LETTERATURA/ Dino Buzzati, la voce del mistero nel deserto dei bempensanti

- int. Fausto Gianfranceschi

Era il 1968 quando Mondadori diede alle stampe La Boutique del Mistero, di Dino Buzzati, una raccolta di racconti accolta tiepidamente da una critica in piena ubriacatura ideologica, ma che ebbe grande popolarità e che tutt’ora continua a venir letta e tradotta in moltissime lingue. FAUSTO GIANFRANCESCHI, critico letterario e “buzzatiano” doc, spiega i motivi del fascino che questo grande scrittore continua a ispirare

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Quest’anno è il quarantesimo anniversario della pubblicazione della Boutique del Mistero di Dino Buzzati. Si tratta di un libro che esprime una letteratura pressoché unica nell’ambito culturale che avvolgeva il 1968. Qual è la differenza fra la scrittura di Buzzati e quella di gran parte dei suoi contemporanei?

Una grande differenza. In effetti Buzzati è stato, non dico emarginato, ma, in un certo senso “oscurato”. Si è cercato di coprire la sua voce, di smorzarla, perché era l’unico scrittore che in quel periodo avesse una concezione della vita davvero molto complessa, molto profonda, mentre allora, dietro tanto idealismo, si viveva in superficie. Si parlava di “realismo”, ma era un realismo non reale perché la realtà dell’uomo non è semplice come da allora in poi si è preteso di farla apparire.

Quando Buzzati parla di mistero non si riferisce certo alla magia o ai giochi di un prestigiatore, ma è un mistero che ha delle dimensioni gerarchiche che vanno dalla vita materiale fino alla vita dello spirito. Buzzati si apre a tutte le dimensioni dell’esperienza umana ed esistenziale rimanendo così una delle poche eccezioni ancora al giorno d’oggi, dove la stragrande maggioranza degli scrittori è stata per così dire omologata dalla cultura materialista.

Qual è l’origine di questo senso del mistero che avvolge tutti i romanzi e racconti dello scrittore?

Quale ne sia la radice più profonda non possiamo dirlo, poiché questa appartiene all’intimità della persona dello scrittore.

Possiamo però osservare in primo luogo la sua immensa preparazione culturale e letteraria unita a un’enorme sensibilità interiore. È la sua profonda spiritualità, come dicevo prima, a consentirgli in vedere il mondo in maniera più complessa e articolata di molti altri scrittori. Per Buzzati non c’è solamente il dato materiale, o meglio, questo serve solamente a disvelarne la causa superiore. Di fronte alle montagne la prima domanda che si pone inevitabilmente è: «perché esiste la bellezza?» Ma questo atteggiamento non si limita esclusivamente alle esperienze “sublimi”. Egli infatti vede in ogni dettaglio, il suo “retroterra”.

“Da dove cominciano i fenomeni e perché c’è quella concatenazione per cui si generano coincidenze che sono sì, in un certo senso, misteriose?”. Questa è l’eterna domanda di Dino Buzzati. Ed è questa profondità di prospettiva che affascina Buzzati e che fa della sua narrativa qualche cosa di insolito nella narrativa “realista” del novecento.

Molti indicano il “fattore natura” nella poetica di Buzzati, il fatto di aver trascorso infanzia e adolescenza fra le montagne del bellunese ha inciso sulla sua opera?

Oltre alla natura, che indubbiamente ha svolto un ruolo importante, c’è una certa cultura che non esiterei a definire mitteleuropea. E che non è solamente di stampo naturalistico, ma anche incentrata sull’uomo e sui suoi limiti. Il mistero della natura e il mistero dell’uomo si incrociano e nascono situazioni che sono sorprendenti.

Pensiamo al Crollo della Baliverna, che cosa ne determina la caduta? Una lieve crepa. Proprio questa piccola causa simboleggia lo stupore di Buzzati per le minime sfumature e i nascosti risvolti della realtà.

A quanto pare in Francia lo scrittore è particolarmente apprezzato, forse più che nel nostro Paese.

Sì, è verissimo. È talmente forte l’avversione per Buzzati nel nostro Paese, da parte di molti segmenti del potere culturale, che vi sono altre nazioni in cui i suoi scritti hanno molta più eco.

Un esempio di insofferenza della cultura italiana per Buzzati si vede dal fatto che in Francia è vissuto un grande scrittore, morto lo scorso 22 dicembre, che si è ispirato all’opera di Buzzati. Si tratta di Julien Gracq che in patria ha avuto molto successo. Di Gracq non è stata tradotta in Italia neanche un’opera. Eppure anche in Francia c’è stata, e c’è tuttora, una forte cultura di sinistra, pensiamo ad esempio a Sartre. Però, evidentemente, vi è lo stesso maggiore libertà di pensiero che da noi.

Buzzati ha avuto successo anche in altri paesi d’Europa?

Sì ma soprattutto in Francia. Là addirittura esiste l’associazione Dino Buzzati e vengono pubblicati dei chaiers sul nostro scrittore.

Molto spesso il lavoro di Dino Buzzati viene paragonato a quello di Franz Kafka. Addirittura egli stesso ne pare infastidito quando, ironicamente, afferma di non poter scrivere neanche un telegramma senza correre il rischio che qualche critico trovi delle analogie con lo scrittore praghese. Lei che cosa ne pensa?

Quando ho scritto il libro su Buzzati, che è stato il primo pubblicato in Italia, andai a trovarlo a Milano. Una delle domande che gli rivolsi riguardava il suo rapporto con Kafka. Egli mi rispose che conosceva molto bene lo scrittore ceco, ma aggiunse che quando aveva scritto I sette messaggeri non aveva ancora letto il racconto kafkiano Il messaggio dell’Imperatore. A mio avviso la spiegazione di queste coincidenze risiede nel fatto che i due scrittori condividevano alcune domande interiori.

In passato ho fatto anche un paragone tra Buzzati e Borges dimostrando che anche in essi c’è un’origine comune. I due non solo non si conoscevano, ma è pressoché certo che l’uno ignorasse completamente l’opera dell’altro e viceversa. Eppure entrambi scrissero praticamente lo stesso racconto.

Per Buzzati la trama riguarda un principe orientale ammalatosi di lebbra, il quale terrorizzato all’idea di rinunciare alla propria vita mondana si rivolge a un santone chiedendogli come possa guarire. Il santone gli consiglia di pregare insistentemente, ed egli comincia a farlo. Quando Dio gli concede la guarigione il principe è così tanto interiormente cambiato che si rifiuta di abbandonare il lazzaretto nel quale era stato rinchiuso.

Analogamente Borges descrive la storia di uno stregone sudamericano rinchiuso in carcere ai tempi dei conquistadores, il quale durante la sua prigionia scorge fra le strisce di una tigre un messaggio divino, ha un’estasi e decide di non abbandonare più il proprio carcere.

Che dire di fronte a una simile coincidenza di visioni? Soltanto che gli spiriti sensibili sono comunemente legati da una certa particolare percezione della realtà.

A suo avviso l’opera di Buzzati può avere un ruolo educativo?

Certamente. Ai miei figli e ai miei nipoti ho sempre suggerito di leggere Buzzati, poiché egli apre la mente ad altre dimensioni che vanno oltre lo schiacciamento sulla materia che pervade la cultura quotidiana. Viviamo purtroppo in un mondo minimalista, che tenta incessantemente di ridurre l’uomo ai propri immediati e semplici bisogni senza farsi troppe domande. Ma l’uomo non è fatto per essere minimalista. Tutt’al più per essere “massimalista”.

Voglio aggiungere una cosa: dicono tutti che Buzzati non fosse un credente. A mio avviso non c’è nulla di più sbagliato. Egli era profondamente credente in quanto continuava a domandarsi il senso delle cose e a non accontentarsi della superficie. Inoltre in numerosi racconti testimonia il proprio grande legame con il cristianesimo cattolico. Primo fra tutti: Il disco di posò.

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