MERCATO/ La crisi ha finalmente “ucciso” l’uomo di plastica

GAETANO TROINA affronta il tema del rapporto tra lavoro e capitale alla luce delle nuove sfide poste dalla crisi finanziaria. Primo di due articoli

04.11.2010 - Gaetano Troina
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Foto Ansa

Le crisi economiche possiedono un loro lato “positivo”: obbligano, per un verso, a riconsiderare ciò che è accaduto e, dall’altro, sollecitano il ragionamento a introdurre per poi proporre strade economiche “diverse” da quelle già percorse; strade che possano essere viatico verso soluzioni operative più idonee rispetto alle esigenze dei singoli e a quelle dell’intera comunità umana.

Uno dei rapporti economici che immediatamente viene riconsiderato è quello tra lavoro e capitale all’interno dei sistemi d’impresa che postulano adeguati livelli di surplus; rivolti cioè a raggiungere un’adeguata eccedenza tra i ricavi conseguiti ed i costi sostenuti per ottenerli.

Il problema a cui dare soluzione è quello relativo proprio alla “adeguata” determinazione del surplus e alla sua più utile distribuzione sociale. Ancora prima, però, occorre stabilire quali debbano essere i diritti e doveri di questi due fattori produttivi, il tutto deve avvenire senza ledere il “soggetto impresa” che è un istituto a valenza sociale. In buona sostanza, affinché il surplus possa essere definito adeguato è indispensabile che nella fase dell’ottenimento e, successivamente, nella fase della sua distribuzione siano rispettati i diritti e fatti valere i doveri dei tre soggetti immediatamente interessati: il lavoro, il capitale e l’impresa stessa.

I diritti del capitale sono stati, sino ad oggi, ricondotti a quelli tipici della proprietà privata. Considerando, infatti, come modello tipo quello dell’impresa individuale notiamo la comunanza del soggetto capitalista (conferente il capitale proprio dell’impresa) con quello del proprietario (il dominus capace di far valere la sua volontà sulla cosa). Nei modelli di impresa esercitati in forma collettiva (imprese societarie), la volontà viene espressa dalla maggioranza, ma i diritti dei conferenti il capitale proprio restano quelli della  proprietà in quanto diritto assoluto e inalienabile.

Il capitale proprio nella tradizione liberale, ma soprattutto in quella weberiano-capitalista, non solo è inteso come centro di un diritto assoluto, ma è anche proposto come il primo e indispensabile fattore costituente l’impresa. In queste interpretazioni l’impresa “è” perché c’è un capitalista-proprietario che la mette in essere conferendole il capitale necessario. Da questo presupposto deriva, nell’economia capitalistica, il primato del fattore capitale su tutti gli altri fattori produttivi variamente vincolati all’impresa. Questo primato – oltre che trovare radice giuridica nel diritto di proprietà – troverebbe, sotto il profilo economico, la sua ragione d’essere nella circostanza che il capitale proprio viene conferito all’impresa come l’unico fattore che troverà la sua remunerazione (se la troverà) in via residuale (dopo che sono stati contrattualmente remunerati tutti gli altri fattori produttivi) e solo nella misura dell’ottenimento del surplus. Quest’ultimo sarà reputato adeguato se riuscirà a remunerare il capitale proprio oltre la misura in cui è stato remunerato contrattualmente il capitale di prestito a causa del rischio ontologico dell’attività d’impresa (la probabilità che ha il capitale proprio di non essere remunerato o di esserlo in misura non adeguata).

L’economia liberale e quella capitalistica in particolare attribuiscono tutto il surplus generato dall’attività produttiva (nella misura in cui residua dai ricavi dopo la remunerazione dei fattori produttivi in posizione contrattuale) interamente alla remunerazione del capitale proprio. Il surplus prodotto dall’impresa appartiene (è) del soggetto che ha conferito il capitale di rischio (proprio) per l’attività produttiva. Il tutto è giustificato dal diritto di proprietà e dal presupposto del primato del capitale proprio rispetto a tutti gli altri fattori produttivi.

 

Il surplus è del conferente il capitale proprio e, di conseguenza, il conferente è “libero” di utilizzarlo come meglio gli aggrada. Il surplus (il reddito positivo) prodotto dalla complessità dell’attività produttiva, nella sostanza delle cose, è concepito come un incremento di capitale interamente a disposizione delle decisioni “private” del soggetto capitalista sul presupposto che solo il capitale, nell’attività produttiva, è in grado di produrre nuovo capitale e che il nuovo capitale, di conseguenza, appartiene solo a colui che ha fatto il conferimento iniziale. Il che vale ad affermare che, secondo questa filosofia economica, solo il capitale è in grado di produrre altro capitale perché in sua assenza non sarebbe possibile attuare validi modelli d’impresa che siano in grado di competere e di svilupparsi nel mercato.

 

Questo è un pensiero conclusivo ampiamente contraddetto dalla quotidianità economica, giacché in essa possiamo notare la presenza di imprese che hanno posto sub rischio ontologico fattori produttivi diversi dal capitale come il lavoro, il conferimento di materie prime, ecc.. Di conseguenza il capitale proprio non deve essere considerato come l’unico fattore produttivo che è capace di sopportare e fronteggiare il rischio ontologico d’impresa e che sia in grado di postulare adeguati livelli di surplus. Questa erronea pretesa, mai sufficientemente contraddetta, è stata il fecondo viatico attraverso il quale l’economia capitalistica, di fatto, si è impossessata e ha configurato secondo le proprie esigenze il mercato e ha posto come unico motore propulsivo delle attività imprenditoriali il tornaconto dei conferenti il capitale proprio.

 

Quanto ora affermato ci permette altresì di riconsiderare l’impresa non solo nella sua forma capitalistica, ma anche nel suo essere, di fatto, un aggregato di fattori produttivi tutti necessari ed utili per la produzione, ove uno o più di questi possono assumersi il rischio ontologico – anche se variamente articolati nella loro remunerazione – e ove il fattore produttivo capitale proprio, più che riportarsi a un diritto assoluto e identificare l’unica e più alta volontà aziendale, diviene una sorta di “attrazione prima” indispensabile verso gli altri fattori produttivi a loro volta tutti indispensabili. Questo significa non riconoscere al capitale proprio un primato aziendale rispetto agli altri fattori produttivi, ma riconoscergli solo una capacità propulsiva ed aggregante che, opportunamente, dovrà essergli ricompensata. Il capitale proprio diviene così uno fra i necessari fattori produttivi che ha particolari caratteristiche che gli debbono essere riconosciute, ma certo non dovrebbe essere considerato come l’unico fattore produttivo in grado di mettere in essere e governare un’impresa e, quindi, di esserne l’unica e più alta espressione di volontà.

Il fattore lavoro, nell’impresa capitalistica, è considerato un fattore produttivo in posizione contrattuale. I diritti e i doveri sono quelli previsti dal contratto. Il contratto diviene il naturale perimetro di ciò che deve essere fatto da parte del lavoratore nel processo produttivo; per cui il “dover fare”, di fatto, diviene l’indiscutibile “dover essere”. Quello che “deve fare” il fattore lavoro è solo ciò che è stato predisposto dalla volontà del capitale, di conseguenza, questo fattore “è” un fattore produttivo “subordinato” a questa volontà.

 

La sua acquisizione contrattuale lo pone alla stessa stregua degli altri fattori produttivi, ovvero, come spesso si dice, esso è merce tra le merci. Questa condizione, la si affermi o meno, è sostanzialmente la concezione capitalistica del fattore lavoro. L’operaio, l’amministrativo, il dirigente (anche se con varia gradualità tra loro) costituiscono, in buona sostanza, il fattore produttivo “subordinato”, cioè un fattore senza autonoma volontà, ma organizzativamente “dipendente” rispetto alle scelte di politica aziendale che saranno prese solo da una volontà superiore (espressione diretta o indiretta del potere del capitale), scelte alla cui formazione esso non partecipa quasi mai e a cui, comunque, non è “istituzionalmente” vocato.

 

Questa netta contrapposizione tra capitale e lavoro ha costituito nel tempo uno dei perni della discordia economica, ma è anche divenuto il centro intorno al quale si sono avanzate e si avanzano possibili soluzioni economiche per l’interpretazione e la realizzazione di modelli aziendali alternativi a quelli più tipicamente capitalistici. Nuovi modelli ove viene ricercata una più armonica e solidale “com-partecipazione” nell’interesse di entrambi questi fattori produttivi, ma anche nel più generale interesse che investe il bene comune della società.

 

Capitale e lavoro sono stati ideologicamente considerati in posizioni tra loro contrapposte: gli interessi del primo ideologicamente e dialetticamente contrapposti nella “prassi” all’altro. Questa contrapposizione conflittuale è stata sollecitata, mantenuta ed ampliata dai diversi presupposti di indagine sulla realtà che possedevano la filosofia capitalistica (1) e quella marxiana (2). Si è trattato, in buona sostanza, di un conflitto per il “potere” a tutto tondo, ma che originava e trovava la sua primaria ragione d’essere sulla concezione e sull’uso dei mezzi di produzione.

 

 

Nella concezione capitalistica (1) – per come già osservato – il capitale è lo strumento per l’acquisizione dei mezzi di produzione e questi ultimi, a loro volta, sono la forma eterogenea attraverso cui il capitale si palesa nella concretezza delle dinamiche economiche. Capitale e proprietà sono tra loro intimamente congiunti. Il potere che il capitale possiede è il potere assoluto del proprietario. Il primato del capitale rispetto agli altri fattori produttivi si viene, quindi, a sostanziare nel presupposto-dogma che solo il capitale può e deve esprimere la volontà che poi si concretizzerà nell’operatività delle scelte economiche.

La posizione marxiana (2) vede nell’unicità della volontà che scaturisce dal diritto di proprietà dei mezzi di produzione l’origine dello sfruttamento del lavoro. Questo stesso sfruttamento ha permesso e permetterebbe l’accumulo della ricchezza (del nuovo capitale) solo nelle mani dei proprietari dei mezzi di produzione. Occorre, quindi, secondo questa filosofia, effettuare scelte drastiche di cambiamento: espropriare i mezzi di produzione dalle mani dei capitalisti e trasferirli al fattore lavoro. Questo trasferimento deve avvenire in maniera indiretta: lo Stato, nell’interesse generale, sarà il vero proprietario dei mezzi di produzione ed eserciterà questo diritto in nome e nell’interesse dei lavoratori.

 

Queste due diverse concezioni hanno cristallizzato il rapporto tra capitale e lavoro. La contrapposizione ha radici lontane che originano sia dalla concezione tornacontista dell’economia capitalista sia nella tragicità di quella marxiana espressa nei vari modelli marxisti che hanno tentato di esprimerla. Queste due interpretazioni sono, per molti aspetti, entrambe disumanizzanti, nel senso che per esprimersi nella quotidianità si sono dovute “immaginare” e “costruire” un uomo che artificiosamente obbedisse ai propri canoni: il capitalismo tramite l’assenza di cuore, di sentimento e di gratuità dell’homo oeconomicus e i vari marxismi attraverso l’uomo asservito alla prassi del partito-stato nel presupposto quasi messianico della rivoluzione proletaria.

 

La libertà dell’uomo, la sua possibilità di interagire con volontà autonoma, il suo spirito di solidarietà e di sussidiarietà sono stati mutilati da entrambe le ideologie. Il loro nemico è l’uomo comune quando dimostra di saper utilizzare autonomamente o in forme aggregative aziendali, modelli di impresa diversi dai loro. Il vero nemico di queste ideologie è l’uomo solidale capace di sussidiarietà e di gratuità ovvero l’uomo costruttore di un’economia più umana.

 

Ci sembra giusto osservare che mentre i vari marxismi, che la realtà ha conosciuto, sono stati sempre tragicamente devastanti nei confronti di questa libertà, il capitalismo – pur nella durezza del proprio presupposto – ha trovato, specialmente nelle società democratiche, un qualche temperamento nell’azione politica, in quella sindacale, nelle posizioni della dottrina sociale della Chiesa. Dobbiamo, però, osservare che entrambe le economie hanno una natura meramente materialista: mentre l’azione primaria dei vari marxismi è stata quella di creare un mercato autoritariamente controllato e, quindi, di porre in maniera ordinaria nella mani dello Stato le scelte produttive e le “dimensioni dei bisogni”; il capitalismo cerca costantemente di raggirare o diminuire le regole proprie del libero mercato per avere sempre più le mani libere per agire in posizione dominante e per orientare in maniera più possibile monopolistica e monopsonistica i mercati e, in ultima analisi, anche di condizionare i bisogni.

 

(Primo di due articoli)

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