IN VIAGGIO CON IL PAPA/ Cos’è successo, davvero, sull’aereo con Bergoglio

- Cristiana Caricato

CRISTIANA CARICATO, a bordo dell’Airbus che riprotava a Roma il Papa, racconta quell’ra e venti minuti straordinari in cui Bergoglio si è concesso ai giornalisti

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Papa Francesco (Infophoto)

Ebbene sì, l’avevo detto! Al contrario di chi premette a questa saccente affermazione l’ipocrita “odio doverlo dire”, provo un’intima soddisfazione nel constatare che la mia previsione si è rivelata corrispondente a quanto poi verificatosi. Il ruolo di Cassandra mi si confà, soprattutto quando profetizzo qualcosa di bello. E come volevasi dimostrare Francesco ha scombinato le carte in tavola. Pensavo di aver chiuso il viaggio in Brasile con una bella analisi sulla Chiesa bergogliana e invece devo fare i conti con l’appendice a quota 13mila metri. 

Sto parlando, ovvio, della conferenza stampa tenuta dal Papa a bordo dell’Airbus 330 dell’Alitalia che lo portava diligentemente a casa. La sua nuova casa. E del roboante strascisco di polemiche che le sue scatenate riflessioni hanno provocato. Prima di entrare nel merito, per rendere partecipi tutti di quanto accaduto, devo riportare i fatti: circa un’ora prima della partenza dall’aeroporto di Rio de Janeiro veniamo informati che il Papa concederà un po’ di tempo ai giornalisti embedded per qualche domanda, subito dopo il decollo. 

La notizia ha eccitato e sfiancato i 76 prodi che per una settimana avevano trottato carichi di ogni genere di ausilio elettronico sotto la pioggia, il sole e il vento dietro a quell’uomo, di una certa età, che non aveva mostrato segni di cedimento, saltando da un appuntamento all’altro sempre fresco e riposato, esibendo un bel sorriso sfacciato per di più. Qualcuno di noi iniziava già pensare che sotto la tonaca bianca nascondesse la tuta di “ironman” (io per la verità lo penso ancora). E francamente speravamo che la dichiarata “allergia” alle interviste lo portasse a dare qualche rispostina simpatica ad un paio di domande blindate. Insomma un’oretta di lavoro e poi una bella dormita fino a Roma. Lo so: il mestiere, la professionalità e l’occasione unica e bla bla bla…ma quando hai dormito un totale di 9 ore in 7 giorni, non sai più in che fuso orario ti trovi (a proposito perché la gente non calcola mai le distanze orarie quando chiama per salutarti o perché ti ha visto in TV e vuole farti sapere che il rosso ti sbatte e la piega dei capelli era approssimativa) e non sai più che sapore ha un cibo non sintetico (mi riferisco al genere sputato dalle macchinette), sei disposto a soprassedere sulle opportunità offerte dalla condizione di VAMP e l’unica cosa che desideri è un po’ di pace e un bel pisolino. E invece no. 

Francesco arriva e ci regala una delle più belle interviste mai rilasciate da un pontefice. Quesiti liberi, tempo illimitato, tono confidenziale e sincerità assoluta. Bergoglio allo stato puro. Eravamo frastornati, persino paralizzati, quando ci è stato comunicato da Vik van Brantegem, assistente del direttore della Sala Stampa Vaticana, che le cose stavano così e che ci saremmo dovuti organizzare per porre le domande con un minimo di ordine. Così abbiamo fatto, divisi per gruppi linguistici abbiamo preparato una serie di interrogativi da sottoporre al Papa. E vi assicuro c’era di tutto. E la cosa stupefacente è che lui ha risposto a tutto. 

Dalla lobby gay in Vaticano al caso Ricca, dalla comunione ai divorziati risposati al rapporto con Benedetto, dalla vicenda Vatileaks alla riforma dello IOR, dai prossimi viaggi a quel monsignore (Scarano) finito in galera. Insomma il sogno di ogni vaticanista. Da quando è arrivato sorridente e pacioso in coda all’aereo, dove eravamo stati confinati, al suo saluto finale è trascorsa 1 ora, 21 minuti e 45 secondi. Cronometrati dal mio iphone. Gli sono state poste quasi 20 domande e non ha proferito un “no comment”. Nessun argomento evitato o glissato, persino i temi più spigolosi e delicati sono stati affrontati con lo stile franco e diretto che abbiamo imparato a conoscere. Un comunicatore nato, che non ha sbagliato un colpo né un battuta, uscendo vincente da un ring in cui se la doveva vedere con un plotone formato dalle maggiori testate del mondo. E non tutte amiche. L’arma strategica è stata la sua sincerità, il porsi così come è, senza filtri. Ha spiazzato tutti. Giuro che ho visto qualcuno dei miei più smaliziati colleghi piangere. Non so se per la felicità e per la spaventose mole di lavoro consegnata con allegria dal pontefice. 

Non mi soffermo su quello che è già stato riportato con dovizia di particolari ma mi permetto qualche osservazione sul materiale di discussione offerto dal Papa con le sue risposte. Al contrario di molti giornalisti, e pare anche di un gran numero di cardinali e vescovi, Francesco non è per nulla preoccupato dalle complesse vicende che riguardano la struttura curiale e l’assetto di certe istituti (vedi IOR). Non lo spaventa il lavoro, vuole prendere decisioni senza tradire l’amata collegialità e soprattutto si fida dei suoi collaboratori. Il verbo “fidarsi” è ritornato più volte durante la chiacchierata: si fida di chi è a lavoro nelle commissioni stabilite per studiare le vicende più spinose, si è fidato del popolo brasiliano chiedendo di allentare le misure di sicurezza, si fida dei suoi collaboratori in Vaticano, che vorrebbe un po’ più vecchio stampo, discreti e leali, schietti fino alla contestazione, si fida della Madonna e del suo Dio, a cui ha chiesto di sostenerlo nel suo ministero. 

E’ un papa riformatore per costituzione: e non parlo della struttura vaticana, ma anche del piglio con cui ha affrontato temi stagnanti e ricorrenti. Ruolo delle donne, comunione ai divorziati/risposati, movimenti e rapporto con altri confessioni cristiane. Nell’ordine ha definitivamente sentenziato che le donne nella Chiesa sono più importanti degli uomini perché nel collegio apostolico Maria aveva un ruolo superiore agli apostoli (ci si può girare intorno ma il succo è questo) auspicando una bella riflessione teologica in tal senso. Poi ha spiegato che nel tempo della Misericordia, bisogna affrontare il nodo dell’accesso ai sacramenti per i divorziati risposati nella totalità della pastorale matrimoniale. Motivo per cui è allo studio un sinodo sulla vicenda. Ama il titolo di “Vescovo di Roma” perché è il primo nell’ordine ma non nasconde la prospettiva ecumenica che ha aperto la sua predilezione. E’ francescano nell’elogio dell’austerità, ma ammette candidamente che certe scelte, come la decisione di abitare a santa Marta, sono dettate da motivi “psichiatrici”. E ancora nell’affrontare gli scandali che hanno insidiato il suo ancora breve pontificato, ha mostrato buon senso e fermezza, dicendo chiaramente ciò che è vero e ciò che non è vero. 

 

Esempio Mons. Scarano “non è proprio la beata Imelda”, vale a dire uno stinco di santo, ma nel passato di Mons. Ricca non sono stati ritrovati elementi che confermino una condotta scandalosa (e non è un atto di fiducia questo ma il risultato di una investigazione secondo il diritto canonico). E poi l’ironia nel disinnescare le elucubrazioni e le fantasiose ipotesi formulate su immagini e atteggiamenti, la cassa tra lui e il Papa emerito nel primo incontro di Castel Gandolfo e la valigia nera con cui è salito a bordo dell’aereo che lo portava in Brasile. Nella cassetta bianca data da Benedetto c’era tutto il caso Vatileaks e nella sua borsa nera semplicemente un rasoio, il breviario, l’agenda e un libro su santa Teresina. Nè il contenuto dell’una che dell’altra lo spaventa. E infine abbiamo un uomo che è stato un prete e un vescovo molto felice, e che da Papa non è da meno, nonostante qualche volta gli manchi poter scorrazzare per Roma a piacimento, soffra di sciatica perché la sedia dove siede per ricevere è scomoda (ma vogliamo dargliene una ergonomica?), e lamenti una forma di pazzia che lo porta ad azzerare le distanze tra lui e la gente. Del capitolo lobby gay parlerò un’altra volta. Lì c’è il meglio di Francesco. Misericordia e umiltà. Posso solo dire che quando ci ha salutato eravamo affranti, ma non per la notte in bianco che ci attendeva, ma per il dispiacere di non poter più godere della sua presenza.  

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