Cittadella, cinese in coma da 3 anni: nessuno sa chi è/ Uomo senza identità: si valuta l’ipotesi di rimpatrio

Cittadella, cinese in coma da 3 anni: nessuno sa chi è, né lo reclama. Uomo senza identità: si valuta l’ipotesi di rimpatrio.

17.12.2018 - Silvana Palazzo
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Ospedale (Pixabay)

Un uomo è ricoverato da tre anni nell’ospedale di Cittadella in coma, ma nessuno sa chi sia. L’unica cosa certa è la sua origine asiatica. Non si sa nient’altro di lui, se non che è finito in pronto soccorso al San Bartolo di Vicenza dopo essere stato colpito da una grave emorragia. Con sé non aveva documenti. Come riportato dal Corriere della Sera, per la gravità della situazione era stato ricoverato a Cittadella, e lì è rimasto. In questi anni però nessuno si è fatto vivo per chiedere notizie di lui, nessuno ha reclamato un parente, un amico, un collega scomparso. I medici dell’ospedale si stanno occupando dell’«uomo senza nome», che potrebbe avere 50 anni circa, per l’inviolabile diritto alle cure che spettano ad ogni essere umano, a prescindere dalla cittadinanza e dallo stato giuridico. L’uomo forse si trovava irregolarmente in Italia, senza documenti. Oltre al personale medico, di lui si sta occupando anche un amministratore di sostegno nominato due settimane fa.

CITTADELLA, CINESE IN COMA DA 3 ANNI: NESSUNO SA CHI È

La dirigenza dell’Ulss Euganea ha aperto un canale di dialogo con le autorità cinesi per capire se all’ambasciata si sia fatto vivo qualcuno alla ricerca di un famigliare scomparso. Del resto l’uomo senza nome non potrà restare in ospedale per sempre. Stando a quanto riportato dal Corriere della Sera, presto verrà dimesso e trasferito in una struttura abilitata, e quella per lui potrebbe essere la sua ultima casa. Intanto si valuta l’ipotesi del rimpatrio, ma bisognerà affrontare la complessa burocrazia che riguarda casi di questo tipo. I costi della spesa sanitaria, secondo la legge, dovrebbero essere coperti dal pese d’origine. È registrato come «straniero temporaneamente presente», quindi l’ospedale inoltrerà una fattura della prestazione sanitaria alla prefettura, che a sua volta la girerà al ministero dell’Intero, che a sua volta chiederà il rimborso al paese d’origine. La burocrazia ancora una volta si scontra con la realtà.



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