PASQUA 2017/ Farouq: mia figlia, Don Chisciotte e la resurrezione di Cristo

- Wael Farouq

“Non vedo la resurrezione come una promessa di vita dopo la morte, bensì come una promessa di vita e vittoria sulla morte sia prima che dopo”. La riflessione di WAEL FAROUQ

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Honoré Daumier, Don Chisciotte, particolare (1868)

Mia figlia Noura, quando viene l’ora di dormire, si infila sotto le coperte e fa finta di addormentarsi. In realtà, si mette furtivamente a leggere con l’aiuto di una piccola torcia. Di solito, faccio finta di non vedere, perché da piccolo ero più vulnerabile di lei di fronte alla tentazione della lettura. Leggevo nei momenti e nei luoghi meno opportuni: in classe durante le lezioni, in moschea durante il sermone… Coprivo le copertine dei libri con della spessa carta bianca per non lasciare trasparire i titoli. La lettura era un’azione segreta che poteva essere gustata pienamente solo di nascosto.

Qualche sera fa, però, non ho potuto ignorare Noura. Piangeva e tremava sotto le coperte. Sono corso da lei preoccupato, ho sollevato la coperta e mi ha detto, col viso bagnato di lacrime: “È morto, papà! È morto!”. “Chi è morto?!” — ho detto io. “Don Chisciotte!”. L’ho abbracciata trattenendo una risata. Mi sono ricordato di quando piangevo in segreto per gli eroi delle storie che leggevo. Le ho detto: “Non essere triste, tesoro. Tornerà in vita”. “E come?”. “Quando qualcun altro inizierà a leggere il romanzo, fa così da secoli”. Ma Noura non si è convinta che la morte fosse solo un gioco, o che Don Chisciotte fosse capace di ingannarla, e ha scelto di essere triste per lui.

Nel mondo reale, muoiono tutti i giorni persone per le quali non proviamo nessuna tristezza, perché non sappiamo chi sono né conosciamo le loro storie. Quando leggiamo e ascoltiamo notizie di atti terroristici, dittature e guerre, proviamo rabbia, paura, ma non tristezza. Non ci si può rattristare per 34 o 47 vittime di cui conosciamo solo il numero, quindi dimentichiamo in fretta: pochi minuti dopo aver pubblicato un post rabbioso, in cui diamo sfogo al nostro rifiuto e alla nostra condanna, dissociandoci dalla violenza, ne pubblichiamo un altro, sulla stessa time line, che parla di moda o cibo, di corse automobilistiche o di una partita di calcio.

Mia figlia di dieci anni non ha accettato l’idea che la morte fosse un gioco per Don Chisciotte. Invece noi, oggi, viviamo la morte come un gioco di cui siamo diventati esperti. Il timore rispettoso verso la morte è andato perso, perché la morte è stata privata delle storie. Ormai non è altro che un’informazione spogliata di ogni esperienza umana, un’informazione che utilizziamo per vincere nei conflitti ideologici. E così, siamo caduti in un doloroso paradosso: la morte nelle storie affligge di più di quella nella realtà.

Nelle storie non ci sono individui, ma persone. Le storie sono il corpo dell’esperienza umana, sono ciò che trasforma i fatti in verità e l’informazione in conoscenza. Non a caso, nelle tre religioni abramitiche, Dio ha scelto le storie come formula principale per comunicare con le persone. Cosa rimarrebbe della Torah, del Vangelo e del Corano, se togliessimo le storie? Come potremmo relazionarci con gli insegnamenti divini e come potrebbero questi insegnamenti relazionarsi con noi senza le storie, senza lo spazio dell’esperienza e dell’incontro che queste storie creano? Ma come possiamo, oggi, comprendere i libri sacri, se abbiamo perso l’interesse per le storie e non prestiamo loro più alcuna fede, tanto che esse sono diventate l’antitesi della realtà e della verità?

Cervantes, alla fine del suo libro, ha scritto che il suo obiettivo era far odiare alla gente le storie cavalleresche false e artificiali. Voleva storie semplici e sincere, espressione della natura umana con tutti i suoi difetti, le sue contraddizioni e i suoi limiti, perché non si può vivere una vita vera senza una storia vera, senza essere l’eroe della propria storia.

Dio non vuole dei seguaci, non ci chiede di credere in una serie di informazioni e fatti, ma ci invita a vivere la verità, a fare della verità uno spazio per la nostra storia e a fare della nostra storia un’incarnazione della verità. Per questo non vedo la resurrezione come una promessa di vita dopo la morte, bensì come una promessa di vita e vittoria sulla morte sia prima che dopo. La resurrezione non è promessa di eternità, perché c’è anche chi, forse, la passerebbe a combattere contro i mulini a vento.

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