PAPA IN IRLANDA/ Preti e abusi, il male di sentirsi padroni della grazia

A proposito della pedofilia in Irlanda, papa Francesco ha parlato di “fallimento delle autorità ecclesiastiche nell’affrontare adeguatamente questi crimini ripugnanti”. FEDERICO PICHETTO

26.08.2018 - Federico Pichetto
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Papa Francesco (LaPresse)

La visita del Papa in Irlanda in occasione dell’incontro mondiale delle famiglie è un pellegrinaggio al cuore del nostro tempo, nelle ferite di ciascuno di noi. Il Papa vi arriva dopo quattro rapporti del governo di Dublino che hanno smascherato in pochi anni migliaia di abusi sessuali perpetrati e coperti dai religiosi e dal clero cattolico a danno di minori dell’isola. I crimini si protraggono lungo i decenni e trovano un Papa che si dichiara indignato e pieno di vergogna. È lui stesso che ammette il fallimento degli uomini di Chiesa di fronte a tutto questo male. 

Si torna quindi ancora a parlare di pedofilia, un’orrenda piaga che il pensiero comune cattolico tende a rimuovere. Nella narrazione epica del cristianesimo romano la conversione è il cambiamento definitivo della vita, la consacrazione il gesto più radicale di scelta per Cristo, il celibato la testimonianza più fulgida. Eppure non è sempre così: l’idea ingenua che possa esistere una Grazia che ci metta definitivamente al riparo dalla nostra libertà si scontra quotidianamente con matrimoni ipercattolici che diventano inferni, con sacerdoti che si arricchiscono e usano il loro ufficio per ottenere usura, potere e lussuria. Comunità cristianissime che si dividono e si divorano, per usare un’espressione cara a papa Benedetto che alla Chiesa d’Irlanda scrisse una mirabile lettera. 

L’incontro con il Cristo risorto non mette a posto tutto, non risolve tutto: non c’è un uomo vecchio che viene sostituito da uno nuovo, ma c’è — direbbe san Paolo — un rivestimento, una possibilità continua per la propria libertà, per la propria vita che può davvero cambiare, ma deve ultimamente arrendersi e farsi invadere dalla forza della Grazia. Tra i ragazzi, sul lavoro, in famiglia, con gli amici, la Chiesa non perde credibilità quando prega poco o quando i preti non indossano l’abito talare, ma quando la loro vita non è ultimamente segnata — come coerenza ideale — dal valore di Cristo, dalla Presenza di Cristo. Per questo motivo Francesco richiama alla memoria degli irlandesi i nomi di Patrizio o di Colombano: uomini che con la loro conversione hanno iniziato a diventare più umani, uomini che non hanno fatto del celibato il punto di arrivo, ma l’inizio di una strada, di una forma in cui far crescere il proprio desiderio. 

Il Papa sa che non è possibile essere corrotti come i pedofili, ma sa anche che non è difficile essere come loro: per questo rimette davanti a tutti la strada di verità che ciascuno deve fare. Quando una comunità, una compagnia, una famiglia, una persona, riconosce i propri peccati e i propri errori, quando non ha paura di confessare la sua sporcizia, lì riparte la penitenza, lì riparte lo spazio della fede. Non temere il vero, essere morali, amare il vero più di se stessi. È questa la strada stretta che Francesco indica alla Chiesa e a ciascuno di noi per tornare credibili, per essere felici. Non c’è niente di più potente di una persona, di un uomo che ricomincia a dire Io perché toccato da un Tu, di un uomo che ha l’umiltà di rinascere e di ritrovare se stesso, il proprio volto e il proprio nome, non a partire da quello che sa fare, ma a partire da quello che può guardare. “Nacque il tuo nome da ciò che fissavi” dice il geniale Wojtyla. “Ogni giorno scegli tu dove guardare” diceva il giovane Marco Gallo. È da quello sguardo che riparte un matrimonio, una famiglia, un’amicizia, una Chiesa, un’Isola. È da quello sguardo che posso ripartire anch’io. Qualunque cosa abbia fatto, ovunque io abbia fino ad oggi disperso il mio grido.

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