GALILEO/ Così la Chiesa combatté la deriva protestante, non la teoria eliocentrica

- Giuseppe Bonvegna

GIUSEPPE BONVEGNA commenta il volume scritto da S. E. Monsignor Luigi Negri e dal matematico Franco Torniaghi su Galileo. Il tutto inquadrando il contesto storico e sociale nel il quale agì la Chiesa

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A quattrocento anni da quando, nel 1609, Galileo Galilei puntò il cannocchiale verso il cielo ed effettuò le osservazioni astronomiche che misero in crisi il sistema geocentrico tolemaico, essere con Galileo, ma (nello stesso tempo) andare oltre Galileo significa affrontare la vicenda che nel 1633 portò alla condanna dello scienziato pisano da parte del Tribunale dell’Inquisizione in un’ottica diversa da quella che contrappone un Galileo campione di una assoluta libertà di pensiero a una Chiesa oscurantista e incapace di stare al passo con l’evoluzione intellettuale. Lo fa il volume di Luigi Negri e Franco Torniaghi Con Galileo. Oltre Galileo.

Uno dei “meriti” del lavoro, che affianca l’inquadramento teologico-filosofico dell’intera questione alla precisione della ricostruzione storica (condotta da Franco Tornaghi, storico e docente di matematica) è infatti quello di essere un tentativo di comprendere non soltanto le ragioni della Chiesa, ma anche la personalità di Galilei, che non può essere ricondotta esclusivamente all’aspetto scientifico.

E ciò perché a essere in gioco, nel turbine di motivazioni che portarono alla condanna del 1633, era non tanto la questione dell’eliocentrismo, quanto la questione (di portata ben più ampia) che interessava gli ambiti della teologia, della filosofia, dell’appartenenza ecclesiale e dell’esegesi.

Negri sostiene infatti che, dietro la pur corretta considerazione galileiana secondo la quale i passi della Scrittura che sembrerebbero deporre a favore del geocentrismo dovevano essere interpretati solo come strada per arrivare a Dio e non come prova di carattere scientifico, poteva celarsi il rischio di «ridurre la portata del cattolicesimo» attraverso la riduzione della Scrittura a movente di un sentimento soggettivo di salvezza, perdendone quel nesso (da sempre rivendicato dalla Chiesa) con l’intera complessità del vivere umano.

 

In una temperie culturale fortemente segnata dal diffondersi del luteranesimo, che avanzava al ritmo di marcia degli eserciti protestanti durante la Guerra dei Trent’anni, la Chiesa, nel porre un argine alla diffusione delle scoperte eliocentriche di Galileo, fu quindi mossa principalmente da una preoccupazione ecclesiale: salvaguardare la fede del popolo di fronte a una lettura della realtà che (se pur corretta da un punto di vista scientifico) rischiava però, in quella temperie, di fare il gioco di una visione nella quale la fede, ritraendosi completamente nella sola scriptura, lasciava alla ragione campo libero per svilupparsi del tutto autonomamente, degenerando in scientismo.

Non fu un caso, infatti che, se l’eliocentrismo galileiano (espresso soprattutto nel Sidereus Nuncius del 1610) trovò gli alleati più convinti nel Collegio romano dei gesuiti e fu sostanzialmente avallato dall’Inquisizione, l’unica raccomandazione che la Chiesa fece a Galilei, per bocca del cardinale Roberto Bellarmino, fu quella di considerare l’eliocentrismo (in mancanza di una dimostrazione) come mera ipotesi.

 

L’ingiunzione del febbraio 1633 di presentarsi davanti al Sant’Uffizio, che avrebbe portato al processo e all’abiura, si spiega proprio alla luce del fatto che Galilei, nel Dialogo sui massimi sistemi (1632), fece di tutto per non considerare l’eliocentrismo come mera ipotesi: in quell’occasione il papa Urbano VIII (quel Maffeo Barberini che nel 1611 si era convinto dell’eliocentrismo dopo aver guardato nel cannocchiale messogli a disposizione dallo scienziato pisano) affermò che Galilei era suo amico, ma che «i sentimenti personali andavano accantonati al fine di contribuire “a riparare a ogni pericolo per il cattolicesimo”».

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