GIACOMO PORETTI/ “Ius Soli? Non è necessario essere italiani all’anagrafe per operare il bene”

- Niccolò Magnani

Giacomo Poretti, l’ironia e il giudizio “leggero”: “Ius Soli? Non è necessario essere italiani all’anagrafe per desiderare e operare il bene”. La lettura del “vero” comico

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Giacomo Poretti (LaPresse)

Alzi la mano chi pensa che un comico non possa dirci insegnarci qualcosa. Mmhm… siate seri, non intendiamo l’arte del far ridere (quella è innata, si può far crescere ma non si può inventare). Intendiamo proprio qualcuno che possa essere maestro nella semplice realtà. Ecco, ne vedo troppe mani alzate signori: forse non conoscete bene Giacomo Poretti, sì quelli di Aldo, Giovanni e… appunto Giacomo. Proprio lui. Fenomenali poteri comici in un minuscolo spazio vitale (cit. e ora andatevi a pescare da dove!). Ebbene, da qualche tempo ha cominciato a scrivere ogni tanto su Avvenire commentando i fatti della settimana, senza un appuntamento fisso ma quando ha voglia di cominciare qualcosa. Come fa un amico con un altro amico, o come fa un insegnante vero con degli studenti: non c’è nulla che si “deve” insegnare, ma c’è sempre qualcosa che vale la pena essere imparato. Giacomino, come viene amabilmente chiamato nei film cult del trio tra i più divertenti d’Italia, ha scritto oggi un lungo articolo sullo Ius Soli: alt, astenersi pregiudiziali e “fazionisti” d’ogni genere.

Il diritto alla cittadinanza italiana di cui si sta discutendo con la legge presentata dal Pd e che di fatto divide l’opinione pubblica non vede in Giacomo Poretti un “sostenitore” di una delle due fazioni in campo. A lui questo non interessa: lui guarda, racconta, racconta di sé e racconta della sua realtà con quell’ironia che è la sua lente per vedere meglio il mondo: «Viviamo in un’epoca complicata fatta di parole difficili, e ad aggravare la situazione ogni giorno ne nascono di nuove, misteriose e minacciose. In particolare a me inquietano i prefissi: post, trans, multi, pan, meta, inter… E non è finita: ti svegli un mattino e ti senti dire che devi decidere se ti va bene il Mattarellum – ma cos’è? – o il Porcellum, «Lo gradisci il Porcellum oppure no?», «preferirei il Rosatellum», «a me no grazie, il rosato fa venire il mal di testa…». Ma non avevano detto che era l’inglese la lingua su cui investire per il futuro? Che se non impari l’inglese sei un uomo finito, se i nostri figli non fanno 20 ore di inglese alla settimana finiranno per essere dei derelitti? E com’è che saltano fuori tutte ’ste parole in latino?».

“NON SO COSA SIA LO IUS SOLI”

E si arriva così allo Ius Soli (letteralmente diritto alla cittadinanza legato al territorio): ««Cosa ne pensi dello Ius soli? ». «Ma che devo dire? lo accetto obtorto collo, l’importante che non sia sine die ». «Non si preoccupi, lo faranno una tantum». « us soli, una tantum? ». «Ma che vuole, mutatis mutandis, nos italici semper defecare fecimus… », inutile, un genio letteralmente. Il confronto tra le “parole complesse” e la realtà di tutti i giorni viene smascherato senza alcuna acredine e senza per forza l’utilizzo dell’urlo per farsi sentire: «Noi italiani siamo fatti così: l’aperitivo preferiamo chiamarlo happy hour, scaricare è provinciale e allora è meglio download, after shave è meglio di dopobarba, bipartisan è chic, condiviso è cheap, benchmark è figo, confronto è roba da vecchi. Noi italiani siamo sempre stati attratti da parole che non comprendiamo. Comunque, se le parole sono difficili figuriamoci i concetti che rappresentano», scrive ancora Giacomino su Avvenire. La legge proposta dal governo italiano, lo ius temperato, prevede di concedere il diritto di cittadinanza (se il genitore in possesso di permesso di soggiorno di lunga durata non proviene dall’Unione europea) a chi possiede un reddito non inferiore all’importo annuo dell’assegno sociale; disporre di un alloggio che risponda ai requisiti di idoneità previsti dalla legge; superare un test di conoscenza della lingua italiana.

ITALIANI ALL’ANAGRAFE E PERSONE “GIUSTE”

Ed ecco che torna il commento “illuminato” perché umile del buon Poretti: «ma 50 anni fa la famiglia del mio amico Pino, che all’epoca della sua venuta a Milano aveva 3 anni, secondo voi viveva in alloggi con requisiti di idoneità? La risposta è sicuramente no, perché anche la stragrande maggioranza dei lombardi – tipo io – vivevamo all’epoca in 4 in una stanza e mezzo, figuriamoci i terroni come il mio amico Pinuzzo». E giù con la carrellata di paragoni tra gli “immigrati” italiani e i lombardi, in particolar modo i milanesi di cui Giacomino si sente parte pur essendo nato a Legnano, paese più vicino a Varese che non a Milano stessa. A lui non interessa parlare di ius soli, interessa parlare di persone: non deve giustificare una scelta legislativa piuttosto che un’altra, non è suo compito, eppure riesce a farti capire come la pensa semplicemente raccontano la sua realtà, che poi non è molto distante da quella di tutti noi, tutti i giorni. «Questa è una storia di gente che si sposta, di gente che cerca di spostarsi nel posto giusto; ma questa è anche una storia di gente che sta ferma nel suo posto perché pensa che il suo sia il posto giusto. Questa è una storia di immigrazione: senza il flusso – il movimento delle persone che si spostano verso quelle che stanno ferme – non succederebbe nulla».

E poi ancora, spostando un attimo l’asticella della sua “lettura”: « Uno può venire a Milano come Modu, che lavora fuori da un supermercato da 21 anni, vende gli incensi, le calze che infeltriscono subito e gli ombrelli da 5 euro che si spaccano alla prima raffica di vento. Se gli dai 3 euro ti porta la spesa a casa, alla mattina scopa i mozziconi fuori dall’ingresso e sistema i carrelli. O quell’altra, di cui nessuno sa il nome, che da 35 anni lavora al semaforo dell’incrocio tra viale Sabotino e via Ripamonti, non ha mai mancato un giorno. Alla fine diventano precisi e stakanovisti come noi milanesi». Infine Giacomo si fa un attimo, solo veloce, più serio e si chiede se basta essere italiano all’anagrafe per condividere appieno la cultura e la comunità in tutti i propri valori: «quando anche accadesse, non metterebbe sicuramente al riparo la nostra nazione da pericoli di distruzione: ci sono stati italiani di generazioni e generazioni che hanno attentato allo Stato e alla nazione, ci sono italiani che lo sono da sempre eppure sono contro i valori fondanti della nostra Patria, e la loro azione malavitosa perseguita ogni santo giorno mira a conquistare porzioni importanti di potere da contrapporre allo Stato legittimo». Il giudizio è di quelli ficcanti e nello stesso tempo “leggero” senza alcuna pretesa se non quella di introdurci alla realtà di tutti i giorni e provare a ragionare al di là delle fazioni ideologiche (sia per chi “lotta” per lo Ius Soli contro tutti e tutto e sia chi lo tratta come un tema non importante e falso): «Non è necessario essere italiani all’anagrafe per desiderare e operare il bene».

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