Il ’68 italiano, punto nevralgico di una crisi complessa

- Ugo Finetti

Il ’68 si sviluppa in Italia seguendo un intreccio di fenomeni che investono e mettono in crisi contemporaneamente i tre punti di riferimento su cui si era fondata la ricostruzione democratica dopo il fascismo e la guerra: l’alleanza occidentale, l’economia capitalista, la Chiesa

Per comprendere come il ’68 si sia particolarmente protratto nel nostro paese ed abbia avuto poi un suo sviluppo – o “degenerazione” – in una lotta armata di eccezionale portata rispetto alla stessa Germania, bisogna seguirne la genesi anche come “una storia italiana” e non una mera traduzione o imitazione di quanto era nato negli Stati Uniti a Berkley o stava accadendo alla Sorbonne di Parigi.
Certamente esso aveva lo stesso sfondo internazionale. Il ’68 matura, cioè, nel quadro della crisi di egemonia morale tra le nuove generazioni degli Stati-guida dell’assetto bipolare uscito dalla seconda guerra mondiale.
In particolare in Europa occidentale i due modelli di avvenire e di società perfetta risultano entrambi destabilizzati e sostanzialmente delegittimati. Già a metà degli anni ‘60 i due “Super Io” appaiono infranti. Schematicamente, da un lato la destalinizzazione e dall’altro la guerra in Viet Nam hanno detronizzato prima sin dal ’56 la leadership sovietica e quindi quella statunitense. Il comunismo sovietico appare come un sistema autoritario e burocratico ed i vincoli di solidarietà con esso non sono giustificati. D’altra parte anche gli Stati Uniti – dopo la traumatica scomparsa di Kennedy e poi con l’escalation dell’intervento militare in Viet Nam – si configurano come una forza che ha tradito i sogni di speranza e che è essenzialmente imperialista, che sostiene governi dittatoriali ed il cui sviluppo economico nel segno del capitalismo è basato sulle disuguaglianze sociali e razziali al suo interno e sugli interventi militari nel mondo.

La “coesistenza pacifica” di Kennedy e Krusciov non è più considerata l’incontro tra due promesse di rinnovamento, ma è vissuta come un sistema compromissorio e specularmente repressivo, un’alleanza tra due regimi illiberali e irriformabili, come hanno appunto dimostrato le parallele parabole di Krusciov e Kennedy. Unico raggio di luce è chi rifiuta la “coesistenza pacifica”: la Cina di Mao e la Cuba di Che Guevara, che lascia Fidel Castro il quale dopo la crisi dei missili di Cuba si è impegnato a non “esportare” la rivoluzione, per andare appunto ad animare, a partire dalla Bolivia, la lotta armata contro l’imperialismo americano nell’America Latina. Questa dissacrazione di Stati Uniti e Urss si traduce in una rimessa in discussione del primato delle forze politiche che a livello nazionale, anche scontrandosi, facevano riferimento ai due Stati guida, denunciando quindi un vuoto di rappresentanza a sinistra dell’intero arco parlamentare.
In particolare, il neonato ribellismo studentesco si fionda in Italia trovando i cosiddetti tre partiti di massa – la Dc, il Pci ed il Psi – tutti governati sin dal 1964 da maggioranze interne di centro-destra. Nel Psi il ritorno al governo dal 1947 ha determinato prima la scissione del Psiup e poi la messa in minoranza della sinistra interna di Lombardi e Giolitti. Nel Pci, dopo l’improvvisa scomparsa di Togliatti, si forma una maggioranza Longo-Amendola che mette in minoranza la sinistra di Pietro Ingrao che rivendica una riforma del centralismo democratico che regola la vita interna, un più radicale anticapitalismo ed una presa di distanza dall’Urss. Infine nella Democrazia Cristiana le correnti di sinistra che erano state protagoniste della liquidazione del centrismo degli anni ‘50 vengono messe in minoranza dai dorotei con Aldo Moro alla guida del governo.

Sul piano culturale e ideale non vi è un sistema stabile di certezze e nel paese sono attive e in cerca di visibilità, con iniziative di dibattito e di promozione editoriale attraverso una rete di riviste rivolte prevalentemente all’ambiente universitario, tre minoranze di sinistra – cattolica, comunista e socialista – che contestano radicalmente i propri partiti di riferimento, promettono vie di libertà e di innovazione, sono schierate per una contestazione radicale e al di fuori della lotta parlamentare del capitalismo e dell’imperialismo. Contro i partiti queste tre sinistre propugnano i “movimenti” e come impegno diretto guardano alle lotte studentesche e a quelle sindacali. Il concetto di “proletarizzazione” degli studenti risaliva già all’inizio degli anni ’60, quando gli atenei vedevano una partecipazione non più elitaria, ma di massa ed erano indicati come formazione non della classe dirigente, ma del mercato del lavoro. Nascono così le prime occupazioni delle università sul modello delle occupazioni delle fabbriche, rinnovando il mito gramsciano dei consigli autogestiti e della democrazia diretta assembleare.
La violenza nasce, viene presentata come fatto vittimistico, come forma difensiva, di legittima difesa di fronte all’aggressione brutale anche se mistificata e sofisticata del capitalismo che è autoritario e fascista. Piazza Fontana segna il “vulnus” che autorizza il passaggio dalle molotov alla P 38. In Italia finisce sotto accusa l’unità antifascista, quella dei partiti del Cln che vedevano insieme un arco di forze che andava dai liberali ai comunisti. Lo scrittore Franco Fortini la bolla come “un freno” in polemica con Giorgio Amendola. Il vero antifascismo viene dal basso e dalla classe operaia ed era espressione di un movimento di rivoluzione sociale poi frenato dai partiti. Giangiacomo Feltrinelli pubblica l’opuscolo di Pietro Secchia, “La guerriglia in Italia”, ed entra nella clandestinità.

Sull’onda del Sessantotto – come con effetto domino – nella Dc, nel Psi e nel Pci sono rovesciate le maggioranze di centro-destra e sostituite con nuove maggioranze interne di centro-sinistra: vanno in minoranza Nenni, Amendola e Moro (che tornerà in maggioranza però su posizioni di sinistra).
Il ’68 si sviluppa quindi in Italia in una situazione particolare, con venature specifiche e profonde. Esso si prolunga e cresce negli anni ’70 secondo l’intreccio di fenomeni che investono e mettono in crisi contemporaneamente i tre punti di riferimento su cui si era fondata la ricostruzione democratica dopo il fascismo e la guerra: l’alleanza occidentale, l’economia capitalista, la Chiesa.
Gli Stati Uniti con il Watergate e la lunga crisi istituzionale che si conclude con le dimissioni di Nixon sono al tempo stesso sul banco degli accusati e, da Ford a Carter, privi di guida forte. Sul piano economico esplode la crisi energetica, che si riversa in un panorama economico nazionale che vede prender corpo una generalizzata deindustrializzazione. Tutti invocano “un nuovo modello di sviluppo”.
Infine, la Chiesa attraversa la crisi post-conciliare con la messa in discussione dei principi di autorità e di tradizione, l’introduzione di prassi assembleari e comunitarie, l’autogestione del significato del Concilio tra “preti operai” e “teologia della liberazione”.
E così il direttore del “Corriere della sera”, Piero Ottone, scrive un editoriale in cui celebra la vittoria del marxismo nella cultura italiana come pensiero unico condiviso ed il segretario della Dc, Benigno Zaccagnini, dichiara che anche il suo partito è per “il superamento del capitalismo”. Sono gli “anni formidabili”, gli “anni di piombo”. Un periodo su cui le interpretazioni e i giudizi si sprecano e che comunque finisce con Giovanni Paolo II, Ronald Regan e Bettino Craxi.

(Foto: Imagoeconomica)


© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori