RAGAZZO SUICIDA/ Vi spiego perché mio figlio si è ammazzato (Oggi, 9 febbraio 2017)

Ragazzo suicida, dopo il caso di Michele a Udine il padre di Norman Zarcone spiega perché il figlio si è ammazzato sette anni fa (Oggi, 9 febbraio 2017)

09.02.2017 - La Redazione
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Immagini di repertorio (LaPresse)

Il ragazzo suicida, Michele, il grafico 30enne di Udine che si è tolto la vita pochi giorni fa, riporta alla memoria la storia di Norman Zarcone: il giovane si uccise a 27 anni 13 settembre 2010 a Palermo. Dopo che i genitori di Michele hanno deciso di pubblicare la lettera d’addio in cui il giovane racconta tutta la sua frustrazione per la mancanza di lavoro e di prospettive, il padre di Norman spiega perché il figlio si buttò dal settimo piano della facoltà di Lettere. Claudio Zarcone ha un ricordo ancora vivido del suicidio di Norman. Il ragazzo aveva intrapreso la carriere universitaria dopo aver conseguito due lauree in filosofia con il massimo dei voti, e stava ultimando un dottorato. “Mio figlio era un talentuoso, ma questo non è un Paese che riconosce il genio, spiega il padre a Il Giorno. Non era un depresso né aveva problemi economici, il suo gesto non è stato suggerito dal bisogno. Lui si è sentito delegittimato nella carriera universitaria, ha visto le porcherie che si facevano nell’ateneo dove le baronie favorivano gli amici degli amici. Per lui non c’era posto. E il suo gesto è stato un atto di ribellione, un j’accuse contro quell’istituzione. Anche il luogo della sua morte è stato un messaggio, per questo si è lanciato dalla finestra di quella facoltà”.

“La libertà di pensare è anche libertà di morire”. E’ questa la frase che ha scritto Norman Zarcone nel suo biglietto d’addio prima di suicidarsi. Ma cosa rimane del suo gesto dopo sette anni e un altro recente caso di suicidio di un giovane. Il padre di Norman ha le idee chiare: “La rabbia, l’incazzatura perché questa è un’Italia che non premia il merito, sottolinea ancora nell’intervista a Il Giorno. Ho letto la lettera di Michele e ho annotato il suo estremo messaggio: questo è un Paese che non premia i talenti, sbeffeggia le ambizioni e insulta i sogni. In queste commoventi parole c’è tutto il malessere dei nostri ragazzi, schiacciati dai poteri forti e dalle loro prepotenze. La gente impazzisce quando sente che i figli o i fratelli dei ministri o i rampolli dei parlamentari trovano lavoro semplicemente, attraverso Linkedin, senza neanche cercarlo”. Poi un’amara riflessione del padre del ragazzo suicida sette anni fa: “Ormai dei ragazzi che si tolgono la vita per mancanza di lavoro non ne parla quasi più nessuno. L’Italia è diventata un immane monumento ai caduti”.

Il padre di Norman racconta di aver tentato di non far cadere nel dimenticatoio la tragedia dei ragazzi che si suicidano come atto d’accusa contro la nostra società ma senza successo: “Ho scritto agli ultimi tre Presidenti del Consiglio. Letta mi ha dato un buffetto sulla guancia con una lettera stucchevole, mentre Monti e Renzi non si sono degnati neanche di un buffetto protocollare: silenzio istituzionale”. Claudio Zarcone però non molla. La sua proposta è di attuare, come spiega a Il Giorno, “un’inversione culturale. No, non parlo di Dante e Petrarca, ma di mettere al primo posto la cultura del lavoro e del merito. Serve una nuova prospettiva produttiva, che faccia leva sulle garanzie, sulle tutele, sulla trasparenza, sull’investimento umano”. E poi anche “una stagione di nuovi concorsi pubblici, migliaia e migliaia di posti pubblici. Ridiamo speranza ai giovani, la speranza di un posto fisso, di un futuro in cui non ti cacciano a scadenza di 6 o 12 mesi”. Ma non attraverso il bando per sciuscià: “E’ un modo per ammazzare il talento”.

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