BURQA/ Sarkozy dice no al velo e mette alla prova la vera laicità della Francia

- David Blázquez

La Francia dice no al burqa: le donne musulmane non potranno andare in giro col volto coperto. DAVID BLAZQUEZ, da Parigi, ricostruisce il dibattito sulla legge più controversa degli ultimi anni

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La Francia dice no al burqa: le donne musulmane non potranno andare in giro col volto coperto. Il paese della laïcité, del multiculturalismo e delle banlieues, in cui grandi gruppi musulmani vivono come se non fossero alla periferia di Parigi, ma in quella di Algeri o del Cairo, si interroga su una legge che secondo alcuni discrimina la libertà di essere e vivere secondo le usanze, secondo altri rappresenta finalmente un argine contro la deriva di una società frammentata in gruppi chiusi, potenzialmente fuori controllo, esito contraddittorio di uno spazio pubblico vuoto dove ogni differenza, qualunque essa sia, ha diritto di cittadinanza.

Per capire, ripercorriamo i fatti salienti. «Il burqa non è ben ricevuto in territorio francese – dichiara Nicolas Sarkozy il 22 giugno 2009 davanti al Palamento francese riunito solennemente a Versailles -. Non è quella l’idea che la Repubblica si fa della dignità della donna».

In dicembre Jean-François Copé, deputato UMP, annuncia la presentazione di una proposizione di legge con lo scopo di vietare l’uso del velo integrale in tutti gli spazi pubblici e non solo nei luoghi destinati ai servizi pubblici. La proposizione «vuole mostrare un segno forte – dice Copé – in favore del rispetto delle donne» e «preservare la sicurezza dei cittadini».

Il 29 gennaio 2010 il primo ministro François Fillon chiede al Conseil d’État di studiare «le soluzioni giuridiche che permetterebbero il divieto del velo integrale», trovando il modo «più ampio ed effettivo possibile», facendo in modo di «non ferire i nostri compatrioti di confessione musulmana».

Il 30 marzo il Consiglio di Stato presenta al primo ministro il Rapporto sulle possibilità giuridiche di una legge sul divieto d’uso del velo integrale nei luoghi pubblici. Il Conseil d’État si mostra contrario a tale proposizione per i seguenti motivi: 1. esiste già una legge che vieta l’uso del velo integrale in certi luoghi come i servizi pubblici, gli aeroporti. 2. una legge del genere potrebbe entrare in conflitto con la Lettera dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea.

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Il 19 maggio François Fillon e Michèle Alliot-Marie, ministro della Giustizia e delle libertà, presentano a votazione il Progetto di legge dopo il pronunciamento negativo del Consiglio di Stato adducendo che tale pronunciamento ha un carattere consultivo e non vincolante. Il 13 luglio 2010 la legge è discussa nelle sedute del 6, 7 e 13 luglio, e approvata quest’ultimo giorno con 335 voti favorevoli (quelli dell’UMP di Sarkozy, del Nouveau Centre e di 20 deputati dei partiti di sinistra) e un voto contrario. La quasi totalità dell’opposizione (PS, PCF e Verdi) si è astenuta.

 

I termini del problema

 

Molti dei critici di questa legge, tra cui molti cattolici, si sono affrettati a scaricare le loro munizioni contro quella Francia laicista che vorrebbe, ancora una volta, regolare le questioni religiose. A mio parere bisogna non cadere nella trappola di un certo Islam e situare questo progetto di legge dentro un contesto diverso di quello della laicità, e cioè, quello del fallimento del modello di integrazione culturale francese.

 

Fin dal gennaio 2009 sia Jean-François Copé, deputato UMP e uno dei cervelli di questa legge, che François Fillon, primo ministro francese, hanno insistito sul fatto che quello che voleva regolare questo progetto di legge non erano aspetti religiosi ma due diritti: sicurezza e dignità della persona (ed in particolare quella della donna). Nell’Esposizione di motivi del progetto di legge possiamo leggere: “L’occultamento del volto nello spazio pubblico comporta una violenza simbolica e disumanizzante, che ferisce il corpo sociale”. Oppure: “Se l’occultamento volontario e sistematico del volto costituisce un problema, è perché ciò è semplicemente contrario alle esigenze fondamentali del “vivere insieme” nella società francese”. O ancora: “L’occultamento sistematico del volto nello spazio pubblico, contrario all’ideale della fraternità, non risponde all’esigenza minima di civiltà necessaria nei rapporti sociali”.

 

Non troviamo, quindi, ragioni di tipo religioso. In questo senso, contro coloro che subito accusarono i promotori di voler arrivare al divieto del velo, bisogna ricordare che Nicolas Sarkozy si è pronunciato in non poche occasioni a favore della libertà religiosa, della laicità positiva dello stato (nel suo discorso di San Giovanni Laterano) e del diritto al velo come espressione religiosa nello spazio pubblico (a seguito del discorso di Obama del 4 gennaio 2009 al Cairo).

 

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Ma il burqa non ha niente a che vedere con la religione. Come ha scritto su questo giornale Souad Sbai, deputato italiana del Pdl, citando il grande imam dell’università al Ahzar del Cairo, «il burqa e il niqab non hanno nulla a che spartire con la religione». La stessa cosa ha detto Copé: «non si tratta di un problema religioso, perché il burqa non è una prescrizione religiosa».

 

Un progetto di legge molto contestato

 

Molti sono stati i critici di questo progetto di legge. C’è chi ha chiesto, giustamente a mio parere, perché fosse così urgente una legge che riguarda non più di 3000 donne in tutta la Francia (tanti sono, diciamola tutta, gli stessi che a squarciagola chiedono le unioni tra persone dello stesso sesso – unioni che in Spagna hanno costituito di media, dal 2005, l’1,6% dei matrimoni totali, circa 3000 ogni anno).

 

Altri, come Martine Aubry, capo de Partito socialista francese, si sono limitati a dire, senza argomenti consistenti, che «bisogna smetterla di pensare che il burqa sia il problema essenziale dei francesi» o a sottolineare le difficoltà di applicazione che comporterebbe una tale norma: «Il divieto in tutto lo spazio pubblico – ha detto la stessa Aubry – sarà difficile da rendere operativo». Altri ancora, riallacciandosi alla critica del punto 2 del rapporto del Consiglio di Stato, sono contrari a una tale legge in quanto lesiva del diritto fondamentale delle donne che decidessero di portarlo senza costrizioni.

 

In primo luogo potremmo domandarci se i valori che la legge vuole difendere sono solo europei o, addirittura, solo francesi. Le motivazioni addotte dalla legge sono abbastanza limitate su questo punto poiché fanno appello unicamente a certi valori nati «dal nostro [francese e repubblicano] patto sociale». Ci vorrebbe, se proprio si vuole dire il perché, un accenno di carattere più universale, meno ideologico. E cioè, che questi valori sono parte dell’umanità di tutti, anche di coloro che vi si oppongono, e non solo dei francesi che hanno deciso di darsi una tale norma. In secondo luogo è problematico l’appello alla sicurezza come motivazione della legge. È, mi pare, un’aggiunta non necessaria alla già più che sufficiente motivazione della dignità, ed è il punto più debole e più bisognoso di eccezioni: si potrà avere il viso coperto nei luoghi pubblici – come sancisce l’articolo 2 della legge – per «ragioni medicali o per motivi professionali, nelle feste o nelle espressioni tradizionali».

 

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Il fallimento del modello d’integrazione alla francese

 

Ma se non dobbiamo leggere questo progetto di legge sotto l’ottica di un attacco nascosto alla libertà religiosa, come farlo allora? Questo progetto di legge vuole essere, come disse Jean-François Copé, «un segno forte». Il modello francese d’integrazione politica, in base al quale chi arrivava in Francia poteva trovare uno spazio vuoto e astratto, senza storia né ideali, nel quale «istallarsi» a proprio agio, è andato in tilt.

 

La Francia del permissivismo culturale, che pensava di poter gestire qualsiasi realtà integrandola astrattamente nello spazio vuoto della cittadinanza repubblicana ha sentito il bisogno di ricordare alcuni dei valori fondamentali della sua storia e, non a caso, nello scontro con una pratica propria di un certo islamismo per il quale la separazione tra autorità religiosa e politica non esiste. Valori che si rifiuta di riconoscere di aver imparato dalla tradizione ebraico-cristiana e che si limita a chiamare repubblicani.

 

Quando essere francesi vuol dire qualcosa di concreto

 

Sarkozy, aiutato dall’impasse di una sinistra che da una parte non vuole offendere un certo Islam e dall’altra non sa se difendere la “libertà” delle donne che vorrebbero portare il burqa o la dignità di quelle che lo devono portare, vuole cominciare a tracciare una “linea rossa” di sicurezza. Se chi abita in Francia, o chi ci arriva, vuole dirsi francese e sfruttare le possibilità di tale cittadinanza dovrà sapere e riconoscere – almeno, e aldilà dei principi astratti di liberté, egalité e fraternité -, tre o quattro principi fondamentali.

 

Il primo, com’è stato decretato non molto tempo fa, la lingua francese, principio elementare delle relazioni umane. Il secondo, come ci sembra voler fare questa legge, che il volto ha un valore e che quel valore è lo stesso per le donne e per gli uomini. E che in Europa sappiamo ancora che è più umano guardarsi in faccia, piuttosto che non poterlo fare. Ed è a questo punto, per chi ha il volto scoperto, che si riapre il problema della laicità. Problema che, va detto, l’Islam fa molta fatica anche solo a porsi.

 

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Resta da vedere, come sempre quando si parla della Francia, se questi uomini e donne a viso scoperto vorranno e potranno esprimersi e proporre le loro esperienze nello spazio pubblico senza rinnegare le loro diversità. Se saranno messi in condizione di collaborare al bene della Repubblica in quanto cristiani, musulmani, ebrei o atei, o se dovranno accontentarsi di potere, e ormai dover portare i loro volti ben scoperti, ma perfettamente omogenei e disumani.

 

 

 

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