IL CASO/ Perché la Turchia non vuole il monastero cristiano del Tur Abdin?

Ankara è alla prova sulla tutela dei diritti delle minoranze. Ora il pomo della discordia è il monastero cristiano più antico del mondo. Il commento di CAMILLE EID e PAOLO DALL’OGLIO

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Il governo di Ankara alla prova del nove sulla tutela dei diritti delle minoranze. Sul Tur Abdin, la Montagna dei servi di Dio (questo il significato del termine) si testano i requisiti della Repubblica turca per la pre-adesione all’Ue previsti dagli accordi di Copenaghen. Il Consiglio europeo tenutosi nel 1993 nella capitale danese ha infatti fissato tra i requisiti per l’accettazione della candidatura di uno Stato all’ingresso nell’Unione europea la presenza di istituzioni stabili che garantiscano, oltre alla democrazia, lo stato di diritto e i diritti dell’uomo, dunque il rispetto e la tutela delle minoranze. 

Proprio sul Tur Abdin infatti si sono fissati in questi giorni gli occhi della comunità internazionale in seguito alla discussa sentenza della Corte suprema d’appello di Ankara, l’ultimo grado della giustizia turca, che accogliendo la denuncia sporta anni fa da tre villaggi musulmani curdi della tribù Celebi, ha messo in discussione la proprietà del suolo su cui sorge Mor Gabriel, il monastero cristiano più antico del mondo, da secoli cuore pulsante della comunità ortodossa siriaca e dove vivono ancora oggi, insieme con il Metropolita Mor Timotheus Samuel Aktash, tre monaci, undici suore e trentacinque ragazzi cui vengono trasmessi i tesori intangibili del monastero: l’antica lingua aramaica (la lingua di Gesù) e la tradizione ortodossa siriaca. 

Camille Eid, giornalista libanese da anni attento osservatore delle vicende mediorientali, ci aiuta a comprendere meglio la storia di quel fazzoletto di terra che sorge lungo il confine tra Siria e Turchia, già noto per le vicende che vedono contrapposti il gruppo separatista armato Pkk (il Partito dei lavoratori del Kurdistan) e l’esercito turco.

«Che l’interesse internazionale si soffermi su questa vicenda è cosa buona, quando è così niente va perso. Purtroppo la comunità ortodossa siriana non gode di protezione sufficiente. Almeno non come la chiesa cattolica. Certamente è ancora vivo il ricordo di vicende drammatiche come quella di don Andrea Santoro (il prete morto assassinato in Turchia, ndr) ma la chiesa cattolica è protetta da un punto di vista internazionale dalla presenza del papa e del Vaticano. Quella siro-ortodossa invece è abbandonata a se stessa. Non ha nessuno alle spalle. Tranne chi si interessa al patrimonio artistico-culturale». 

I religiosi, oltre ad essere accusati di occupazione abusiva del suolo (perché non hanno i documenti per dimostrare il possesso di un luogo che è stato fondato nell’anno domini 397), sono stati falsamente accusati di condurre attività “anti-turche” soltanto perché educano anche giovani non cristiani. Alla notizia ha fatto eco con sdegno la stampa nazionale turca e ora la vicenda sembra destinata a raggiungere la Corte europea dei diritti umani, un percorso già seguito con successo anni fa dal Patriarcato greco di Costantinopoli per ottenere la restituzione dell’edificio orfanotrofio ortodosso di Buyukada a Istanbul.

«La zona in cui sorge Mor Gabriel» spiega Eid «era storicamente popolata da una popolazione siriaca ma in mezzo a un mosaico di altre etnie. Già il nome stesso, Tur Abdin, è un nome siriano, a testimonianza di questa antica presenza che contava ancora fino alla metà degli anni 60 del secolo scorso circa 180mila fedeli. Ma con gli accordi di Losanna del 1923 la popolazione siriaca che occupava quella fascia di territorio non è stata tutelata. Questi accordi, infatti, riconoscevano la personalità giuridica a tre minoranze: la comunità armena, quella greco ortodossa e la comunità ebraica. Mentre alle altre comunità cristiane, tra cui quella siro-ortodossa no». 

I siro-ortodossi, in assenza di tutele, sono stati costretti così ad un forte esodo verso l’occidente, Svezia e America in particolare. Quanto alla presenza cristiana in Turchia è noto come essa sia stata più volte messa a repentaglio in passato: «tra un paio d’anni si celebra il centenario del genocidio armeno, la minoranza che rappresentava circa il 20 percento dell’attuale popolazione della Turchia e che è stata costretta all’esodo oppure massacrata». L’altra realtà presente con una certa consistenza, ma anch’essa oggi decimata, è quella greco ortodossa, «costretta in base a un accordo tra Grecia e Turchia ad uno scambio di popolazione».

Qualche commentatore ha ipotizzato una colorazione politica della sentenza di Ankara, con la regia occulta del premier Recep Tayyip Erdogan sullo sfondo della vicende della rivoluzione siriana. È noto infatti l’appoggio di Erdogan ai ribelli del regime di Assad. «Non vorrei» commenta Eid «che un avallo politico alla sentenza possa nascondere l’intento di mettere a tacere le tribù curde adesso che la Siria preme sul versante meridionale della Turchia». In definitiva, secondo Eid, si tratta di una sentenza che «contrasta con la diplomazia del dialogo degli ultimi anni: basti pensare per esempio al recente viaggio di Papa Benedetto XVI in Turchia». 

Mentre sempre in merito alle supposizioni di chi vede un avallo politico del governo alla sentenza, è netto il giudizio di un altro osservatore del Medio Oriente, il gesuita italiano padre Paolo Dall’Oglio, recentemente costretto ad abbandonare la Siria che dice: «la notizia è di per se motivo di sofferenza. C’è da auspicare che risulti in definitiva infondata. Erdogan è un uomo conosciuto per il suo desiderio di composizione, di pacificazione con i curdi e di rispetto per le minoranze cristiane in Turchia. Ed è stato anche l’uomo del tentativo di riconciliazione con gli armeni. Speriamo semplicemente che Erdogan possa agire per ristabilire la giustizia».

 

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