MADRE SURROGATA/ Stephanie non abortisce il piccolo Luca e cambia tre vite

Stephanie Levesque, madre surrogata del Texas, ha rifiutato di abortire il piccolo che aveva in grembo. Tutte le contraddizioni dell’utero in affitto

23.12.2018 - Mauro Leonardi
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LaPresse

La vita è molto più creativa dei princìpi. È, detta in poche parole, la storia di Stephanie Levesque e del bimbo che ha portato in grembo. Tutto nasce il 21 dicembre scorso quando Stephanie racconta su Facebook di non sapere più nulla del bimbo che aveva partorito un anno prima e che quel giorno avrebbe compiuto un anno.

Il fatto è che Stephanie aveva deciso di attuare una Gpa — gestazione per altri è la dizione scientifica del ministero della Salute, altrimenti detta “maternità surrogata” — a favore di genitori intenzionali che, quando avevano scoperto, al sedicesimo mese di vita, che il bimbo portato in seno da Stephanie aveva un difetto cardiaco, avevano deciso di farla abortire. Ma la Levesque si era opposta. E così, quando il bambino è nato, i genitori legali l’hanno accolto e portato con sé. Ma da allora la madre biologica non l’ha più visto, non sa come stia, neppure sa se è stato sottoposto a un’operazione chirurgica o a qualche altra cura.

Pochi giorni fa sarebbe stato il primo compleanno di quel bambino cui la madre biologica ha potuto dare un rapidissimo sguardo solo al momento del parto. Il fratello di Stephanie aveva deciso di chiamare quel bimbo Luca ovvero “portatore di luce”, spiega la madre biologica con una etimologia tutta particolare. “Portatore di luce — dice Stephanie —, sì, luce sugli enormi problemi che la maternità surrogata reca con sé”.

Luca porta alla luce nodi etici e di diritto forse non risolvibili, ma di certo illumina la verità per cui un figlio non è di nessuno: è un dono e fa dono di sé. Quando siamo troppo certi che determinate cose siano diritti, spesso finiamo per calpestarli. Se riteniamo un figlio un diritto assoluto, il rischio è pretendere di programmarlo, nel corpo suo e degli altri, nella mente e nel cuore.

Di chi è Luca? Dei genitori che l’hanno voluto sino al punto di chiederlo a Stephanie o di una donna come Stephanie, che voleva solo essere una madre per altri ma poi si è accorta che un figlio è proprio un dono, è un dono alla sua vita e non importa se è malato, l’importante è che ci sia, perché un figlio è la quintessenza dell’amore?

Certo, questa notizia fa traballare certezze e valori. Stephanie, che doveva essere solo un grembo per Luca, poi è stata anche l’anima che ha deciso di proteggere la sua vita dalla decisione dei genitori intenzionali. La vita è più grande delle regole, è più creativa dei principi e delle leggi perché spesso l’amore supera ciò che in astratto dovrebbe essere, l’aspettativa, il migliore dei mondi possibili. Di certo Luca è figlio di una relazione molto “complicata”: secondo molti, troppo complicata. Ma Luca c’è e ci fa fare i conti con la sua vita. Che non è la migliore delle vite possibili, anzi è una vita che nasce con molti handicap, ma che c’è.

Luca è un bambino e, come Gesù Bambino, è l’amore che vuol essere guardato e preso. Guardiamolo e prendiamolo questo amore, tra le nostre braccia. Che entri nel nostro cuore, che si mischi al nostro odore, alla nostra povertà, al disordine della nostra vita. Lasciamo che si mischi a noi, che si impasti con la nostra carne. Perché un figlio impastato di noi è un figlio di Dio che nasce di nuovo.

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