LETTERA/ Un detenuto: qui vedo la Croce cambiare la gente

- La Redazione

In occasione della domenica di Pasqua, un detenuto (in articolo 21) scrive un lettera in cui racconta, con gli occhi dei suoi compagni chiusi in cella, l’arrivo della festività

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Immagine di archivio

Sono un detenuto in art. 21: esco dal carcere la mattina, vado al lavoro, rientro la sera. Naturalmente, per motivi di lavoro, una mattina a settimana, anziché uscire, rientro nei laboratori del carcere dove ho lavorato per tanti anni alle dipendenze di una cooperativa sociale. Rientrando ho quindi la possibilità, e mi viene da dire il “privilegio”, di rivedere i compagni con i quali ho condiviso 2, 3, 5 o magari anche 10 anni di carcere.

Ogni volta è un insieme di emozioni, anche difficili da gestire per quanto contrastanti: felicità, dolore, disagio, ma anche tanto stupore e tanta commozione. La felicità è, ogni volta, quella di rivedere persone con le quali ho condiviso lunghi anni, e che “uscendo”, seppur soltanto in art. 21, pensavo di non incontrare più. Ed è un dolore pensare di non poter più sentire, né vedere, un amico col quale hai diviso e condiviso sofferenze, speranze, sogni e spesso anche una piccola cella.

Ma il dolore più grande è vedere i miei compagni che, per mille motivi, non riescono a uscire. Ed è proprio di fronte a questi miei compagni che vivo la mia condizione di art. 21 con una punta di disagio, nonostante loro nulla facciano per farmi pesare la “differenza”. Ma a prevalere sono ogni volta lo stupore e la commozione. Venerdì Santo ero in carcere ed ho potuto constatare, vedere e toccare con mano come Cristo sia sempre all’opera. Anche e forse soprattutto in carcere. Ho incontrato Biagio, ergastolano che ancora non è mai uscito neppure in permesso. Mi ha abbracciato con lo stesso sguardo, con lo stesso sorriso e mi viene da dire con lo stesso identico cuore con il quale venerdì pomeriggio alla Via Crucis mi ha abbracciato e sorriso suo fratello Gianni, ergastolano anche lui ma che, a differenza del fratello Biagio, dal carcere esce tutte le mattine per andare a lavorare. Due condizioni diversissime: eppure lo stesso abbraccio, lo stesso sorriso, lo stesso cuore. Ecco lo stupore e la commozione.

Sempre venerdì mattina in carcere ho incontrato un mio compagno cinese. Di religione buddista, era appena tornato ai capannoni dalla Santa Messa. Mi ha raccontato che, al momento di baciare la Croce di Cristo, seppur invitato da un amico, non se l’è sentita. “Ma ho sentito un dolore, un dolore molto forte per non averlo fatto, e ancora soffro, sto molto male, non so cosa fare“. Al mio amico cinese non ho saputo dire praticamente nulla. Soltanto che doveva fare tesoro di ciò che aveva sentito nel cuore, di quella domanda che si era prepotentemente aperta, e cercare, lui, una risposta. Ma ecco riaffacciarsi ancora tanto stupore e tanta commozione.

Mi stupisce poi come Papa Francesco presti tanta attenzione a noi detenuti (e lo stiamo vedendo anche in questi giorni), sicuramente Lui non lo fa per “mandato istituzionale” o perché gli viene imposto, così come l’Europa sta facendo nei confronti dello Stato italiano. È un amore all’Uomo, alla Persona che sentiamo arrivare direttamente a ciascuno di noi, al nostro cuore.

Ieri pomeriggio, Venerdì Santo, sono andato alla Via Crucis. Ho baciato il Cristo con le braccia stese sulla Croce e, ancora una volta con non poca commozione, ho pensato anche al mio amico cinese. Sì, perché oltre 2000 anni fa, quel Cristo si è “caricato” la colpa di tutto il genere umano, e da quel momento, dalla Sua morte, tutti hanno guadagnato l’innocenza e sono stati resi uguali. Pronti per ricominciare una storia diversa e un cammino nuovo di salvezza da compiere insieme. Buona Pasqua a tutti.

Antonio 

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