ATTENTATO A NIZZA/ Quel rischio di guerra civile di cui (quasi) nessuno parla

Nizza, in Costa azzurra è un simbolo storico e culturale dell’Occidente . Il terrorista ha agito a ragion veduta. Hollande si è reso conto di tutto questo? GIANLUIGI DA ROLD

16.07.2016 - Gianluigi Da Rold
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Foto LaPresse

Siamo al terrorismo “fai da te”? Viviamo tra lupi solitari che provocano l’imprevedibile? Oppure ci sono impulsi quasi automatici che arrivano da tutte le parti e ordinano di colpire in qualsiasi modo? L’identikit del terrorista di Nizza sembra tutto da decifrare, l’Isis festeggia, ma ufficialmente non rivendica. Tuttavia il significato di questo ennesimo attentato e di questa nuova orrenda strage sembra scolpito sulla pietra.
La strage sulla Promenade des Anglais è arrivata il 14 luglio, quando in Francia si festeggia la “presa e la caduta della Bastiglia”, la fine dell’Ancien régime, la vittoria della laicità, della costituzione che rispetta i diritti dei cittadini. Si stabilisce finalmente che “non c’è solo il cuore del Re a essere nella mani di Dio”. Si fosse commemorato il Terrore che seguì alla “grande rivoluzione”, forse il massacratore di Nizza non avrebbe agito e l’Isis non avrebbe festeggiato.
Ma quel 14 luglio del 1789 è impresso nel cuore dei francesi e di tutti i democratici del mondo. Per questo nelle strade delle città di Francia, da quasi 230 anni, si balla, ci si conosce, ci si incontra magari per restare insieme tutta la vita, come capitò in un 14 luglio degli anni Trenta del Novecento a Parigi, a Giorgio Amendola e a Germaine Lecocq.
A pensarci bene, il 14 luglio è la ricorrenza più blasfema che possa esistere per i fanatici cultori della sharia.
Poi c’è il significato storico, non solo turistico, della Costa Azzurra, di Nizza e di tutto quel braccio di mare che va da Mentone fino a Cap d’Antibes, con al centro la splendida Baie des anges. Lì, immerso nel sole della Costa, c’è un pezzo di storia che riguarda francesi, italiani, inglesi e americani, che riguarda tutto l’Occidente.
Furono gli yankee americani a essere i primi turisti e i primi bagnanti che frequentarono le spiagge. Gli inglesi passavano la cosiddetta “saison” in aprile, tra passeggiate e stanze d’albergo da favola, poi si spostavano, per il caldo, a Parigi, e poi a Londra, per il Torneo di Wimbledon e le gare di criket. Di quel nostalgico e malinconico periodo tra le due guerre, rimane per gli americani il libro di Francis Scott Fitzgerald Tenera è la notte, ambientato in un ospedale per soldati feriti della prima guerra mondiale, poi diventato uno splendido hotel proprio a Cap d’Antibes.
Degli inglesi rimangono nomi di strade e di residenze di ogni tipo. Ma non si pensi solo a un mondo di magica ricchezza. Accanto allo snobismo di quella borghesia e anche di tanta nobiltà, decaduta o meno, c’era e c”è sempre una grande anima popolare che viveva e vive a ridosso. 

Dopo la Promenade des Anglais a Nizza, c’è lo Chemin des Anglais e se si segue un breve tratto di strada in salita si arriva al vecchio porto, dove ancora esiste (venduta) la piccola e popolare casa di Giuseppe Garibaldi, dove visse ragazzino, dove perse per malattia una piccola sorellina, dove imparò ad andare a mare. E ci sono ancora i bistrot, dove si sente un dialetto che ricorda la cadenza genovese, quello dei pescatori che li frequentano insieme ai marinai che guidano i traghetti per la Corsica.
E’ soprattutto un bellissimo pezzo di storia la Costa azzurra, il simbolo dell’esatto contrario della vacanza esotica, o della vacanza di massa dei nuovi europei e dei nuovi occidentali. E’ un vecchio angolo dell’Occidente che tiene ai suoi valori e alle sue tradizioni. Lì si sono rifugiati Somerset Maugham, Graham Greene, spesso Lord Beaverbrook e il suo litigioso amico Winston Churchill, che ogni tanto valicavano la frontiera italiana per andare a mangiare alla Mortola, proprio sopra una splendida villa inglese. Ma ritornando in Francia, si mettevano sulla “moyenne corniche” e a volte si fermavano a bere un “cicchetto” nei bar sgangherati e popolari de La Turbie.
Quanto deve essere lontano e odioso questo mondo per gli islamisti della vulgata wahabita. Deve proprio essere intollerabile, foriero di un progresso che ha fatto grande l’Occidente come Max Weber descriveva con passione nella nota introduttiva del suo La riforma protestante e lo spirito del capitalismo.
E qui veniamo al problema che viviamo. L’occidente e il cristianesimo hanno vissuto i loro scismi, le riforme e le controriforme. Qualcuno ne faccia pure il bilancio storico, come vuole e crede. Ma non si venga a negare che oggi il mondo intero sta subendo uno scisma che appartiene all’islam, lo scisma wahabita o salafita, che ha dichiarato guerra all’Occidente. E’ un’ideologia ben precisa che non ammette tregua, che, secondo i calcoli, ha 30mila adepti in attività e altri 30mila adepti potenziali, secondo una stima prudenziale. Non vedere questa realtà significa solamente chiudere gli occhi e di conseguenza non trovare le misure adatte per difendersi e combattere questa guerra terrificante che ci è stata dichiarata.
Sul terrorismo da riconoscere a da individuare, in Italia ci volle del tempo anche durante gli anni delle Brigate Rosse, che, secondo noti intellettuali, erano le “cosiddette brigate rosse”. Roba da brividi.
Qui, in una situazione come questa, si sprecano parole per programmi culturali e scolastici oppure si tuona a sproposito contro tutto l’islam. L’unica cosa che non si fa è invece quella di coordinare un lavoro di intelligence e prevenzione internazionale sistematico, almeno a livello occidentale, e richiamare l’islam europeo, quello integrato, al rispetto scrupoloso delle leggi dello Stato ospitante.

Rispettare le leggi significa anche che in questo momento lo scisma islamista wahabita impone la necessità di seguire regole più severe, quasi di guerra, e quindi una collaborazione più attiva di tutta la popolazione, anche degli islamici che vivono e lavorano pregando il loro Dio. Non di alcune dichiarazioni sporadiche ed episodiche, oppure di qualche manifestazione di pochi volenterosi.
Ci vuole il coraggio della denuncia, ci vuole la forza di isolare chi sta diventano l’interprete della distruzione della ragione e della convivenza umana.
Israele, che è Occidente, convive dal 1948 con un terrorismo endemico, con guerre che hanno l’obiettivo di cancellarlo dalla faccia della terra. Forse l’Europa e l’occidente devono rendersi conto che qualche aspetto della realtà israeliana si sta vivendo anche qui, in questo momento, e occorre prendere le contromisure necessarie.
Continuare semplicemente a dire che bisogna “andare avanti e vivere come prima” è una consolazione che sta diventando sempre più episodica e sempre meno consolatoria di fronte all’escalation del terrore wahabita.
Anche perché la società europea e occidentale sembra completamente impreparata, troppo fragile di fronte a questa terribile minaccia. Galleggiare, come si sta facendo in questo momento, tra accuse di “buonismo” e accuse di “populismo” non serve assolutamente a nulla. Di fronte a questa impotenza di parole, circa una settimana fa, il capo dei servizi segreti francesi, appena riformati, ha avvisato il Presidente della Repubblica, François Hollande, che si sta quasi rischiando una “guerra civile”, perché arrivano voci di “gruppi di destra francese” che si stanno organizzando per azioni di rappresaglia contro gli immigrati delle vecchie colonie.
Non intervenire con le misure necessarie può produrre contraccolpi durissimi e facilitare solo i piani dell’ideologia wahabita. La Francia, come ricordano i vecchi, è il Paese del 14 luglio, del 1789, ma anche quella dell’Oas (Organizzazione armata segreta) che ci volle un De Gaulle perché rimettere in carreggiata.

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