“SALVIAMO LE 5 FIGLIE DELL’IMAM ESPULSO”/ Il paese e la Chiesa si mobilitano per aiutarle lontano dall’odio

- Niccolò Magnani

“Salviamo le 5 figlie dell’imam espulso”: un paese e una Chiesa si mobilitano per aiutare quelle bimbe e ragazze per non farle crescere in altro odio e fondamentalismo

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Torino, appello famiglie arabe (Foto: Pixabay)

Si chiama Idriz Idrizovic l’imam espulso a fine ottobre dal suo paese nel lecchese, Olgiate Molgora, ed è stato allontanato per le sue pericolose istigazioni all’odio e alla violenza, considerato soggetto pericoloso per la sicurezza nazionale proprio per la sua attività di predicatore estremista. Ha 39 anni ed origini kosovare, una moglie più anziana e soprattutto 5 figlie: bene, ora però quella famiglia cosa farà? Rimarrà vittima delle angherie del paese dove vivono per la loro vicinanza al pericoloso e potenziale terrorista? Ce lo aspetteremmo, certamente, eppure a Olgiate Molgora sta accadendo qualcosa di inaspettato che vale la pena essere raccontato: lo ha fatto bene la collega di Libero Brunella Bolloli che ha provato a spiegare come è intervenuta in pochi giorni la comunità lecchese dopo lo choc per l’espulsione di quell’imam molto dedito al diffondere l’ideologia islamista e dal Ministero dell’Interno giudicato molto vicino ad alcuni terroristi dell’Isis. Bambine e ragazzine, quelle 5 figlie femmine sono divenute di colpo l’oggetto di solidarietà e aiuti concreti da parte di un paese che non voleva lasciare all’odio, alla emarginazione e al proliferare dell’estremismo il futuro di queste ragazze. «Sono bambine che meritano di crescere libere da condizionamenti e di vivere senza il fardello di una religione che impone alle donne di nascondersi, umiliarsi e soccombere»; scrive così la giornalista di Libero nel presentare il caso delle figlie di Idriz che partendo da un dramma potrebbe per una volta non finire con un altro dramma.

UNA COMUNITÀ CHE SI MOBILITA

Con il padre espulso le ragazzine sono rimaste a casa da scuola e c’è il forte rischio che debbano spostarsi anche loro in Kosovo, magari ripiombando nell’incubo del fondamentalismo: hanno tra i 3 e i 16 anni e sebbene l’Italia non sia per niente un modello “perfetto” di come crescere ed educare i figli, vi è uno spirito buono animato dalla semplice gente che ancora fa ben sperare per un futuro “diverso” anche per i nostri figli. Il genitore è accusato e coinvolto di radicalizzare combattenti per l’Isis ma i figli non c’entrano nulla: addirittura la figlia maggiore pare che qualche tempo fa sia sfuggita per cercare di continuare la scuola e rimanere con i suoi amici e non essere “vittima” delle teorie e volontà del padre sulla sua pur giovane vita. Un paese e una Chiesa che si sono subito mosse per provare a dare a queste ragazze un presente, prima ancora che un futuro, diverso. Caritas, oratorio, gli assistenti sociali e la stessa parrocchia hanno dato cibo, vestiti e soldi per pagare le bollette in questo primo mese senza il padre: era lui l’unico che lavorava e portava soldi in casa, e ora la moglie piange e non sa più che fare. Alle telecamere del Tg1 ha difeso il marito dicendo che non ha fatto nulla di male: il problema è che non è proprio così. La mossa della comunità nasce anche dalla volontà di impedire e limitare che anche quelle 5 figlie crescano nella menzogna e nelle mezze verità di una cultura fondamentalista che di buono purtroppo ha ben poco: le donne della famiglia Idrizovic per ora sono aiutate, sostenute e spinte per non prendere la strada del padre. Saranno loro però a dover scegliere alla fine, nessuno può imporre nulla, neanche “la cultura occidentale”: decideranno dove vivere e come vivere per dove il loro cuore si sentirà più accolto e sviluppato a crescere secondo i loro desideri. Solo così potranno comprendere e scegliere dove vivere. Intanto la proposta di quella comunità c’è e non sono solo parole ma una realtà ben distinta che “silenziosamente” opera per un bene non ideologico.



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