2 GIUGNO/ Festa per una Repubblica ancora incompiuta

- Davide Rondoni

Che l’opzione repubblicana sessantadue anni fa sia uscita vincitrice dal referendum istituzionale è solo un bene. Ma non basta. Secondo l’analisi acuta e disincantata del poeta e giornalista DAVIDE RONDONI i festeggiamenti sono accettabili, purché accompagnati da una vera aspirazione a recuperare l’originalità di ciò che significa essere italiani: una concezione, come quella di Dante e Petrarca, in cui senso religioso e talento storico delle virtù si coniugano in uno speciale slancio. Altrimenti si inseguirà solo il sogno di una Italia come Amministrazione o come Stato assoluto nato in ritardo

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E dunque cosa dovremmo festeggiare? La Repubblica, certo. O meglio la data in cui, in un peraltro controverso referendum, gli italiani dissero basta a una monarchia poco rappresentativa del paese e codarda per lanciarsi nell’avventura della forma repubblicana.
D’accordo, è stato meglio così. Ma in questi giorni tutti i media italiani non osannano un film che – con elegante confezione – sostiene che questa storia repubblicana sia stata retta da un “Divo”, cinico e spietato, al centro di fili occulti e sanguinosi di potere? E non è di questi anni e mesi la “scoperta” attraverso libri coraggiosi e spesso osteggiati che la storia della Repubblica non è solo luminosa e progressiva ma porta nel cuore e nel corpo ancora i veleni di una guerra civile mai riconosciuta e giudicata fino in fondo? In questi giorni, poi, non stiamo assistendo alla stupefacente impotenza degli apparati dello Stato repubblicano dinanzi alle emergenze dei rifiuti, o della delinquenza? Festeggiare cosa, dunque? Una forma più libera di vita politica.
Certo, è stato meglio così. Ma non siamo appena usciti da elezioni i cui regolamenti favoriscono l’entrata in parlamento di vassalli e valvassori invece che di scelti dal popolo? E non si è appena assistito a indegne gazzarre fomentate da chiarissimi professori nelle aule universitarie delle più rinomate in nome della libertà? E non è l’Italia un paese fermissimo, sia demograficamente che come sviluppo?
Si facciano le parate, dunque. Si stirino le bandiere che l’ex-Presidente Ciampi ha voluto garrissero nuovamente tra inni e rinnovati empiti di retorica. Ma si abbia il coraggio di dire che si deve festeggiare qualcosa che ancora deve nascere. Qualcosa che già dai tempi di Dante e Petrarca gli uomini più capaci di ideale desideravano come aspirazione: l’Italia. Si riconosca che ancora deve nascere compiutamente. Che non solo gli italiani sono ancora da fare, ma nemmeno l’Italia, forse, è stata fatta. E che prima di lei, appunto, bisogna fare e rifare gli Italiani. Perché le ipotesi di fondare l’Italia dapprima esclusivamente sulla guerra Sabauda, poi sulla sconnessione europea della Prima Guerra e poi sulla Guerra partigiana figlia della Rivoluzione sovietica non sono bastate. E forse tanto hanno contribuito quanto hanno in parte deviato. Si festeggi, ma sapendo che il più è da fare. L’Italia resta ancora un’aspirazione. Che molti fatti contribuiscono a indebolire.
Innanzitutto, si tratta di dare rilievo a ciò che ha sempre costituito il cuore dell’aspirazione di quei primi nostri grandi: il profilo umanistico, nel senso largo di una concezione in cui senso religioso e talento storico delle virtù si coniugano in uno speciale slancio. Senza tornare a quel saporoso frutto dello speciale incrocio tra radice romana e greca, cristianesimo e influssi barbarici e orientali, si inseguirà solo il sogno di una Italia come Amministrazione o come Stato assoluto nato in ritardo. Si festeggi la Repubblica, ma non la si riduca a mera memoria di un atto amministrativo. Si abbia il coraggio di guardare quel che c’è sotto, lo si faccia davvero.

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