COMUNISMO/ Quel prete polacco, amico di Wojtyla, che diede la vita per l’unità della Chiesa

- Angelo Bonaguro

 ANGELO BONAGURO racconta l’avventurosa esistenza di don Franciszek Blachnicki, il sacerdote fondatore di Luce e Vita, che conobbe don Giussani in occasione dell’atto di affidamento del proprio movimento alla Madonna, in presenza dell’allora cardinal Wojtyla    

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«Il frutto più bello di questo movimento sono i suoi aderenti, migliaia di giovani pieni di entusiasmo, pronti a dare la propria vita per il Vangelo»: così un periodico tedesco sintetizzava nel 1978 l’esperienza del movimento polacco Luce-Vita fondato da don Franciszek Blachnicki (1921-1987).
Nato in Slesia nel 1921, Franciszek partecipa alla resistenza antinazista. Arrestato dalla Gestapo nel ‘40, è internato ad Auschwitz e successivamente condannato a morte, pena poi commutata in 10 anni di carcere.

È in questo duro periodo che sceglie di consacrarsi totalmente a Dio. Dopo la liberazione, mentre la Polonia finisce nell’orbita sovietica, Franciszek entra nel seminario di Cracovia e viene ordinato nel 1950. Il novello sacerdote riceve l’incarico di organizzare i ritiri spirituali per i bambini della diocesi di Katowice, un’esperienza che gli suggerisce l’idea delle «oasi», esercizi estivi rivolti soprattutto agli studenti. Le Oasi, che la propaganda statale definisce «gruppi chiusi dediti all’indottrinamento», contribuiscono ad approfondire e riprendere l’esperienza religiosa fra i giovani disorientati dall’ateismo militante.

Nel ‘57 don Blachnicki lancia la «crociata per l’astinenza» contro il fumo e l’alcolismo. La crescente popolarità delle sue iniziative allarma le autorità: nel ‘60 viene arrestato e incarcerato per un anno. Stabilìtosi a Kroscienko, nel ‘63 rilancia le Oasi, e così il paesino sui monti Tatra diventa la sede del nascente movimento Luce-Vita (1976), che unisce la fedeltà alla tradizione culturale e religiosa polacca alla chiarezza metodologica ed educativa, incentrata sui momenti di convivenza, e contribuisce a superare la paura e la diffidenza tipiche delle società totalitarie.

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Come ricordava uno studioso, «fu uno dei metodi più significativi di formazione giovanile negli anni ‘70 e ‘80, basato sull’esperienza della fede personale strettamente legata a quella comunitaria, e con l’Eucarestia al centro della vita». Dal ‘64 al ‘72 Blachnicki insegna all’Università Cattolica di Lublino, dove è molto stimato per i suoi studi di teologia pastorale secondo le indicazioni del Concilio. Nei primi anni ‘70 avviene l’incontro con don Giussani: «Nel corso dell’incontro – racconterà il fondatore di CL in un’intervista nell’81 – ho recepito due parole per me molto importanti: Chiesa e Comunione. Ricordo che ci siamo alzati ed abbracciati: avevamo molto in comune… Luce e Vita, che indicano il simbolo cristiano: Cristo è la luce che porta la via».

Nel giugno ‘73 Blachnicki invita a Kroscienko don Giussani, in occasione dell’atto di affidamento di Luce-Vita alla Madonna, alla presenza del cardinal Wojtyla, che da papa ricorderà: «Come vescovo presi parte a quell’esperienza, e lo feci con tutto il cuore. Molte volte andavo, insieme con don Blachnicki, a trovare i gruppi delle Oasi che facevano i ritiri in vari luoghi dell’arcidiocesi… Tutti sapevano che il cardinale di Cracovia era con loro, che li appoggiava, li sosteneva e che era pronto a difenderli in caso di pericolo».

La polizia infatti non sta a guardare. Irritata persino dalle croci erette dai giovani sui monti di Slesia, sorveglia e ostacola l’attività di Luce-Vita con una serie di provvedimenti amministrativi. Ciononostante il movimento cresce: dal migliaio di partecipanti agli esercizi estivi del ‘70, nel ‘75 sono già 14mila, 30mila nel ‘78. Nel dicembre ‘81, nei giorni drammatici dell’introduzione dello stato di guerra in Polonia, Blachnicki si trova all’estero. Decide di fermarsi in Germania, a Carslberg, dove c’è una comunità di esuli polacchi, e da dove continua a coordinare il suo movimento. Qui fonda anche il «Servizio cristiano di liberazione dei popoli», che intende riunire gli esuli dei paesi centro-europei contro la dittatura comunista.

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 Per le autorità polacche è una spina nel fianco. Su di lui pende già un mandato di cattura, e per sorvegliarlo inviano in Germania i coniugi Gomtarczyk, agenti esperti già infiltrati in Solidarnosc. «Alla fine dell’84 – si legge nel rapporto di un loro superiore – i due agenti si prodigavano nel lavoro per don Blachnicki, diventando suoi stretti collaboratori… Sfruttando le divergenze fra gli attivisti anticomunisti dell’emigrazione, assumevano infine la gestione dell’organizzazione». Agli inizi dell’87 però vengono scoperti. Dai documenti raccolti dall’Istituto polacco per la memoria nazionale, risulta che il 26 febbraio don Franciszek ha un’accesa discussione con i due. Il giorno dopo, misteriosamente, muore. La coppia rientra in Polonia l’anno dopo, prima che nel loro appartamento faccia irruzione il controspionaggio tedesco-occidentale.

Nel ‘95 viene aperto il processo di beatificazione di questo «costruttore del Regno di Dio», che – come disse papa Wojtyla – se ne impadroniva evangelicamente con la forza. Riportiamo un passo di una sua riflessione quaresimale: «Cristo va al fondo del cuore umano, ne conosce tutti i peccati, ma questo non lo scoraggia. Come si rivolse alla Samaritana, così si muove verso tutti, perché tutti sono peccatori. Cristo ci porta un dono. Non guarda ai nostri peccati, non si domanda se siamo degni o indegni, non chiede conto dei nostri meriti».

«Il dono è qualcosa di immeritato… Quello che Gesù porta alla Samaritana e a tutti noi è la nuova religione della verità e dello Spirito. Il cristianesimo non è una magia, non sono riti da compiere in questa vita per evitare le sciagure. Il cristianesimo non è la litania dei comandamenti da osservare per non essere condannati, non sono le medagliette, gli scapolari o i santini – strumenti utili, ma che non possono rappresentare il contenuto e l’essenza del cristianesimo. Il cristianesimo… è l’incontro con il Dio vivo, che in Gesù Cristo si dona a noi, e che è dunque amore».

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