, tutto questo svanisce, per trasformarsi in un orrore e una battaglia volta al riconoscimento di un dignitoso giornaliero.

Mentre di sera i lunghi monologhi di seguitissimi talkshow si affannano a dimostrare che esistono vite non degne di considerazione, la mattina, i protagonisti di quelle stesse vite lottano per riottenere qualche ora di fisioterapia negata per problemi di “budget”, per l’assegnazione di una carrozzella di postura, indispensabile per poter “vedere” e “vivere” la vita al di là della segregazione ed emarginazione che molti preferirebbero… Insomma, i disabili combattono, ma non per diritti che, attenzione, potrebbero apparire estrapolazioni di sofisticati concetti filosofici destinati ai pochi che hanno la preparazione culturale per condividerli e intenderli, ma semplicemente per il loro riconoscimento come persone.

Il rispetto, la dignità, la solidarietà e, soprattutto, la non discriminazione di persone, quali appunto i disabili richiedono una risposta immediata, energica e inequivocabile. La disabilità non può essere intesa come sinonimo di emarginazione, segregazione, allontanamento e fonte di afflizione, ma piuttosto deve essere accettata accolta e condivisa come tale da tutti i consociati poiché obbligo giuridico. Il principio (si badi e non un mero valore) di solidarietà, l’obbligo giuridico di soccorrere e aiutare gli incapaci, i deboli, vanno coniugati e assicurati a tutti i cittadini a prescindere dal loro stato di salute e dal grado intellettivo e/o di disabilità, non esistendo alcuna distinzione giuridica tra vite degne o non degne di essere vissute. Si è eguali perché tutti aventi pari dignità in quanto appartenenti al genere umano.

La solidarietà è sinonimo giuridico di legame, vincolo, unione, caratterizza cioè il presupposto ontologico di una “comunità”, dove chi compie atti di solidarietà e chi li riceve assumono ruoli potenzialmente interscambiabili e hanno un legame che è garantito e tutelato dallo Stato. In sostanza, il principio di solidarietà garantisce uguaglianza nel godimento dei diritti fondamentali, si badi però che non va confuso con i concetti di beneficenza e assistenza e tanto meno con l’azione del volontariato.

Questi, infatti, rispondono a un onere morale, giustificato su base emozionale, inteso come spinta verso chi, più debole, è più bisognoso. Ma tale spinta emotiva è del tutto soggettiva e può essere propria a chi, con elevata sensibilità etica e morale, si prodiga per aiutare chi non può o non può più fare da solo, ma non ha imposizione giuridica, non tutti fanno parte di associazioni di volontariato, né tanto meno sono obbligati a essere dei volontari: si contraddirebbe addirittura l’accezione del termine stesso.

Ogni cittadino italiano dovrebbe sapere che la solidarietà è allo stesso tempo un diritto e un dovere, giuridicamente inderogabile, che tutti devono rispettare, competendo poi alle istituzioni dello Stato deputate rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana. Ponendo i “principi fondamentali” al vertice delle fonti del nostro ordinamento giuridico, ne deriva che il principio personalista caratterizza la nostra Costituzione, per cui lo Stato esiste in funzione della persona, quindi dovere primario dello Stato è consentire alla persona l’esercizio e la realizzazione dei propri diritti inviolabili. Vengono di conseguenza valorizzati e collocati al vertice della gerarchia i beni indissolubilmente legati all’individuo, tra cui la vita, la dignità, l’uguaglianza e la salute, elevando lo stesso individuo al centro dell’universo giuridico, in una prospettiva collettiva e solidale, dunque per certi versi, finanche pluralista.

Ma se tutto questo è vero, che tipo di messaggio sta arrivando agli adolescenti oggi con un dibattito tanto acceso su cosa fare dei disabili? Se fatichiamo a riconoscere in modo obiettivo il dovere di solidarietà e uguaglianza, quali principi e doveri avrà un futuro uomo e cittadino della nostra nazione e del mondo? E se un giorno il disabile grave, quel giovane lo avrà accanto, magari in famiglia, per esempio un nonno, un genitore, un fratello o un figlio, potranno essere condannate le probabili richieste di allontanamento?

La disabilità è un termine che in ogni modo deve essere scritto e letto al plurale, non esiste la disabilità come categoria univoca, se non come astrazione arbitraria da situazioni di vita che nulla hanno in comune tra loro, determinata secondo coordinate culturali con cui ognuno di noi deve fare i conti.

 

(Rosaria Elefante, Presidente Associazione Nazionale Biogiuristi Italiani)

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