DJ FABO, PREGHIERA IN CHIESA/ Galantino (Cei) replica a Cappato, “eutanasia non è segno di civiltà”

- La Redazione

Dj Fabo, ultimo saluto venerdì in Chiesa a Milano. vicario vescovo Bressan, “suicidio resta atto grave, ma Chiesa sceglie l’amore”. Parla il parroco che guiderà preghiera per Fabiano

djfabo2R439
Dj Fabo (Fabiano Antoniani)

La preghiera per Dj Fabo in Chiesa e l’attesa per la legge sul Fine Vita in Parlamento ha alimentato altre posizioni, altre opinioni e inevitabilmente altre polemiche sui delicatissimi casi di eutanasia, suicidio assistito e accanimento terapeutico. Dopo le parole di Marco Cappato ieri a commento della scelta della Chiesa di Milano – «’La dottrina della Chiesa non è certamente cambiata da quando furono negati i funerali a Piergiorgio Welby ma rispetto alla linea imposta dal cardinale Ruini ci sono state delle novità. Adesso, ci sono i parlamentari che si oppongono a certe tematiche. In parlamento chi è più papista del Papa lo fa solo di propria iniziativa» – è arrivata la risposta indiretta del Segretario Generale della Cei, Monsignor Nunzio Galantino sulle colonne del Corriere della Sera. Il messaggio è chiaro ed esplicito, come del resto ribadito più volte anche dai collaborare di Scola in questi giorni di discussioni sul momento di preghiera per Dj Fabo. «Continuo a pensare che l’eutanasia o il suicidio assistito non siano segno di civiltà evoluta, come sento dire con tanta sicurezza: ritengo che rappresentino una risposta troppo sbrigativa ai bisogni autentici di chi soffre per malattie o infermità e che nascondano un messaggio non solo falso ma anche deleterio e cioè che esistano alcune vite che, per alcune condizioni, non sono degne di essere vissute».

In una commossa e decisa lettera ai capigruppo di Camera e Senato, una storia molto simile a quella di Dj Fabo, eppure così diversa nella sostanza, viene raccontata in maniera incredibile eppure così semplice. È un 23enne disabile gravissimo che prende la sua tavoletta e scrive una lettera alla politica italiana con un tema ben preciso al centro dello scritto, l’eutanasia. «Sono uno studente universitario di 23 anni affetto dalla nascita da una triplegia spastica a causa della quale sono disabile al 100%, costretto su di una sedia a rotelle. Mi rivolgo a voi attraverso questa lettera, poiché ho appreso che in questo periodo inizia un dibattito in sede parlamentare sul tema dell’eutanasia, e questa notizia ha destato in me un sincero timore». Il ragazzo è sincero e descrive la sua paura più grande, «dichiaro la mia più ferma contrarietà al fatto che lo Stato si esprima e legiferi su questo tema è che intravedo il pericolo che, mediante una legge, si giustifichi e si consenta la soppressione di un malato per alleviarlo da una sofferenza terribile, mentre è ormai dimostrato da numerosi studi a riguardo che, laddove vi fosse un dolore lancinante, il ricorso alle cosiddette cure palliative consente di lenire il dolore in maniera estremamente efficace». Il ragazzo non risparmia la sincerità nel suo “attacco” e con umiltà riporta la sua esperienza, «ho sperimentato quanto sia indifeso, impotente e vulnerabile un malato in un letto d’ospedale. E non vedo per quale motivo i medici, viste le difficoltà economiche in cui versa il settore sanitario nel nostro Paese, la pressione sociale e quella che ricevono dalle strutture sanitarie stesse, debbano essere considerati esenti dalla tentazione di manipolare i pazienti, spingendoli a chiedere l’eutanasia». Riporta poi i casi di Olanda e Belgio dove la legge iniziata come potrebbe iniziare da noi ha avuto sviluppi imprevedibili e purtroppo costruendo un’autentico clima di “morte dolce” che non viene visto come una conquista dal 23disabile, e come lui tantissimi altri casi in Italia. «Il problema nel nostro Paese è l’inaccettabile mancanza della disponibilità a intraprendere siffatto cammino terapeutico in molti luoghi di cura. Non sarebbe meglio contrastare la sofferenza dei malati piuttosto che ucciderli in nome di una pietà falsa che cela ragioni sanitarie o economiche?». 

Il caso di Dj Fabo infiamma ancora l’opinione pubblica, e non solo perché in Parlamento si attende ancora l’inizio delle discussioni sul tema del testamento biologico e sulla legge sul Fine-Vita: venerdì a Milano, nella parrocchia di Sant’Ildefonso (piazzale Damiano Chiesa 7, zona Fiera Vecchia-Lotto) si terrà un momento di preghiera alle ore 19 con amici, famiglia e pochi intimi che vorranno dare un ultimo saluto cristiano ad un ragazzo buddista che ha scelto in coscienza di suicidarsi alla clinica Dignitas in Svizzera. La Curia di Milano ha scelto così di aderire alla richiesta della madre del ragazzo che non voleva i funerali cattolici: la scelta ha creato numerose polemiche e incertezze in molta opinione pubblica, tanto che dopo Don Milani e il vescovo Ausiliario Paolo Martinelli intervenuti nei giorni scorsi, ieri ha parlato anche il vescovo vicario Luca Bressan in un colloquio a Repubblica. Il tema più scottante viene subito richiesto al porporato, ovvero se vi siano differenze o diversità tra il caso di Dj Fabo e ad esempio il caso Welby (morto per suicidio assistito in Italia e a cui vennero rifiutati i funerali): «Non è possibile fare un raffronto con il caso Welby, perché ogni storia è unica rispetto al suo contesto. In questo caso la posizione della chiesa è ovvia ed è quella di stare accanto a chi soffre, a una famiglia che prova un grande dolore. La chiesa ha sempre pregato per i morti e per i peccatori, la preghiera è motore della vita cristiana. E quando ci si addentra in questioni delicate come queste, intrecciate alla dottrina, c’è il principio assoluto, e poi c’è il discernimento». Secondo Bressan infatti bisogna valutare caso per caso, con la preghiera che diventa sempre di più il criterio massimo e misterioso di discernimento; «In una vicenda che ha segnato tanto e generato tanto dolore, la preghiera è una forma di amore che ci aiuta a seminare speranza e a generare futuro. La chiesa pensa questo in circostanze drammatiche come questa. In questo caso, quello che la chiesa ha letto è il dolore di una madre che aspettava di essere sostenuto e condiviso. Serviva un amore che compensasse il dolore e che aiutasse a vedere dove sta la vita. Noi non vogliamo che vinca la morte, l’amore è così forte da superare la morte e da tenerci vivi anche dentro di essa». Resta però chiaro e netto il giudizio su cosa possa essere suicidio e cosa la Chiesa e l’insegnamento di Cristo portano nella realtà di tutti i giorni, e non sono un paradosso con quanto affermato prima: «C’è sempre stato dibattito su questi temi, ma la dottrina non viene meno: il suicidio rimane un atto grave, che non aiuta a vedere quella prospettiva di vita a cui siamo chiamati: bisogna non fermarsi alla visione che blocca la vita con la morte. Non c’è altro da dire che in questo caso, c’è una madre che ci ha chiesto una prospettiva di salvezza. Una mamma cristiana che è andata da un prete, chiedendo ‘mi aiuti a vivere questo dolore immenso con la mia fede’. E la nostra risposta è: ‘Questo dolore lo portiamo insieme». 

La Curia di Milano ieri ha spiegato dettagliatamente il motivo e la scelta di questa forma particolare di preghiera per Dj Fabo, con le parole di Don Milani: «La parrocchia ha aderito al desiderio che la madre di Fabo ha espresso, ovvero che si tenga un incontro di preghiera e che ciò avvenga nella parrocchia in cui suo figlio fu battezzato e in seguito ha ricevuto tutti gli altri sacramenti. Chiesto il parere della curia, sarà il parroco, don Antonio Suighi, a guidare la preghiera», scrive il portavoce dell’Arcivescovo Angelo Scola. Ebbene, altro che rivoluzione o presunto passo indietro della Chiesa, come ha detto precipitosamente il capogruppo Mdp alla Camera, Arturo Scotto – «svolta rivoluzionaria da parte della Chiesa» – la scelta della chiesa milanese è quella di accompagnare la madre e la famiglia di Fabo con preghiera e rispetto, come del resto ha sempre fatto e sempre farà l’istituzione ecclesiale cattolica rispetto a defunti e familiari. Ad Avvenire è intervenuto direttamente il parroco di Sant’Ildefonso per spiegare cosa avverrà di preciso venerdì: «Non ho mai conosciuto Fabo, ho incontrato sua madre la prima volta venerdì, quando è venuta di persona ad esporre il suo desiderio. Sui giornali ho letto di tutto, anche che sarei un amico di famiglia, ma non è vero, so solo che da ragazzino Fabo frequentava questo oratorio. Posso dire che venerdì celebrerò la liturgia della Parola con una lettura dall’Antico Testamento, il salmo e il Nuovo Testamento, poi terrò una breve meditazione, come sempre quando preghiamo per una persona defunta. Sarò io solo a parlare. Qualcuno ha detto che saremo nei locali adiacenti la parrocchia, ma anche questo è inventato: per Fabo pregheremo in chiesa». (Niccolò Magnani)

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori