MARCO VANNINI, SENTENZA CIONTOLI/ Gnazi: “Sconcertante non aver previsto aggravanti”

- Niccolò Magnani

Marco Vannini, ‘mistero’ sulla sentenza: l’avvocato Celestino Gnazi commenta le motivazioni a Chi l’ha visto. E sui 5 anni a Ciontoli…

Marco Vannini
Marco Vannini, i genitori a Chi l'ha visto

Il caso di Marco Vannini è approdato ieri nel corso della trasmissione Chi l’ha visto alla quale sono tornati i genitori del ragazzo ucciso, affiancati dall’avvocato Celestino Gnazi che ha commentato le motivazioni della sentenza con la quale Antonio Ciontoli è stato condannato ad appena 5 anni. “In questo secondo grado Ciontoli è stato riconosciuto colpevole di omicidio colposo con l’aggravante della colpa cosciente”, ha spiegato il legale. Quello che sconvolge, è l’inadeguatezza della pena, come spiega il legale. “E’ stato sconcertante non aver previsto nessuna aggravante”, ha aggiunto. In merito all’intercettazione ambientale più volte riproposta dal programma Chi l’ha visto e che vede protagonista Martina nella caserma dei carabinieri, l’avvocato ha commentato: “Secondo i giudici del secondo grado questa cosa non è successa, abbiamo sognato tutti”. A parlare anche mamma Marina: “Quando c’è stata la sentenza di Appello, sono avanzata per dire al giudice che Marco aveva 20 anni e che dovevano tenere conto di questo, lui mi ha detto che mi avrebbe portato a fare una passeggiata a Perugia, un reato che prevede 5 anni di carcere…”. (Aggiornamento di Emanuela Longo)

OMICIDIO MARCO VANNINI, ‘MISTERO’ SENTENZA

Nella nuova puntata di oggi a Chi l’ha visto potrebbe entrare in dibattito la forte polemica e le discussioni che da giorni proseguono dopo l’uscita delle motivazioni della sentenza sul caso Marco Vannini. La condanna ridotta a Ciontoli e la motivazione addotta – «sparò ma fu soltanto omicidio colposo» – non convincono i parenti, gli avvocati e larga parte dell’opinione pubblica che da anni chiede giustizia in merito alla tremenda fine fatta dal bagnino di Ladispoli patita nella vasca da bagno della casa della sua fidanzata. In attesa di capire se il programma condotto da Federica Sciarelli porterà novità in merito all’immediato futuro giudiziario e investigativo sul caso Vannini, il giornalista Mediaset collaboratore di Quarto Grado Carmelo Abbate attacca con un lungo post su Instagram: «Lui è sempre Marco Vannini. E io sono sempre qui. Io non ci sto, mi dispiace. Fosse l’ultima cosa che faccio nella mia vita, continuerò a combattere per affermare i principi giustizia in cui credo. Giustizia che è stata sconfitta, atterrata e calpestata dentro le aule dei tribunali dove si sono celebrati i processi per la morte di Marco Vannini». Secondo il cronista di nera – che annuncia un imminente speciale per ora ancora “misterioso” sul caso Vannini – le carte del processo e le motivazioni della sentenza d’Appello differiscono in molti punti: un “mistero” che ha così portato i giudici a prendere una decisione che secondo Abbate non solo è ingiusta ma è profondamente sbagliata.

LA VERSIONE DI CARMELO ABBATE

«Ho messo insieme tutti i piccoli pezzetti raccolti dagli inquirenti, li ho ritagliati fisicamente e posizionati lungo una linea retta. Alla fine, avevo voglia di dare testate al muro. Ma come è possibile? Come è possibile che siano state ignorate risultanze investigative importanti? Sia chiaro, non voglio fare il processo di piazza ai Ciontoli, non è il mio ruolo. Non è il comportamento degli imputati il nostro problema, ma quello dei giudici. E io sono qui a contestare l’operato dei giudici», scrive ancora nel lungo post di sfogo del giornalista di Quarto Grado. I dati raccolti negli anni dagli investigatori, portati sul banco del processo dalla Procura avevano consegnato un quadro piuttosto dettagliato in cui Antonio Ciontoli e la famiglia erano stati uniti nel «concertare e coordinare le versioni menzognere da rendere al magistrato». Le stesse prove venivano poi confermate in riscontri di interrogatori e intercettazioni: «Dopo averli messi in fila, sono andato a rileggere le motivazioni della sentenza per capire come erano stati affrontati e risolti». Ed è lì che secondo Abbate molto, se non tutto, non torna: «Ho ripercorso le sessanta pagine, la lunga e dotta disquisizione sul dolo eventuale, ho rifatto il giro in lungo e in largo nella steppa desolata del diritto, e quando finalmente sono arrivato al punto, ho trovato solo poche righe. I giudici volavano alto. È il diritto, bellezza».

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