STORIA/ Parole e canto: nelle laudi il “mistero” di una devozione che accade in ogni tempo

- Danilo Zardin

Da Jacopone a san Filippo Neri, le laudi rappresentano una tradizione che dura nel tempo: un fiume sotterraneo e tenace, spiega DANILO ZARDIN, testimonianza di una devozione collettiva

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Immagine d'archivio

“O Maria, diana stella,/ che riluci più ch’el sole,/ dir non posso con parole,/ o Maria, quanto sei bella!”. Basta fermarsi ai primi versi della “laude antichissima d’auttore incerto”, raccolta nel Libro primo delle laudi spirituali di Serafino Razzi (1563), per restare colpiti dal fascino che evoca. L’impatto è ancora di più garantito quando non passa attraverso la pura lettura, ma si fonde con la combinazione armoniosa del canto nell’esecuzione dal vivo di un coro dei nostri tempi. Parole e canto sopravvivono, infatti, nel repertorio polifonico utilizzato nelle (migliori) liturgie del popolo cristiano. A Milano, per fare un esempio, l’antica melodia ha accompagnato la messa per l’inaugurazione dell’anno accademico, nella sontuosa cornice della basilica romanica di Sant’Ambrogio.

Lasciandosi abbracciare dall’ascolto, si viene rimessi di fronte alla dolcezza materna di Maria, stella del mattino, con il suo immaginifico “bel manto (…), campo azzurro e stelle d’oro”, regina del Paradiso alla quale “tutto il cielo si inchina”; e proprio per questo fonte della “speranza” per ognuno di noi “peccatori”, se a lei ci pieghiamo mendicando generoso soccorso. Ma il dono prezioso dello stupore che si rinnova davanti a una visione che ricongiunge la terra con il cielo (Maria: “specchio sei di nostra vita”) può essere in ogni momento riattualizzato anche con l’aiuto di semplici strumenti come il CD O cor soave, uscito tempo fa nella serie “Spirto gentil” fondata da don Luigi Giussani (n. 51). Qui faremo solo due brevi postille a margine.

La prima vuole mettere in evidenza lo spessore plurisecolare della tradizione incisa nel corpo vivo delle semplici strofe di un canto che noi possiamo ancora oggi fare nostro, per immergerci nella coscienza del nostro presente. Il suo potente registro affettivo, la musica che raggiunge l’intelligenza muovendo le leve del cuore, sono solo le punte emergenti di un enorme continente sommerso. La grande scuola di una pietà capace di coinvolgere tutte le fibre dell’uomo e i suoi sensi aveva costruito i suoi stili di espressione conoscendo un apogeo nella fioritura dell’ultimo Medioevo.
 

L’effervescente poesia religiosa di Iacopone e di tanti altri autori meno noti, prima e dopo di lui, si era intrecciata agli sviluppi del canto religioso in lingua volgare. Si creò così un repertorio lussureggiante che gli ordini religiosi e le confraternite dei laici devoti hanno traghettato fino agli inizi dell’età moderna. Va sottolineata proprio questa lunga continuità del fiume sotterraneo di una tenace forma collettiva di devozione. Dalla sua epopea medievale, ha potuto trasmettersi come un modello da ricalcare fino ai maestri della vita del popolo dei fedeli entrati in azione nei secoli successivi.

Servendosi dell’invenzione della stampa, i riformatori del Cinquecento diedero impulso a una nuova proposta educativa che puntava a rilanciare la presenza della Chiesa nella realtà sociale di allora. Sull’esempio delle laudi medievali e del XV secolo, si potenziò e nello stesso tempo si dilatò, come mai prima era avvenuto, un ricchissimo patrimonio di musica popolare resa a tutti accessibile. Se ne servirono soprattutto i gesuiti e i seguaci di san Filippo Neri, per nutrire la fede di chi si affidava alla loro guida e riceveva i benefici della disseminazione capillare delle scuole di dottrina cristiana, diffuse nel medesimo periodo. Una copiosa documentazione di questa seconda fioritura moderna della tradizione delle laudi è fornita da una vivace linea di studi, in cui gli esperti di storia della produzione letteraria si incontrano e dialogano con gli specialisti dei generi musicali aperti alla più larga fruizione sociale. Un materiale di primario rilievo è stato radunato negli ultimi decenni, in Italia, da Giancarlo Rostirolla.

Nuove ricerche suggestive sono venute, negli anni a noi più vicini, in particolare da Daniele Filippi, sullo straordinario laboratorio artistico della Roma papale, tra ultimi bagliori del Rinascimento e ribollire sorgivo dell’arte barocca avviata a conquistare la scena (“Selva armonica”. La musica spirituale a Roma tra Cinque e Seicento, Brepols, 2008). Mentre a Eyolf Ostrem e a Nils Holger Petersen si deve la pubblicazione di Medieval ritual and early modern music. The devotional practice of lauda singing in late-Renaissance Italy (sempre 2008).

Attraverso la musica, alta cultura e gusto religioso delle masse si poterono incrociare e almeno in parte si riplasmarono a vicenda. In questa impresa al servizio del sentimento religioso in cui una intera comunità umana riconosceva il suo pilastro di sostegno, si lasciarono coinvolgere i più grandi compositori attivi per rispondere alle richieste della committenza che su di loro si riversava chiamandoli a incrementare l’onore e la dignità del culto liturgico e ad incentivare lo sviluppo delle pratiche pie del mondo dei credenti: Palestrina, gli Anerio, Giovanni Animuccia, Francisco Soto de Langa.

Decine e decine furono le edizioni di volumi e libretti che i tipografi di tutta Italia continuarono a sfornare ancora a lungo, per divulgare le nuove creazioni insieme al meglio di quanto si poteva recuperare dai più umili predecessori del passato. Lo scopo era unico: offrire alla pietà di tutti “quelle rime e quelle musiche dove altri possa non solamente egualmente dilettarsi, ma insieme col diletto innalzarsi alle dilezioni di Dio sopra tutte le cose dolcissimo e invaghirsi delle divine bellezze, e tocca(to) da inusitata devozione sentire in se stesso un pregusto del Paradiso”.





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