Perchè resiste il mito della contestazione

- Giovanni Cominelli

È ora di far transitare nella storia quella stagione lontana. Se no è soltanto uso politico-culturale di eventi lontani, consumato sia da chi addita il ‘68 come l’origine di tutte le disgrazie dell’ultimo quarantennio, sia da chi lo annovera tra le rivoluzioni incompiute e tradite del nostro paese

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Sono passati 40 anni, ma il mito resiste, positivo o negativo che sia, alimentato da una generazione che in quegli anni oscillava tra i 18 e i 30 anni e che oggi sta sul crinale dei 60 anni e oltre.
È ora di far transitare quella stagione lontana nella storia e nella storiografia. Sennò è soltanto uso politico-culturale contingente di eventi lontani, consumato sia da chi addita il ‘68 come l’origine di tutte le disgrazie dell’ultimo quarantennio, sia da chi lo annovera tra le rivoluzioni incompiute e tradite della storia del paese, dopo il Risorgimento e la Resistenza.

Se deve essere storia, cominciamo con le date. Diversamente il ‘68 diviene la notte in cui tutte le vacche sono nere e sessantottine.
La miccia lunga viene costruita lungo tutti gli anni ‘60. L’esplosione accade tra il 16 novembre 1967, il giorno della prima occupazione dell’Università Cattolica di Milano, e il 12 dicembre 1969, il giorno della strage di Piazza Fontana. Quello successivo è il tempo di un lento fall out, che si deposita il 20 giugno del 1976, giorno delle elezioni politiche, che sancì la fine del sogno della sinistra extra-parlamentare di divenire parlamentare. Dopo quella data nasce e si spegne nel giro di un paio d’anni il Movimento del ‘77. Dopo quella data la lotta armata ha un’impennata improvvisa, che culminerà nell’uccisione di Aldo Moro e durerà fino agli anni ‘80.
Collocato lungo la freccia del tempo, il ‘68 dura due anni. In Francia era durato un mese, in Germania un paio d’anni, era incominciato prima, così come negli Stati uniti del resto.

Ciò che differenzia la cometa del ‘68 italiano da quella europea e americana è la lunghezza della coda. Per spiegarla, i mitologi del ‘68 hanno sostenuto la tesi dell’eccezionalità positiva del “caso italiano” come se la transustanziazione dei movimenti del ‘68 in una serie di minuscoli partitini rivoluzionari fosse la controprova dell’esistenza di un giacimento rivoluzionario permanente nella società italiana. Al contrario: l’eccezionalità era autentica, ma negativa, perché segnalava l’ottusa incapacità delle classi dirigenti e del sistema politico italiano di rispondere con le riforme alle istanze dei movimenti. Eccezionale l’arretratezza! Non così in Francia o in Germania, dove i governi avevano sapientemente alternato il bastone di una moderata repressione e la carota più dolce delle riforme. In Italia la risposta fu Piazza Fontana e una catena di stragi e attentati successivi. Riforme nessuna, se non il cedimento demagogico a rivendicazioni corporative. Quanto bastava per alimentare ancora per qualche anno il ribellismo endemico e per fornire basi relativamente di massa all’insorgenza armata. Piazza Fontana apre il tempo di una piccola, ma sanguinosa guerra civile, con centinaia di morti e migliaia di feriti, che finirà solo nei primi anni ‘80.

Definiti i confini temporali del ‘68, che cosa esattamente fu? Fu una generazione che voleva cambiare il paese, allargare la partecipazione ai frutti dello sviluppo civile, culturale, economico, riformare istituzioni inefficienti e autoritarie, dalla famiglia alla scuola, all’università, alla burocrazia, alla Chiesa. L’autorità aveva perso autorevolezza. Nulla di più ragionevole e di meno utopistico.
Dagli Usa alla Francia, alla Germania, all’Italia la prima generazione del boom chiedeva un cambiamento. Con il linguaggio di oggi: si trattava di un movimento di riforme, non di un movimento rivoluzionario o eversivo. Portava i segni culturali degli anni ‘60: l’americanismo. Già Gramsci nei Quaderni del carcere (1927-1937) aveva istituito una correlazione tra il fordismo e l’americanismo. Fordismo indicava non solo un metodo di organizzazione della produzione, ma, di più, un modello di industrializzazione, che generava nuovi rapporti sociali e nuova cultura, appunto l’americanismo. L’americanismo: consumi di massa, mobilità delle persone, industria culturale, urbanesimo, secolarizzazione, individualismo, libertarismo. Ora, ciò che in America era accaduto lentamente dagli inizi del ‘900, in Italia arrivava come un uragano improvviso e violento a partire dagli anni ‘50. Dal 1951 al 1963 l’Italia cresceva ad un ritmo “cinese”: 5-6% il tasso annuale di sviluppo, 10 milioni di persone si mettevano in movimento, 4 milioni emigravano dal Sud. Auto, Tv, autostrade, coca cola e jeans, canzonette e film sconvolgevano la cultura di un paese che ancora nel 1951 era dedito per il 45% della popolazione attiva all’agricoltura. Ecco, il ‘68 è un fenomeno “americano”, una sorta di “rivoluzione passiva”, per riprendere sempre Gramsci.

Ma, allora, perché i movimenti del ‘68, quando tentarono di costruire la coscienza di sé, incominciarono a parlare una neolingua orwelliana fatta di “rivoluzione”, “abbattimento dello Stato borghese” ecc…? Perché l’uso di parole che venivano da un altro universo semantico, rispetto a quello “americano”? Solo un’indagine sulle culture politiche prevalenti all’epoca – il cristianesimo rivoluzionario, il marxismo eterodosso – consente di fornire una risposta.

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