Non si può dare la morte sulla base di una presunzione

- int. Roberto Colombo

Secondo don Roberto Colombo, dell’Università Cattolica di Milano, la sentenza della Corte d’Appello di Milano desta diverse perplessità. Soprattutto è la prima volta che la magistratura interviene pesantemente dando indicazioni in un capo, quello medico, che non le appartiene

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Don Colombo, riflettiamo sulle motivazioni che hanno portato i giudici di Milano ad autorizzare la sospensione dell’alimentazione e dell’idratazione ad Eluana Englaro, la ragazza che vive in stato vegetativo dal 1992. Si parla, nella sentenza, della «straordinaria tensione del suo carattere verso la libertà» e si fa cenno alla sua «visione della vita», che risulterebbe «inconciliabile» con l’attuale condizione. Cosa ne pensa? 

Innanzitutto ciascuno può parlare solo per sé a proposito della propria concezione della vita, e dello scopo per cui si alza alla mattina o va a dormire alla sera. Tutto quello che sappiamo è quello che Eluana ha affermato in alcune circostanze, come nel caso di un incidente di un suo amico, rimasto poi in coma. Ma la situazione è assai diversa: quel ragazzo era, appunto, in coma, mentre lei è in uno stato vegetativo persistente dal quale potrebbe risvegliarsi, come in alcuni casi, sebbene rari, è accaduto.
Secondo aspetto che occorre considerare è che non si può partire da una presunzione e, sulla base di questa, impostare un’azione. Ogni azione, come quella che si vorrebbe praticare su Eluana, cioè di toglierle l’alimentazione e l’idratazione, può provenire solo da un’analisi ragionevole della sua situazione clinica, di ciò che le consente di restare in vita, di qual è il suo ruolo ancora dentro a quel corpo che le appartiene e che lei stessa è. 

Naturalmente questa sentenza avrà delle conseguenze su quello che è il dibattito politico intorno ai temi dell’eutanasia e del testamento biologico. Cosa accadrà secondo lei? 

Da una parte è la prima volta, almeno nel nostro Paese, che una sentenza giudiziaria entra nel merito di un atto medico, che invece era stato sinora lasciato alla scienza e alla coscienza del medico stesso, e all’alleanza terapeutica, al rapporto personale tra medico, paziente e familiari. Si tratta di un’appropriazione da parte della magistratura di un diritto che non le è proprio: il diritto sanitario si limitava infatti a regolare i contratti tra le parti, non a stabilire ciò che fosse dovuto o non dovuto dal punto di vista delle cure. Dall’altra parte mi pare che questo episodio possa prestarsi a pericolosissime strumentalizzazioni, in vista di un dibattito che potrebbe aprirsi a breve in Parlamento su leggi che riguardano la sospensione dei trattamenti e delle cure dei pazienti. Ci auguriamo che questo non accada, anche se occorrerà essere molto vigilanti. 

Dalle sue parole emerge l’idea di una sorta di “invasione di campo” della magistratura sul terreno proprio dei medici: nella sentenza si danno addirittura indicazioni tecniche su come operare la sospensione dell’alimentazione, sui farmaci da somministrare. Che significato e che importanza ha tutto questo? 

È proprio questo che desta maggiore stupore, il fatto cioè che il “non-medico” – cioè l’autorità giudiziaria – entri nel merito di come alcuni atti medici andrebbero eseguiti o non eseguiti. La ragione è probabilmente la seguente: si vuole tranquillizzare l’opinione pubblica, e in qualche modo anestetizzare le coscienze individuali e collettive presenti nella società circa gli effetti della sospensione dell’alimentazione e dell’idratazione. Questi atti, come si sa, sono portatori di un deperimento molto rapido e molto doloroso, fino alla morte. Si sono volute stabilire delle condizioni che in qualche modo rassicurassero sul fatto che questa sentenza di morte sarebbe stata, a dir loro, quanto più dolce possibile e meno sofferta. In realtà tutto ciò non cambia la realtà delle cose: non è la modalità con cui si esegue una sospensione dei trattamenti che dice se il trattamento era appropriato o inopportuno. In questo caso si tratta di un trattamento che né la scienza né la coscienza del medico dovrebbero mai permettere, in qualunque forma esso venga eseguito. 

Si è anche parlato in queste ore di un parallelismo con la vicenda di Terry Schiavo: le sembra un accostamento opportuno? 

Vi sono analogie e dissomiglianze dal punto di vista della condizione clinica dei due pazienti; ma dal punto di vista sociale e culturale mi sembra un parallelismo quanto mai ragionevole. Fu proprio quel caso, infatti, ad aprire negli Stati Uniti alla possibilità di sospendere i trattamenti a pazienti che si trovino in determinate condizioni. Fu proprio una sentenza, che innescò un processo di deriva che portò all’ammissione, in alcuni Stati, dell’eutanasia.

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