FINANZA/ La crisi è colpa della Chiesa… L’ultima trovata degli economisti all’americana

Le cause alla base della crisi sono anche di natura etica. Lo riconosce (in ritardo) Luigi Zingales ne Il buono dell’economia. Attribuendo alla Chiesa la colpa di non aver saputo “monitorare” la  situazione. Il commento di MARCO COBIANCHI

27.04.2010 - Marco Cobianchi
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Quando il Papa ha detto di non affidarsi a maghi ed economisti non era ancora uscito l’ultimo libro di Luigi Zingales e Gianpaolo Salvini. Ma forse qualcuno gli aveva già riferito i contenuti. È molto difficile decidere da dove iniziare a parlare de Il buono dell’economia (Università Bocconi editore) che l’economista che insegna a Chicago, e scrive su Il Sole 24 Ore e L’Espresso, e il direttore de La Civiltà Cattolica hanno scritto a quattro mani chiacchierando di etica ed economia sollecitati dalle osservazioni di Salvatore Carruba, giornalista. Così, siccome i temi toccati sono molti (e ognuno troppo facilmente contestabile), arbitrariamente, ne prendiamo in considerazione solo due.

Però s’impone innanzitutto una premessa. Zingales, per la prima volta, ammette che le cause alla base dello scoppio della crisi finanziaria sono anche di natura etica. E questo è già un risultato, considerando soprattutto che quando Benedetto XVI affermò che la causa della crisi sta nell’avidità dell’uomo, venne dileggiato dai professori di economia che gli chiesero cortesemente di non impicciarsi di cose che non conosce. Bene: adesso Zingales dice che quel giudizio un qualche fondamento l’aveva. Meglio tardi che mai: sarà certamente colpa dell’aria rarefatta che si respira nella prestigiosa Università di Chicago se la realtà viene riconosciuta con un ritardo di un paio d’anni.

I due temi sui quali vale la pena concentrarsi riguardano l’insegnamento dell’economia nelle Università e le responsabilità della Chiesa cattolica nello scoppio della crisi. Il dubbio che attanaglia Zingales viene spiegato con l’esempio del “dilemma del prigioniero”, il più famoso rompicapo della teoria dei giochi. Quando due prigionieri sono incarcerati e sono sotto la minaccia di una pena, la sanzione mediana che entrambi possono sperare che gli venga comminata si ha quando tutti e due confessano il delitto commesso. Se si fidassero uno dell’altro e nessuno dei due confessasse, sarebbero condannati ad una pena inferiore, mentre se uno confessa e l’altro no, il primo viene rilasciato e l’altro viene condannato a una pena maggiore. La teoria in base alla quale in un mercato competitivo ogni uomo è portato a massimizzare il proprio tornaconto, impone che la scelta più logica sia quella che nessuno dei due si fidi dell’altro (perché ognuno pensa che l’altro massimizzi il proprio interesse) e quindi la scelta più logica si ha quando i due si tradiscono a vicenda e confessano.

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«In forma sottile – dice Zingales – noi finiamo per validare questa scelta come decisione giusta» in quanto “unica soluzione razionale” e, in qualche modo «trasmettiamo la convinzione che non puntare sull’equilibrio rappresenti una scelta idiota» e così si finisce per far passare il “tradimento” come scelta “giusta”, con la conseguenza che «in qualche misura contribuiamo proprio al deterioramento di quel capitale civico». «Come economista – continua Zingales – mi pongo quotidianamente il problema di cosa insegnare ai miei studenti. Devo limitarmi ad illustrare loro delle equazioni alla lavagna o devo offrire anche elementi prescrittivi all’agire di futuri economisti?». Un bel dubbio. In altre parole il professor Zingales sta dicendo che non sa se insegnare cose giuste o cose semplicemente logiche senza porsi il problema che siano giuste o meno. Per molti professori, infatti, se tradendo il proprio compagno si ha un vantaggio per sé, ciò è logico e, quindi, non ha nemmeno senso porsi la domanda se sia anche “giusto”. Questo passaggio è davvero interessante perché mostra come la razionalità abbia sostituito, nelle aule delle Università, l’umanità, che è fatta di scelte sulla base di una scala di valori. E mostra anche come gli economisti di oggi stanno preparando gli economisti di domani.

 

Il secondo punto riguarda il ruolo della Chiesa cattolica nello scoppio della crisi finanziaria. Stabilito che il problema è anche etico, allora occorrono dei “paletti”, dei “limiti” all’agire economico delle persone e delle aziende. E chi mette questi paletti? Zingales sostiene che debba essere la società a sanzionare chi sbaglia. E qui l’accusa alla Chiesa: «Non vedo un numero sufficiente di persone pronte a scandalizzarsi. Individuo in questa lacuna una grave mancanza da parte della Chiesa» perché «a me pare che spesso anche la Chiesa finisca con il risultare connivente con queste situazioni: proprio in quei casi nei quali anzi dovrebbe ergersi a giudice morale: proclamare la contrarietà e l’immoralità al proprio insegnamento di certi atteggiamenti: in alcuni casi addirittura rifiutare tra le proprie fila chi li mette in atto. Perché, mi chiedo, i divorziati non sono ammessi alla comunione mentre non esistono sanzioni altrettanto severe per le violazioni etiche in campo economico?». E poi aggiunge: «Nei paesi di religione protestante (…) ogni parrocchia ha un consiglio i cui componenti danno indirizzi, lanciano moniti e quindi comminano una sanzione ai propri fedeli».

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Troppo facile rispondere che le obbligazioni non sono un sacramento e che è un po’ troppo facile accusare gli altri, addirittura la Chiesa cattolica, di non fare ciò che noi stessi non facciamo per primi (vedi i dubbi su cosa insegnare). Ma soprattutto: Zingales dovrebbe spiegare come mai, se la Chiesa protestante è dotata di un sistema sanzionatorio migliore di quello della Chiesa cattolica, gli scandali finanziari peggiori sono esplosi nelle banche americane, notoriamente guidate da uomini di religione protestante, invece che nelle casse rurali italiane, di origine e prassi cattolica o nella spagnola Santander, la più cattolica delle grandi banche europee. Ciò che si vorrebbe, insomma, è che la Chiesa facesse il lavoro che il Financial Stability Board non è riuscito a fare a ben due anni dallo scoppio della crisi: individuare le regole che tutti gli attori della scena economica devono seguire per evitare che tali crack si ripetano in futuro. Una bella ammissione di impotenza degli organismi internazionali.

A sostegno della sua tesi Zingales cita, scandalizzato, il fatto che il Vescovo di Parma abbia invitato i fedeli a pregare per il cattolico Calisto Tanzi dopo il suo arresto. Quell’invito è un chiaro segnale che la Chiesa non pone paletti etici, visto che invita a pregare per un industriale inquisito di reati finanziari gravissimi e che, con i suoi comportamenti, ha contribuito a rovinare migliaia di risparmiatori italiani e stranieri. È davvero encomiabile la smania degli economisti di assegnare a ciascuno un compito preciso all’interno della grande macchina dell’economia planetaria bacchettando chi non lo svolge bene, come la Chiesa cattolica, che, se non pone paletti etici, inceppa il meccanismo del mercato il quale, se tutti facessero quello che gli è stato detto di fare, funzionerebbe benissimo.

Un’ultima notazione: Zingales dimentica che nei bracci della morte delle carceri americane ci sono preti, suore e a volte perfino vescovi che pregano per i condannati a morte, che non sono banali truffatori finanziari, ma assassini, stragisti, stupratori. Evidentemente le preghiere di questi religiosi abbassano il livello etico del mondo: se i religiosi lasciassero i rifiuti della società al loro boia senza nemmeno degnarsi di guardarli in faccia, per Zingales, evidentemente, darebbero esempio di altissima moralità.



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