MALTEMPO IN VENETO/ “Strade bloccate e paesi irraggiungibili, tutto è cambiato per sempre”

Emergenza maltempo in Veneto. “Le strade sono interrotte, sia dopo Agordo che dopo Cencenighe. Case sprofondate, muri crepati”. Sui luoghi della più grande sciagura ambientale dal 1771

03.11.2018 - Alberto Trevissoi
Maltempo, scontro diplomatico tra Abruzzo e Veneto (LaPresse)

AGORDO (Belluno) — Impossibile in questo lungo “ponte” di Ognissanti raggiungere la nostra casetta, in una delle frazioni più alte di Vallada Agordina. Le strade sono interrotte, sia dopo Agordo che dopo Cencenighe. I vicini di casa, gli unici che abitano il minuscolo paesello per tutto l’anno, un po’ ci tranquillizzano: “La casa è intatta, ma quella di fianco (più vicina alla stradina) è sprofondata nel terreno di almeno 15 centimetri, e i muri si sono crepati”. Ci mandano fotografie che stringono il cuore, lo slargo della strada dove si parcheggia, da trent’anni la nostra “piazzetta”, è invaso dai detriti franati dalla montagna, la stradina è sprofondata isolando ulteriormente l’ultima frazione che sta ancora più in alto.

I vicini, che come tanti in questa zona lavorano alla Luxottica di Agordo (chiusa per una settimana) hanno di nuovo l’elettricità e il riscaldamento solo dalla sera del 1° novembre dopo tre giorni di blackout e tre notti sottozero. Come loro centinaia, migliaia di famiglie nell’alto Agordino e in Cadore, devastate dalla più grande sciagura ambientale che qui a memoria d’uomo si ricordi, e che a memoria di letture è seconda solo alle gigantesche frane che l’11 gennaio e il 1° maggio del 1771 ostruirono il fiume Cordevole e formarono il lago di Alleghe, sommergendo intere borgate. Allora i morti furono più di 50. Oggi, finora, si contano almeno quattro vittime sui monti bellunesi.

Appena sarà possibile cercherò di raggiungere le mie montagne, per capire cosa è rimasto e cosa se ne è andato per sempre. Non solo per l’uomo, anche per la natura. Il Cai mi avverte che molti sentieri dell’Agordino e del Cadore sono distrutti, anche quelli dietro casa nostra, verso le Cime d’Auta e il Sasso Bianco, che dopo trent’anni percorrevo come a occhi chiusi, perché rivolti solo alle cime degli alberi per scorgere il volo dell’astore o verso il lontano sottobosco dove c’era quasi sempre la sagoma di un capriolo.

Centinaia di migliaia di alberi sono stati abbattuti, da Paneveggio fino ad Auronzo, dal vento fino a 200 chilometri all’ora e dalle masse d’acqua che hanno messo a nudo e spezzato le radici. Mi interesso di fauna selvatica, in particolare di uccelli rapaci e di lupi, che monitoro nella loro colonizzazione di nuove aree (con relative, anche giuste proteste da parte degli allevatori di ovini e bovini) sulle montagne agordine. Saranno proprio i lupi, forse, i primi a scoprire che la catastrofe potrà avere, almeno per loro, qualche vantaggio, perché lo sconvolgimento del territorio ne favorirà la caccia alle disorientate prede abituali, cervi, caprioli e mufloni. Ma il primo posto in cui andrò appena sarà riaperta la strada, da cittadino che ama più di tutto la montagna, è la Valle di San Lucano, sopra Taibon Agordino, una delle ultime wilderness d’Italia, per vedere se sia stata ferita a morte. Ferita lo è stata, doppiamente e in modo paradossale. Prima dagli incendi, che il caldo anomalo e il vento hanno provocato dopo il 20 ottobre devastando i boschi intatti della valle. Poi, a fine mese, dalle bombe d’acqua e le frane. Che almeno non crollino le rocce dell’Agnèr, montagna simbolo dell’alpinismo, nume tutelare della valle e di quel pugno di coraggiosi residenti che ancora vi abitano.

© RIPRODUZIONE RISERVATA