POESIA/ Parola, pietà, simbolo, la via al Mistero di Cristina Campo

“Il suo linguaggio assume l’essenzialità della res spiritualis nuda, per contemplarla fino al rapimento nell’atmosfera celeste”. PIETRO ZOVATTO ricorda la figura di Cristina Campo

07.12.2010 - Pietro Zovatto
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Caravaggio, Adorazione dei pastori (1609, particolare)

Cristina Campo (Bologna 1924-Roma 1977) nella sua vita si limitò a pubblicare solo due piccoli libri: Fiaba e mistero (1962), e Il flauto e il tappeto (1971); delle molteplici traduzioni primeggia quella del pastore anglicano John Donne, poesia amorosa e mistica allo stesso tempo. Dopo i due fondamentali libri postumi della Adelphi: La tigre assenza (1991), tutta la poesia e tutte le traduzioni; e gli Imperdonabili (1987), assieme a Sotto falso nome (1988) tutte le prose, materiale sostanzioso, messo a disposizione per conoscere quest’anima solitaria e mistica, che aveva adottato quale strategia esistenziale l’ascetica dei monaci orientali. Di per sé ella era già scomparsa da giovane, poiché malaticcia e avvolta dalla simbolica dei segni, dal fascino dei miti, dal vortice dell’inesprimibile e dal rapimento estatico di quel paesaggio immanente e trascendente che fu il suo mondo hortus conclusus.

“In principio era il Verbo” diventa in lei “In principio era l’immagine”, simbolo di un altro da sé intorno a un messaggio rivelato da scoprire in alcuni siti elitari dell’universo: i monasteri e i romitori.

Nessuno meglio di Cristina Campo, entrando nel grande portale del sistema simbolico cristiano, si è messo in auscultazione di questo segno enigmatico, ma sottile e delicato fino a trasfigurarlo in “un suono soave”. Alla ricerca dei segni, ella stessa era diventata “un segno” (Guido Ceronetti) nel secolo breve. Questo nuovo universo l’ha trovato emblema di un mistero, ineffabile eppur disponibile al reale, nel centro e nella periferia, egualmente coabitate da un solo ospite “assente e presente”.

Questa tensione all’infinito è segno di un agnosticismo positivista prolungatosi dal XIX al XX secolo, come diramazione di un epigono illuminista rovesciato? Oppure è “una professione di incredulità nell’onnipotenza del visibile”, che sfugge ad essere afferrato, ma che rimanda, tuttavia, al credo niceno (325), con le sue certezze da adorare, e alla disciplina controriformista del Concilio di Trento?

Certo è che ella si ribellò alla riforma liturgica delle punte progressiste del Concilio Vaticano II. Esse fecero “tabula rasa” della magnificenza dell’anno liturgico scandito dalla vetustà del rito, straziando il canto gregoriano, simbolo di civiltà nella bellezza del suono, nostalgia di Dio. Per convinzione si alleò con i cardinali Alfredo Ottaviani e Antonio Bacci, acerrimi nemici di quella riforma popolare che rendeva partecipativa la sinassi liturgica a tutti.
 
Cristina Campo troppo amava i segni allegorici, le gestualità significanti d’un rito più che millenario – compattato dal Concilio di Trento – e veicolati nel canone romano eclettico di Pio V, cioè al cuore del sacrificio eucaristico. Dalla Roma cristiana, santificata dal martirio del sangue aristocratico di Paolo e da quello plebeo di Pietro, il loro profumo corre nei millenni come coppa del pane e del vino, suggello di una metamorfosi sostanziale: il corpo di Cristo irrorato dal suo sangue.

La vita di Cristina Campo fu una parabola leggera adagiata sul tessuto connettivo della simbolica cristiana, da Bisanzio a Mosca, dalla Roma imperiale e papale alle mistiche e ai mistici orientali e occidentali. Tutti innamorati di Cristo in linea diretta e personale, su cui passava l’esperienza di Dio immortale. Ella spalmava la sua fede deponendola negli incensieri bizantini, nella bellezza raggiante delle icone, nell’armonia della perfezione narrativa del canto gregoriano. Le affinità elettive cercavano l’aristocrazia del sacro negli spazi chiusi dei monasteri, che a null’altro esistono che per inneggiare con il corpo e lo spirito al Mistero altissimo, fonte di ogni grazia redentiva.

Tra le scrittrici la Campo amava di più santa Caterina da Siena; questa racchiudeva tutto il suo messaggio incandescente in quattro, cinque parole: sangue, fuoco, cella, dilezione… bagnatevi dunque nel sangue di Cristo per riposare nella sua dilezione e ardere di fuoco inestinguibile per incendiare il mondo. Una santa che scosse le massime istituzioni della storia: il papato, i principi, i potenti con l’ardore della sua parola “infocata”. Gli scritti di Cristina Campo assumono l’andatura d’una parabola e questa forma, nel progressivo rivelarsi, un evangelo. Quell’evangelo, soavemente con mano angelica, adombra una verità morale. Per attingere l’oltre si è sbalzati nella contemplazione del limite, in quel necessario perdersi occorre una fede sostanziosa per intuire il reale al di là del simbolo. Qui ella ritrova se stessa, ricercatrice infaticabile di un porto ove il paesaggio del mare, della città, e del cielo è perfetto, come nell’acquaforte di un Cascella, o “come nella città turrita”, sulla mano del santo protettore.

Alla poetessa Maria Luisa Spaziani confida: “Maria Luisa quante volte/ raccoglieremo questa nostra vita/ nella pietà d’un verso come i santi/ la città turrita?”. La Campo – come il poeta “nella pietà d’un verso” -, nelle pale d’altare, nelle lampade votive compie un gesto per elevare la città verso la luce divina e porla sotto la benedizione celeste. Il santo, per esempio san Giusto a Trieste con in mano la città in miniatura, diventa simbolo lanciato in medio coeli in quel paesaggio di frontiera dove il tempo lambisce l’eterno. È il simbolo che attiva la metamorfosi sostanziale in realtà, ontologia del simbolo, sublimato nell’immortalità del vero: l’assoluto trascendente.

Là ove abita la Perfezione che definisce sé stessa in un dinamismo autocreativo, nel mistero del Dio giudaico-cristiano. Il “Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe” (Es 3,6) risplende nella notte di fuoco, come a Pascal che lottava con l’angelo della notte per vincere lo strazio del dubbio. Esso non si qualifica come un mistero, ma è il mistero del “roveto ardente” nel deserto dell’ esistenza nostra. Quel Dio insondabile non si qualifica certo come una ipostasi platonica inaccessibile, lascia sul terreno della terra i segni della sua presenza visibile.

Per lo sguardo della ricerca “meticolosa, speciosa, inflessibile come tutti i veri visionari” anche Cristina Campo punta nei suoi racconti-parabola a superarli per raggiungere il prototipo, Missa Romana, Diario bizantino, Nobilissimi ierei, Mattutino del Venerdì Santo, Monaci alle icone, Canone IV [orientale], Ràdonitza (Annuncio della Pasqua ai morti). Ella sembra così connettersi alla “Nouvelle Théologie”, incarnazionista, perché attenta alla presenza della cultura nel territorio, spazio della missione del cristiano, come alla teologia escatologica, proiettata a celebrare “il già e non ancora” delle ultime realtà. La Campo rimane sempre una ricercatrice per rintracciare “la santa gnosi della distanza” con la passione mistica che dal segno porti alla intelligenza del mistero.

Emmaus

Ti cercherò per questa terra che trema
lungo i ponti che appena ci sorreggono ormai
sotto i meli profusi, le viti in fiamme.
Volevo andarmene sola al Monte Athos
dicevo: restano pagine come torri
negli alti covi difesi da un rintocco.

Sul motivo dell’Avvento che il Natale vicino annuncia – come l’Atteso e il Promesso, ecco uno scorcio preso da un “quadernetto” disperso, ricuperato da una mano fortunata.

Quadernetto
Un anno… Tratteneva la sua stella
il cielo dell’Avvento. Sulla bocca
senza febbre o paura la mia mano
ti disegnava, oscura, una parola.
E la sfera dell’anima e dell’anno
vibrava in cima a uno zampillo d’oro
alto e sottile, il sangue.
[…]

Ancor più per il Venerdì Santo, che tanta partecipazione afflitta provoca nella terra veneta, e non solo in questa, la Campo verga il Mattutino del Venerdì Santo con icastico intaglio, i versi sono incisioni scolpite nel bronzo con ascetica precisione.

Nella carne addormentato …
Dio morto, Dio immortale.
Magistrale discorso
l’altare vuoto e spoglio
al centro di un Cespuglio Ardente
di bocci e braci e
proni volti in fiamme.
Come il tremulo foglio
d’agnello bianco
incorniciato di tragiche gemme.
Dio immortale, Dio morto
dove, grazia e condanna,
solo intingendo nella cruenta porpora
era dato firmare al càlamo dell’Autocrate.

Perché vivente Cristina Campo non ha avuto la risonanza di consensi che meritava? Negli anni ’70 l’attenzione del mondo cattolico era compaginata attorno a Lorenzo Milani, a Primo Mazzolari, già scomparso, a Carlo Carretto, a padre David Maria Turoldo, al poeta Mario Luzi, o allo scrittore Luigi Santucci, tanto ammirato, assieme a Maritain e a Jean Guitton, da Paolo VI. Il mondo mistico aveva per campione Divo Barsotti, proteso a far conoscere il mistero cristiano nell’anno liturgico (1951) in un suo saggio magistrale. I manuali di mistica, o meglio di spiritualità, catturavano l’attenzione dei seminari – ancora centri di vocazioni ecclesiastiche – con i nomi di De Guibert, di Truhlar, di Tanqueray, di Stolz, di Lanza, di Royo Marin, Mouroux e di Dagnino.

Con il Barsotti da Settignano (Firenze) dapprima, e con Enzo Bianchi da Bose, poi, nonché con Špidlík, si cominciava a prendere contatto con la mistica russa e con quella orientale. Per il gioco delle circostanze la Campo si trova a Roma ove viene catturata dalle celebrazioni del Sant’Anselmo, monastero benedettino sull’Aventino, e da altrettanti riti bizantini del Pontificio Collegio Russicum (1966-1977). E proprio qui che ella scopre il dono dell’intelligenza simbolica, allestendo una fastosa quanto essenziale mistagogia della celebrazione, adorazione, drammatizzazione nei riguardi del rito.

La pietà diventa un’ attitudine dello spirito, come il “sentimento diffuso e gigantesco” che si colloca in molteplici dimensioni per prendere contatti con tutte le realtà. Fino a poter trattare con ciò che è diverso da noi, “totalmente altro” dalla nostra esistenza: il mistero. E questo mistero non si trova fuori di noi, ma nella interiorità del noi, ci invade, ci circonda ci avvolge, tanto che “in lui viviamo, ci muoviamo, siamo” (At 17,28). La guida per orientarsi in questo labirinto illimitato dello spirito è la pietà. “Due mondi e io vengo dall’altro”, da qui la sua tendenza di tenersi lontano dal mondo, una specie di fuga mundi di carattere monastico per concentrarsi nel silenzio del divino che celebra.

Il linguaggio della Campo assume la vibrante essenzialità della res spiritualis nuda, per contemplarla con intelligenza sapienziale fino al rapimento nell’atmosfera celeste, che in lei diviene ascetica perfezione formale e anelito a una vita immersa nel divino, vissuta nell’ascolto del canto delle ore canoniche e della celebrazione della sinassi eucaristica dentro un monastero. Non si tratta d’una “malattia dell’infinito”, ma di un modo di vivere estatico con Dio un cristianesimo integrale. Anche il suo sodalizio con Elémire Zolla non fu mai completo e totale, tra lei e lui si frapponeva un terzo antagonista. “La sua passione più profonda andava a un terribile rivale, il Cristo. Zolla non sapeva né poteva concedersi totalmente” (Pietro Citati). Pur ammalata, lei lo curò come una donna fedele e altruista. Anche questo, nel panorama del mondo cattolico dell’epoca, contribuì a isolarne la figura, che già conduceva una vita solitaria e ritirata.

Ad un primo piccolo bilancio sull’opera, la poesia di Cristina Campo cerca di caricare al massimo il significato della parola, affinché diventi verbum ed emani la sua più intensa fragranza interiore. Poesia che diventa dunque il profumo espanso dal rito elevato al Dio santo e immortale, percepito con i sensi soprannaturali. “Poesia è l’arte di caricare ogni parola del suo massimo significato”. E allora che cos’è per la Campo la poesia, se non il nardo “imperiale” che essa diffonde nell’atmosfera trascendente di Dio, “essenziale nella presenza” del simbolo, ai suoi ricercatori sulla strada di Emmaus. Sempre melanconicamente afflitti, finché non trovano “il suo volto” (Sal 27,8).

PIETRO ZOVATTO

Nota bibl.: C.CAMPO, La tigre assenza, Milano, Adelphi, 1991, a cura di M. Pieracci Harwel, tutte le poesie della Campo e le traduzioni. C.C., Gli imperdonabili, Milano, Adelphi, 1987, con un profilo di G. Ceronetti e uno schizzo biografico di Pieracci Harwel, ove si trovano tutte le prose. Della critica mi limito a segnalare gli Atti della rivista “Città di Vita” n.6, 1996, monografico; “Humanitas”, n. 3, 2001, pure monografico, a cura di E.Bianchi e P.Gibellini. E da poco appena uscito di G.SCARCA, Nell’oro e nell’azzurro. Poesia della liturgia in Cristina Campo, Milano, Àncora, 2010, bibl. pp.231-244 a cura di M. Pertile, la più esaustiva.

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