VERONICA PANARELLO: RICORSO IN CASSAZIONE/ Omicidio Lorys: confronto con il suocero?

- Emanuela Longo

Veronica Panarello: ricorso in Cassazione, i 10 punti indicati dalla difesa per contestare la sentenza d’Appello a 30 anni di carcere per l’omicidio di Lorys Stival

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Veronica Panarello (Storie Italiane)

Nell’odierna puntata de La Vita in Diretta si è tornati a parlare dell’omicidio del piccolo Lorys Stival dopo gli ultimi aggiornamenti che riguardano la madre Veronica Panarello, al momento l’unica condannata per quel crimine. E ospite di Tiberio Timperi e Francesca Fialdini è stata la criminologa Roberta Sacchi che ha commentato quelle che sono le richieste della difesa della donna in vista del ricorso in Cassazione, a partire dalla volontà di dare vita a un confronto tra la stessa Panarello e il suocero, Andrea Stival, che lei stessa aveva indicato come l’assassino del figlio, e per ricevere l’autorizzazione per una nuova perizia psichiatrica. E secondo la Sacchi non è chiaro al momento che la Panarello abbia fatto un percorso di consapevolezza progressivo nel corso di questi mesi in carcere oppure se continui ad aggiustare le sue versioni in base alle risultanze investigative. Ma cosa nasconde Veronica? Secondo sua sorella, la donna non avrebbe detto mai tutta la verità e ha ammesso (nel corso di una intervista mandata in onda) di non credere affatto alla colpevolezza di Andrea Stival: “Lui l’ha cresciuta come una figlia, non c’entra nulla: per me lei si nasconde dietro qualcuno o qualcosa…” ha concluso. (agg. di R. G. Flore)

OMICIDIO LORYS, RICORSO IN CASSAZIONE

Nei giorni scorsi Veronica Panarello tramite il suo difensore, l’avvocato Francesco Villardita, ha presentato il ricorso in Cassazione contro la sentenza emessa dalla Corte d’Assise d’Appello e con la quale è stata condannata a 30 anni di reclusione. La donna è stata condannata nei primi due gradi di giudizio alla massima condanna prevista dal rito abbreviato con l’accusa di aver ucciso il figlioletto Lorys Stival, per il cui delitto non ha mai confessato le sue responsabilità (se non l’occultamento del corpicino), continuando piuttosto ad attribuire al suocero Andrea Stival le colpe. Quest’ultimo, tuttavia, è stato scagionato e ritenuto del tutto estraneo ai fatti. Veronica, dunque, continua a portare avanti con forza la sua tesi difensiva fino a passare al contrattacco con il ricorso in Cassazione, presentato dal suo difensore che continua ovviamente a sostenere la sua tesi. La Panarello è pronta a presentarsi davanti alla Corte di Cassazione ribadendo ciò che ormai da tempo continua a sostenere. Contro di lei si era espressa la Corte d’Appello di Catania lo scorso 5 luglio riconoscendola ancora una volta l’unica responsabile dell’omicidio di Lorys Stival.

VERONICA PANARELLO, LA TESI DELLA DIFESA

Sono dieci, in tutto, i punti che compongono il fascicolo del ricorso in Cassazione presentato dalla difesa di Veronica Panarello e con il quale è stata impugnata la condanna a 30 anni emessa dall’Appello la scorsa estate. Alcuni di questi punti erano già stati anticipati dal penalista nel commentare le motivazioni della condanna tra cui, come ribadisce Urban Post, “l’elemento soggettivo del reato e la contraddizione della sentenza che parla di dolo d’impeto, ma anche di pianificazione con il sopralluogo di Veronica Panarello; l’assenza di movente; e la capacità di intendere e volere dell’imputata”. Lo stesso avvocato Villardita aveva più volte ribadito la sua posizione contestando ciò che a suo dire sarebbe stata una grande contraddizione della sentenza di Appello e per la quale aveva chiesto una perizia psichiatrica per la sua assistita sempre negatagli. Secondo le motivazioni della sentenza, Veronica Panarello avrebbe avuto la “sindrome di Medea allargata a tutta la famiglia” a causa della quale sarebbe stata spinta a strangolare il figlio di 8 anni il 29 novembre 2014 con delle fascette in plastica per poi occultarne il corpo. Ma secondo la difesa, se affetta da tale disturbo come mai sarebbe stata giudicata lucina e consapevole mentre uccideva Lorys? Da qui la necessità sempre negata di una nuova perizia.

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