IDEE/ La lezione di McIntyre ai “maestri del sospetto” che considerano il bene comune un’ideologia

La nozione di bene comune è ormai considerata dai più una forma di raggiro politico. Eppure – spiega SANTE MALETTA a ilsussidiario.net – come ricorda il filosofo MacIntyre basta chiedersi cosa sia necessario per compiersi come esseri umani per capire che la risposta implica il conivolgimeto degli altri, a qualsiasi livello    

17.03.2010 - Sante Maletta
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Parlare di bene comune oggi suona quasi come un’eresia. Cosa c’è di più evidente della sua inesistenza? E chi usa ancora tale espressione se non coloro che mirano a presentare come generali – “comuni” appunto – i loro propri interessi. I “maestri del sospetto” lo hanno insegnato a intere generazioni che quella di “bene comune” è un’espressione ideologica.

Eppure le cose non stanno così. Non si tratta solo del fatto che occorre anteporre gli interessi “comuni” a quelli “privati” se vogliamo vivere assieme – come sa qualunque assemblea di condòmini. E’ che di fatto non è così. Nessun gruppo musicale, nessun team di ricerca, nessuna azienda familiare esisterebbero senza bene comune. Ed è evidente che di queste cose, grazie a Dio, è piena la società.

Ma cos’è questo (benedetto) bene comune? A me lo ha insegnato il filosofo americano di origine scozzese Alasdair MacIntyre. Si fa esperienza del bene comune ogni qual volta ci si pone il problema eminentemente pratico: cosa devo fare (per compiermi come essere umano, per essere “felice”? Che posto devo dare nella mia vita ai beni di ciascuna delle attività in cui sono coinvolto? E’ giusto che lavori quattordici ore al giorno? E la famiglia? E la salute? Si tratta di questioni assai concrete, come ognuno può constatare…

Nei limiti in cui a questa domanda si cerca di dare una risposta (mai definitiva) in termini razionali, non lo si fa mai da soli. Ogni individuo che cerchi di dare una risposta a tali quesiti deve ammettere che non può evitare di coinvolgere altri individui. Può darsi che tale coinvolgimento sia solo potenziale, ma è inevitabile considerare l’opinione di altri che per me sono significativi, che esemplificano un modo di vita interessante, umanamente riuscito.

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 Si tratta della scoperta di un’appartenenza reciproca che riguarda il livello stesso della pratica della razionalità. Per dirla con Gaber: «l’appartenenza è avere gli altri dentro di sé». Ne consegue che le mie domande divengono: "che posto dobbiamo dare nella nostra vita ai beni di ciascuna delle attività in cui siamo impegnati? Qual è la vita migliore per noi?".

Ecco allora dov’è innanzitutto il bene comune. L’ordinamento dei beni, processo interiore ma allo stesso tempo intersoggettivo, costituisce esso stesso il bene comune. E’ così che nasce il legame civile. Si tratta di una comunità non fondata su una comune origine etnica o linguistica o religiosa. E’ una comunità costituita da un tessuto di tipo discorsivo, da un legame di tipo razionale che precede e genera la sfera politica.

La crisi del bene comune oggi è data dal fatto che il discorso in merito a tali questioni decisive per ogni individuo è falsato dal linguaggio distorto dei mass media, da un dibattito pubblico che non mette a tema le esigenze e le evidenze fondamentali della vita, colte dai molteplici punti di vista individuali, ma si concentra su ciò che fa più comodo al Potere.

 

L’attenzione oramai ossessiva sulla corruzione vera o presunta di chi si occupa della cosa pubblica (a qualsiasi colore politico appartenga) impedisce che si sviluppi quel discorso che riguarda ciò che interessa maggiormente le nostre esistenze individuali. Le evidenze e le esigenze fondamentali vanno a farsi benedire quando il problema diviene quello di individuare il capro espiatorio di turno cui addossare la responsabilità dell’inautenticità e della insoddisfazione della nostra vita.

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 Occorre invece che i responsabili della cosa pubblica proteggano l’autentico bene comune sostenendo sussidiariamente quelle forme di vita e quelle attività dove di esso si fa esperienza: comunità, scuole, associazioni no profit, aziende familiari.

Alla fine della sua opera più celebre, Dopo la virtù (1981), parlando della nscita del monachesimo occidentale all’inizio del Medioevo, MacIntyre scrisse: «Un punto di svolta decisivo in quella storia più antica si ebbe quando uomini e donne di buona volontà si distolsero dal compito di puntellare l’imperium romano e smisero di identificare la continuazione della civiltà e della comunità morale con la conservazione di tale imperium. Il compito invece che si prefissero (spesso senza rendersi conto pienamente di ciò che stavano facendo) fu la costruzione di nuove forme di comunità entro cui la vita morale potesse essere sostenuta, in modo che sia la civiltà sia la morale avessero la possibilità di sopravvivere all’epoca incipiente di barbarie e di oscurità».

Mutatis mutandis siamo in una situazione per certi versi simile. Per rendere possibile la salvaguardia e lo sviluppo di forme di comunità simili, in cui vive e opera il bene comune, vale la pena persino impegnarsi in una campagna elettorale.

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