Da un inedito di Craxi una nuova luce sul caso Moro

- Gianluigi Da Rold

Uno scritto del leader del Psi, comparso senza firma sulla rivista “Critica Sociale” del 1995, mette in dubbio la visione di un Aldo Moro bersaglio di una combinazione operativa dei servizi segreti internazionali, della Cia americana e del Kgb sovietico

Arriva quasi implacabile il 9 maggio, per ricordarti la reale fine della “Prima repubblica”, con l’immagine del corpo senza vita di Aldo Moro adagiato nel bagagliaio di una squallida Renault rossa, parcheggiata nel centro di Roma. Sono passati trent’anni e molto, troppo in verità, di quella sordida storia italiana non è stato chiarito. Ora diventano addirittura fastidiose e ingombranti le ricostruzioni, le spiegazioni e le commemorazioni di quel delitto brigatista. L’odore prevalente in queste circostanze resta sempre quello della grande mistificazione, dell’ipocrisia profusa a larghe mani, delle omissioni e dell’omertà intemerata. Nel 1995, in un periodo in cui si era già stilato il certificato di morte della “Prima repubblica”, Critica Sociale, la rivista fondata da Filippo Turati e da Anna Kuliscioff, pubblicava un volume dal titolo “Lettere dal patibolo”, cioè tutte le lettere di Moro dalla prigione brigatista, quelle lettere che alcuni “amici” dello statista democristiano avevano definito “non moralmente ascrivibili” al loro leader. In tutto, 38 lettere.
Nel volume c’era anche uno studio filologico del comunicati delle Brigate Rosse, quei comunicati che, secondo Rossana Rossanda, avevano un “lessico familiare”, e che, secondo altri, “fornivano spiegazioni e indicazioni”, ma che i quotidiani dell’epoca si rifiutavano di pubblicare nel “segno della fermezza”, liquidandoli come “deliranti”.Ma in quel volume pubblicato da Critica Sociale c’era soprattutto una breve introduzione non firmata, un promemoria meticoloso e ragionato dei 55 giorni di Calvario dell’affare Moro. Quell’inedito era di Bettino Craxi, che nel 1995 era già diventato l’uomo più impopolare, se non proprio odiato, della nascente e mai nata “Seconda repubblica”. La lettera numero 12 dal “carcere del popolo” Moro l’aveva scritta con affetto proprio a Craxi: “Caro Craxi, poiché ho colto, pur tra le notizie frammentarie che mi pervengono, una forte sensibilità umanitaria del tuo partito in questa dolorosa vicenda sono qui a scongiurarti di continuare, ed anzi accentuare la tua importante iniziativa…Ogni ora che passa potrebbe renderla vana ed allora io ti scongiuro di fare in ogni sede opportuna tutto il possibile sull’unica direzione giusta che non è quella della declamazione. Anche la Dc sembra non capire…”.
Questa lettera è il documento più tragico, dal punto di vista politico, del “prigioniero delle Br” Aldo Moro: un invito a Craxi a proseguire nella giusta iniziativa, l’irritazione per le “declamazioni”, la Dc che non capisce. Con quella lettera si apre il capitolo del “partito della fermezza” (PCI, DC, PRI e altri) contro il “partito della trattativa” (la segreteria nazionale del Psi, soprattutto e Leonardo Sciascia). Visto storicamente, quel momento tragico della vita italiana porta a conclusioni drammatiche: Moro fu “giustiziato” dai carnefici terroristi; più tardi, Craxi, che in quell’occasione fu addirittura accusato di opportunismo, fu “giustiziato” dai giustizialismi dilaganti nella società italiana degli anni Novanta, senza ricorrere, almeno questa volta, ai “pendolini” che parlano e ai fondi di caffè che indicano paesi e strade, non a vanvera.
Ma ritorniamo all’inedito scritto da Craxi. L’ex leader socialista smonta innanzitutto la prima grande mistificazione, quella che viene ancora oggi immortalata dal monumento ad Aldo Moro, che nell’effigie ha in una tasca della giacca “L’Unità”, per farlo passare come “uomo del dialogo per eccellenza”, uomo politico che promuove il governo di solidarietà nazionale portando i comunisti di Enrico Berlinguer al Governo del Paese e sdoganarli definitivamente dal loro legame con l’Unione Sovietica.
In questa mistificazione, Moro è indicato come il bersaglio di una combinazione operativa dei servizi segreti internazionali, della Cia americana e del Kgb sovietico, che si opporrebbero alla nuova “anomalia democratica italiana”. E’ curioso che questa tesi sia stata dettagliatamente stilata da un giornalista molto chiacchierato, Mino Pecorelli, sulla rivista “Op” (non certo di sinistra), il 2 maggio 1978, una settimana giusta prima del ritrovamento del cadavere di Moro. Craxi riproduce quell’articolo che si concludeva con questa frase: “Ancora una volta la logica di Yalta è passata sulle teste delle potenze minori. E’ Yalta che ha deciso via Mario Fani”. L’inedito di Craxi parte da questa considerazione: “Le cose non stavano esattamente così. Il PCI aveva un rapporto di solidarietà con Mosca che l’eurocomunismo aveva solo in parte incrinato facendo sorgere sospetti tanto nell’un campo che nell’altro. Infatti anche i sovietici erano sospettosi, temendo di perdere il controllo sui partiti comunisti occidentali”. E’ la prima risposta corretta a chi vede le Br come figlie dirette, piuttosto che eterodirette, del kagebismo moscovita o a chi addirittura le collega a un dietrologico “gioco di sponda” che porta alla Cia di Henry Kissinger, il segretario di Stato americano apertamente critico e severo verso la politica di Aldo Moro. Il contesto internazionale va tenuto presente, guardato in controluce, ma anche messo a posto nel suo giusto quadro.
In quel 1978, l’URSS di Breznev è all’attacco nel mondo, con persino soldati cubani che fanno la guerra in Africa. Gli Usa invece escono dal disastro del Watergate. Kissinger non dirige più nulla e alla Casa Bianca c’è un remissivo Jimmy Carter che sembra in ritirata ovunque. Ma è la realtà italiana la più importante da osservare, con la crisi di governo del novembre 1977, dove il repubblicano Ugo La Malfa lancia l’idea di portare i comunisti al Governo fidandosi di un Berlinguer che avrebbe preso le distanze dall’URSS, con un discorso di 6 minuti e 32 secondi, in occasione del “Sessantennale” della Rivoluzione d’Ottobre. Quel discorso di Berlinguer non convinse mai Craxi, perché, a ben soppesarlo, era sempre ancorato al leninismo e al primato delle società dell’Est rispetto alla socialdemocrazia europea e alla democrazia occidentale. Nel corso della crisi che va dal novembre del 1977 al marzo del 1978, è proprio Aldo Moro che frena sul PCI. Anche perché, da tempo, Moro non è più l’interlocutore privilegiato del PCI. La stessa idea di Moro uomo politico da “processare” (quello che è scritto nel primo comunicato brigatista) riecheggia perfettamente il marzo 1977, quando nel dibattito parlamentare sullo scandalo Lokheed, Moro dichiara duramente: “Noi non ci faremo processare nelle piazze. Non accettiamo di essere considerati dei corrotti, perché non è vero”. Dopo quel discorso la rottura tra Moro e i comunisti si era consumata persino sul piano personale, con Moro che apostrofava i leader comunisti in questo modo: “Se avete un minimo di saggezza della quale, talvolta, si sarebbe indotti a dubitare”.
E’ in quel periodo che si forma l’asse tra il Pci e il nuovo segretario della Dc, Benigno Zaccagnini, che dichiara persino che la Dc voleva “superare il capitalismo”. Lì scatta il dialogo-confronto tra la segreteria comunista e altri uomini democristiani, come Giulio Andreotti e Francesco Cossiga. Alla fine Moro, in quella lunga e logorante crisi, riesce ad accordarsi proprio con Craxi e sceglie un’altra soluzione: quella dell’ingresso del Pci solo nella maggioranza parlamentare, mantenendo la formula del governo monocolore Dc. Rifiutando persino ministri “tecnici” graditi ai comunisti e imponendo nel Governo uomini come Toni Bisaglia e Carlo Donat Cattin ,che erano “nella lista di proscrizione” del PCI.
Se si inquadra bene la vicenda della crisi del 1977, del governo nel marzo 1978, del rapimento e dell’uccisione di Moro, con una cronologia attenta e esatta, si possono affrontare ben diversamente i comportamenti, le omissioni, le contorsioni e le ambiguità delle indagini, della ricerca della prigione e della genesi del “partito della fermezza” nei drammatici 55 giorni. L’inedito scritto da Craxi parte da questa lettura della realtà, non trascurando certamente il quadro internazionale (le infiltrazioni ci furono certamente anche nel livello militare dell’operazione di via Fani). Alla fine si ritorna inevitabilmente al contesto italiano, drammatico e ipocrita, mistificato prima, durante e dopo il rapimento, la prigionia e l’uccisione di Moro.

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