IL FATTO/ Gaber e quella domanda che trova risposta nelle vite dei “piccoli”

- Paolo Massobrio

PAOLO MASSOBRIO racconta alcuni esempi delle innumerevoli iniziative dal basso che fioriscono nei piccoli comuni, dagli spettacoli di beneficienza alla mensa di paese autogestita

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Il monastero benedettino di Grazzano

Giorgio Gaber si chiedeva dove sta la sinistra e dove la destra, e nel suo sfottò divertente diceva quali gli sembravano le cose di sinistra e quali quelle di destra. Oggi siamo arrivati al punto che non si sa più cosa sia la politica e cosa la “tecnica”, intesa come coalizione di amministratori. E mi chiedo: ma la proposta di abolire i Comuni sotto i 1.000 abitanti, è una stata una pensata della politica o della non politica? Ricordate? E’ arrivata come un fulmine a ciel sereno, o meglio come il frutto di una mente disperata, in piena estate, lasciando sul campo tanta tristezza.
Il cosiddetto governo tecnico, tuttavia, si è ben guardato dal riproporla. E non per un fatto di impopolarità (ne ha già fin troppa), quanto perché l’abolizione dei Comuni è un palliativo che non avrebbe risolto un bel nulla, anzi avrebbe aggravato nel medio periodo i costi della socialità. I politici della demagogia spicciola hanno dunque giocato la carta; i tecnici abituati a guardare i conti non l’hanno neanche presa in considerazione (almeno per ora).
In compenso hanno tagliato laddove gli abolitori delle piccole comunità neppure si sognavano di andare… ma che c’azzecca tutto questo con le pagine del nostro argomentare? Bè è di pertinenza, eccome, visto che nei paesi, nelle piccole comunità, si sono conservati i saperi, ma non solo quelli.
Domenica scorsa c’è stata Golosaria tra i paesi dell’Astigiano e mi scuso se arrivo solo al mercoledì, per raccontare uno spunto, ma le giornate di lunedì e martedì sono state prese dalla nomina, che mi ha riguardato, nel Comitato delle Firme dell’Expo 2015 (che per me significa dare respiro ai territori e alla loro rete di eccellenze). Ora, quando domenica sera è finita la festa io avevo il cuore gonfio di riconoscenza. A Montiglio Monferrato, la sera a cena, ho visto un ragazzo, un disabile adulto, che veniva preso a cuore da un’intera comunità e dal suo sindaco, in un momento di difficoltà per la sua famiglia. Ma poi ho visto una compagnia teatrale recitare davanti a 200 persone per raccogliere i fondi per il bambini di una famiglia del paese che aveva bisogno di cure speciali, dopo che all’ospedale gli avevano dato poche speranze. A Dusino San Michele la stessa cosa, con l’orgoglio dell’asilo e della mensa autogestita, che serve l’intera comunità. A Montemagno, il paese della mia amica Cilla, il sindaco mi ha fatto vedere la ristrutturazione di un sito fantastico, sotto le scalinate della chiesa, prima di approvare la De.Co. (denominazione comunale) sul pane locale (la grissia). A Grana e a Casorzo,c’erano tutte le aggregazioni del paese mobilitate: dagli scout alle donne del paese, per far vedere come è bello passeggiare lungo la strada che unisce i due paesi e che ha un punto di ritrovo dove c’è un doppio albero (il bi albero). E poi ho visto Rosaria Lunghi, sindaco di Grazzano Badoglio che con determinazione ha iniziato il processo di ristrutturazione del monastero benedettino dove è sepolto Aleramo, il primo marchese del Monferrato del 961 . 

E la sindaca ha chiamato a raccolta gli enti, ma anche i privati, per far rivivere un simbolo storico, partendo semplicemente dalla suggestione di un articolo che sei anni fa scrissi sulla Stampa. L’avvocato Carlo Alleva, proprietario della Tenuta Santa Caterina (ottimo il suo Grignolino Arlandino) ha voluto creare, a sue spese, l’immagine dell’orto botanico benedettino, come segno di una dedizione geniale dell’uomo ai processi della natura, facendo emergere sempre la bellezza. (La foto me l’ha inviata lei, Rosaria Lunghi, questa mattina presto. Ed io l’ho pensata lì nel chiostro, col sole che baciava questo paese di collina del Monferrato, piena di gratitudine per la sua comunità).
A questo punto mi chiedo ? Ma questi sindaci cosa sono se non degli eroi, o semplicemente dei buoni padri e madri di famiglia, che danno il loro tempo incondizionatamente per la vita di una comunità, dove si
esprime ancora una certa socialità, custode anche del gusto, dei saperi di un tempo. Di questa Italia vera io credo si debba parlare. E dentro quel clima di festa e di determinazione, quest’anno, non ho visto lo spreco o il folclore becero di altre situazioni che ormai appartengono al passato; ho visto la dignità di una civiltà di uomini e donne che hanno un punto da cui ripartire.



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