GIOVEDÌ SANTO/ A cena li sorprese: tese loro un agguato

- Marco Pozza

Nel momento dell’ultima cena, Gesù svela ai dodici il Suo vero volto. Tese loro un agguato: prima lavò loro i piedi, poi diede Se stesso da mangiare

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Giotto, Ultima Cena (1303-05), particolare

E’ il giovedì santo. Sono le ultime ore di un condannato a morte. Al Cristo non resta che una sola giornata di sole a disposizione, proprio Lui ch’è stato il Sole di quelle dodici pallide lune: “Offrirò loro una cena”, questo ha deciso. Prima d’arrampicarsi sul legno, di patire quella sete marcia – “Ho sete!” (Gv 19,28) – abbevera gli amici. Di più: prima che la sua faccia venga lavata con sputi e saliva, vuol sciacquare i piedi di coloro che, da domenica, attraverseranno il mondo raccontando di che morte han fatto morire la Vita.

La cena, dunque: “Ho desiderato ardentemente mangiare questa Pasqua con voi” (Lc 22,15). “Ardentemente” è avverbio di fiamma, materia di combustione, cuore in allarme. È confidenza di desiderio, e il desiderio è ancora più grande quando è appeso ad un filo. Ad una Croce. Quella cena – agnello allo spiedo, pani rotondi senza lievito, erbe amare, salsa rossa, vino di grazie, acqua calda – è l’ultimo desiderio di un condannato a morte. E il condannato, l’ultimo giorno, ha diritto alla grazia che invoca. “Tutti a tavola!”, tutti seduti: “Tutti erano muti, come aggravati da presentimenti che avevano paura di ritrovare negli occhi dei compagni” (G. Papini). Che Lui li amasse era cosa che loro tenevano come certezza: quanto li amasse, però, non era materia di loro conoscenza. Fu una cena esagerata, “ardentemente”: non c’è amore senza esagerazione. Desiderò anche loro ardentemente, come si bramano le cose più desiderabili, i misteri impenetrabili, i cuori più in allarme.

A cena, poi, li sorprese: tese loro un agguato. Li sfidò dal basso: Lui ch’era venuto dall’Alto per illuminare bassifondi, scantinati, sottoscala. A scartavetrare i piedi, che sono i ripostigli delle sciagure. Li sfidò rasoterra, proprio loro ch’eran uomini con i cuori ancora gonfi di boria, i cervelli riluttanti al servizio: “Cominciò a lavare i piedi dei discepoli” (Gv 13,5).

L’Uomo, accartocciato ai loro piedi, ha la bellezza di un imperatore: trasuda un’imperiale tristezza, ha i connotati della gioia. I piedi sono tutti numerati: due-quattro-otto-dodici-diciotto-venti-ventidue. Ventiquattro: anche Giuda ha dei piedi sporchi, anche lui ha percorso le strade merdose della Galilea per saziare il suo bisogno di vita. Gli occhi di tutti stanno fissati sui piedi dell’amico antipatico. Giuda, ch’era il loro tesoriere, a sentire tutti quegli sguardi fissi su di lui, sui piedi: è una cosa insopportabile il peso di tanti sguardi fissi su di te. Lui, il Cristo-lavandaio, non ha dubbi in materia, manco in merito: l’acqua, l’asciugatoio, il bacio. Non “anche-per” l’Iscariota, “sopratutto-per” Giuda: “Non sappiamo ciò che vogliamo ma siamo pronti a mordere qualcuno per ottenerlo” (W. Rogers). Cristo sa cosa vuole, è pronto a mordere Satana per ottenerlo. E sciacquando i piedi a Giuda è come se l’avesse salutato chiamandolo “signore”, Lui ch’era suo Signore. Il bacio pareva la bava di una lumaca sopra una rosa.

Il Servo è in piedi, il cibo sta per essere servito. Dopo l’acqua, ha un tozzo di pane in mano: “Prendete, questo è il mio corpo che è dato per voi”. Li sfidò a colpi di sorpresa: s’aspettavano ciascuno la sua parte, s’accorsero che Lui dava loro Se Stesso intero. Amore di sovrabbondanza faticoso da raccogliere nei loro piccoli cuori. Li acciuffò per i piedi con l’acqua, li colpì allo stomaco con il pane, fece girare loro la testa con una scommessa: “Fate questo in memoria di me” (Lc 22,19). C’è profumo di lavanda nella navata del cenacolo: è la prima ordinazione della storia. Sono i primi dodici sacerdoti dell’umanità: don Giovanni, don Pietro. Don Giuda: “Oh! L’orribile popolino con le sue grida da iena” (V. Hugo). Brividi.

Cristo ha la schiena a pezzi dallo stare in ginocchio: ci ha messo una certa umanità nella faccenda. Nessuno, però, che ricambi. Manco uno che si alzi per far sedere il Maestro. “Siediti che adesso laviamo noi i piedi a te”. Nessuno che, vedendo Giuda scappare, l’abbia rincorso: “(Ri)pensaci, amico! È qui apposta per noi stasera”. Li han lasciati soli tutti e due: quello che dentro ha Iddio, quello che dentro ha Satana. Gli “amici” han lasciato andare via da soli quei due amici.

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