CASO GALANTINO/ Migranti, il ricatto della paura e il “mondo piccolo”

- Giuseppe Frangi

Dibattito infuocato sul dramma dei migranti. Ieri mons. Nunzio Galantino, segretario generale della Cei, ha definito il governo “assente”. Il commento di GIUSEPPE FRANGI

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Mons. Nunzio Galantino, segretario generale della Cei (Immagine dal web)

C’è un dato a cui forse bisognerebbe prestare umanamente più attenzione, quando si parla di immigrazione. Dall’inizio dell’anno la media di persone morte nel tentativo di attraversare il Mediterraneo è di una ogni due ore. Se una priorità c’è evidentemente riguarda quindi innanzitutto questa terrificante strage che si consuma attimo per attimo alle porte di casa nostra. Ovviamente i morti nel Mediterraneo non hanno volti, a volte fanno fatica a diventare anche numeri, perché restano nell’indeterminatezza delle tragedie di “nessun conto”. Ma quella media deve farci pensare. E deve far capire quanto sia lontana, oltre che dalla realtà anche dalla vita, la polemica scatenata da Salvini, da Grillo, come pure da buona parte del centrodestra, per conquistare spazio mediatico nel vuoto estivo.

In Italia da inizio 2015 sono sbarcati poco più di 100mila migranti, a cui vanno aggiunti quelli arrivati via terra. Per la stragrande maggioranza di loro il nostro paese è solo terra di passaggio. Per cui se si guarda ai numeri reali si capisce che siamo di fronte a una questione umanamente e storicamente di portata immensa, ma che incide in maniera davvero ridotta sulla vita di tutti i giorni. Come ha giustamente ricordato il segretario generale della Cei Nunzio Galantino, la Giordania in questo momento sta accogliendo circa due milioni di profughi dalla Siria, e chi visita il paese non ha la minima percezione di un paese sotto assedio. 

Salvini & company giocano dunque tutto sul ricatto percettivo, cioè fanno leva su una sensazione epidermica diffusa tra le persone di trovarsi davanti ad un’invasione e irresponsabilmente soffiano sul fuoco. Ovviamente il resto della politica tace perché il timore di perdere consensi manda tutti in fibrillazione (a proposito, è sorprendente come i ragazzi movimentisti dei 5 stelle abbiano accettato le uscite paraleghiste di Grillo senza fiatare). Così l’unica voce in grado di affrontare la realtà è rimasta solo quella della Chiesa. 

Affrontare la realtà significa capire e far capire che i migranti arrivati e rimasti nel nostro paese sono lo circa lo 0,2 per cento della popolazione italiana, che sono trenta volte meno di quello accolti da un paese con ben meno mezzi come la Giordania. Affrontare la realtà significa anche dire che l’accoglienza ha determinato pochi contraccolpi locali, spesso fomentati da gruppi oltranzisti che lavorano, pro domo loro, ad esasperare le situazioni.

Ma soprattutto affrontare la realtà significa capire che siamo di fronte ad un fenomeno di portata epocale, e pensare che sia un fenomeno che non ci riguardi è una presunzione non solo umanamente ripugnante, ma è anche sintomo di idiozia storica e politica.

A proposito di idiozia, come ha candidamente ammesso il ministro degli Esteri britannico Philip Hammond, i migranti sarebbero dei “saccheggiatori” che minacciano “lo stile di vita occidentale”. Ovviamente Hammond è stato redarguito da tutti, ma la sua battuta è stata rivelatrice. Perché in effetti lo stile di vita dei paesi ricchi si regge su un’asimmetria sempre meno giustificabile e anche controllabile, come ha ricordato con grande precisione e lucidità il papa nella sua enciclica, Laudato si’. Un’enciclica che è un vero, imprescindibile documento sulla nostra storia presente. 

Salvini e amici sono quindi epigoni di un piccolo mondo che pensa di poter restare uguale a se stesso mentre tutt’intorno la realtà preme in modo drammatico e travolgente.

Ed è la realtà, ad esempio, di quel padre che è fuggito da Kobane e che ieri abbiamo visto sbarcare tenendo stretti in braccio i suoi due figli. Il sorriso che gli attraversava il volto segnato, o meglio scavato, da chissà quante fatiche, dolori e paure, è un sorriso che fa capire come l’avventura di chi arriva nel nostro paese sia qualcosa a cui guardare con enorme rispetto e anche con commozione. E che ci dice come il suo futuro non sia scindibile dal nostro. Il futuro è suo. O di noi con lui. 

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