1968, il fallimento degli adulti che i giovani hanno pagato

- Pier Alberto Bertazzi

Un’istanza di maggiore autenticità – percepita come tradita nella generazione adulta – è stata la base del movimento. Il ‘68 creò nei giovani l’illusione di poter soddisfare l’urgenza di autenticità ripartendo unicamente da se stessi: questo l’errore mortale

Facendo un rapido calcolo, chi parla oggi del 1968 sta mediamente per raggiungere – o ha da poco superato – i 60 anni e parla quindi della propria giovinezza. Non può quindi stupire che gran parte di costoro trovi quegli anni entusiasmanti e ne abbia nostalgia; né che qualcuno – allora protagonista delle prime pagine dei giornali e a capo di folle che ora evidentemente gli mancano molto, per come ne è in cerca – li trovi addirittura formidabili. Ma ci sono anche tanti cui la giovinezza in quegli anni fu sottratta, proprio dal “68”.

Il primo dato da considerare è che il fenomeno di cui si parla, originariamente – cioè negli anni 1967-68 – riguardò quasi senza eccezioni un’intera generazione in Europa, nelle Americhe ed anche oltre. Si trattò di un fenomeno insorto in tanti paesi per lo scontro tra la prima generazione entrata in università senza aver dovuto fare i conti col dolore della guerra né con l’entusiasmo e la gratitudine della ricostruzione, e la generazione che si trovava allora al potere. Un testimone appassionato di quegli eventi definiva questa fase nascente del ‘68 come caratterizzata da una «istanza di maggiore autenticità di vita, della vita pubblica», una «urgenza di autenticità nel vivere sociale dettata da una irrequietezza che implicava la ricerca di un’autenticità anche per la persona», un «impegno a una trasformazione globale della società…… per affermare l’autenticità al posto dell’equivoco, della menzogna, della maschera di cui si viveva».

Quella urgenza veniva percepita come assente, di più, tradita nella generazione adulta la quale aveva appena cominciato a tirare il fiato e a godersi il livello di benessere raggiunto al termine della ricostruzione post-bellica. La percezione di questo tradimento ebbe due versioni principali. I comunisti avevano tradito perché avevano impedito che la resistenza sfociasse in una vera rivoluzione. I nemici di classe erano ancora tutti lì, al potere. Bisognava tornare alla resistenza per abbattere quei nemici, itinerario che alcuni percorsero tanto coerentemente da giungere a riorganizzare la lotta armata. I cattolici vedevano i loro padri al potere in uno stato dove le disuguaglianze erano ancora immense e non sembrava che se ne facessero carico come necessario. Bisognava perciò “tornare” ad un cristianesimo capace di battersi contro le ingiustizie e di abbracciare sul piano sociale le lotte dei poveri e degli sfruttati. In realtà, quello che veniva rifiutato non era solo una tradizione ritenuta inadeguata ma la sua necessità stessa. Ripartiamo da noi! Un’illusione che li avrebbe resi schiavi (spesso inavvertiti) di alcune delle peggiori tradizioni e li avrebbe portati a riconoscere come propri maestri pensatori e leader politici che avevano ispirato e costruito alcune delle società più oppressive e inautentiche della storia.
Com’era da aspettarsi, i due principali filoni (comunista e cattolico) finirono per confluire e dalle file cattoliche vennero, in effetti, molti che abbracciarono non solo la contestazione, ma poi anche le forme di politica più violenta fino all’uso delle armi: ma per la “Giustizia”, questo e altro!

All’inizio, tuttavia, il ‘68 fu veramente un fenomeno partecipativo e aperto. Nelle prime assemblee del 1967 nella facoltà di Medicina a Milano, ad esempio, anche gli studenti del Fuan ( il movimento giovanile dell’allora Msi) intervenivano contribuendo ai progetti di una “università diversa” per i quali si utilizzavano i testi di don Milani, il cui discorso su autorità e obbedienza non era come talora viene dipinto (d’altra parte in pochi posti si ubbidiva così ferreamente come nella sua scuola) ma intendeva sottolineare l’indispensabilità di una educazione non autoritaria e capace di sviluppare la libertà e la responsabilità di ciascun giovane: per questo erano necessarie figure “autorevoli” (lui per i suoi ragazzi lo era), proprio quelle che la giovane generazione di quegli anni (1968 e seguenti) non riconobbe o perché non c’erano, o perché non li seppe riconoscere, o perché sbagliò a trovarli, illudendosi.

Gli sviluppi successivi a questo inizio ricco di istanze e urgenze condivisibili e condivise furono, come si sa, molto diversi sia a causa dell’errore mortale in esso insito (per costruire il nuovo dobbiamo partire solo da noi) sia per una serie di nuovi fenomeni quali l’ingresso in massa di attivisti rivoluzionari professionisti nelle schiere studentesche in rivolta; il gioco dei partiti a cavalcare tale rivolta (e a scavalcarsi in questo); l’intrusione possibile, in moti così profondi e diffusi, anche di altre organizzazioni, le più varie, in modi comprensibilmente mai del tutto chiariti. Ma chi ha pagato, alla fine, sono stati soprattutto gli studenti. Molti, è vero, hanno fatto carriera, forse proprio grazie ai “meriti” di quel tempo. Molti però hanno avuto la vita rovinata o tolta. Vorrei limitarmi ad un esempio e ad un ricordo, anche come riconoscimento pubblico (pur in questo minuto angolo) della figura di Carlo Saronio, ragazzo di ricca famiglia di una bontà, purità e nobiltà d’animo rara il quale, penso per la propria generosità, seguendo amici che amici non erano, finì poco più che ventenne sotto pochi palmi di terra, oscuramente. Una delle vicende più atroci, ma simbolica di centinaia di altre vite finite in rovina seguendo una falsa, e non più sopportabile ad un certo punto, illusione.

Dov’ero io in quegli anni? Ero con non pochi amici nelle aule e nei cortili di Città Studi e della Statale di Milano, anche se non avevamo l’”agibilità politica”. Avevamo però qualcosa da vivere che né i servizi d’ordine istruiti ed equipaggiati militarmente né la riedizione dell’opera omnia di Stalin potevano impedire o tacitare. Anzi, ci eravamo persino messi a scrivere un bollettino che avevamo chiamato un po’ pomposamente “Comunione e Liberazione”: come titolo non piaceva a nessuno, ma indicava in modo esplicito qualcosa che noi avevamo incontrato, che c’entrava con l’ansia di quegli anni e di cui volevamo poter parlare anche agli altri nostri compagni. Riuscivamo anche a diffonderlo (pur con una certa circospezione), tanto che cominciammo a essere identificati come quelli che facevano circolare il bollettino “Comunione e Liberazione”, quelli di CL cioè, da scovare ed espellere dall’università. Perché correre tanti rischi? Semplice. Gli amici che se ne stavano andando nelle file del “movimento studentesco”, e che io stavo perdendo, erano stati per me tramite di un incontro con un Maestro che non mi stava deludendo di fronte a questa istanza di autenticità umana. Anzi. Né mi avrebbe deluso mai in seguito.



L. Giussani. La lunga marcia dell’educazione. Intervento del 1971. In “Tracce”, marzo 2008, Milano



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