STORIA/ Ecco perché Marchionne, e non Berlusconi, farà il funerale a Bersani &C.

- Salvatore Sechi

Come mai un partito che ha reciso le radici della sua identità storica (il comunismo), qual è il Pd, è incapace di diventare realmente riformista? L’analisi di SALVATORE SECHI

comunismo_bertinotti_lamaR400
1983: Diego Novelli, Fausto Bertinotti, Luciano Lama (Imagoeconomica)

Come mai un partito che ha reciso le radici della sua identità storica (il comunismo), qual è il Pd, si trova in grande difficoltà a farsi accettare come un partito riformatore? La risposta più semplice è che le riforme non servono a qualificare in maniera precisa e inconfondibile sul mercato politico i soggetti che le richiamano e le promuovono.
 I partiti di centro-sinistra e di centro-destra sono forze concorrenti nel segnalare la necessità e l’urgenza di trasformazioni dello stato di cose esistente. È questo un elemento che serve a mostrare ulteriormente che la contrapposizione, il vero e proprio conflitto tra Berlusconi, Bossi e Fini da un lato, Bersani, Di Pietro, direi lo stesso Vendola non assomiglia in alcun modo al vecchio contrasto tra conservatori e riformatori.

La richieste di ampie riforme non segnano come una trincea, un sistema di argini e paletti, le differenze tra i due schieramenti, in quanto chiedere profondi cambiamenti nell’ amministrazione dello Stato e della giustizia, nel regime fiscale, nella distribuzione del reddito, nella difesa del suolo, della natura, come del ruolo delle donne e delle nuove generazioni, della difesa delle etnie ecc., è un coro comune.
Se gli elementi di differenziazione vengono fatti risiedere nella cosiddetta qualità delle riforme, la discussione si perde nella nebbia identitaria più fitta e avvolgente, in cui ognuno si inventa  prerogative e rivendica antecedenze e primati che servono ad arroventare la rissa già notevolmente avanzata.

Nel caso degli ex comunisti la situazione è apparentemente più semplice e più tragica. La tradizione culturale e politica comunista è nata sul presupposto di contestare e negare che per modificare i rapporti sociali e creare una società più libera e più giusta bastasse prendere per le corna il toro capitalista e spingerlo con mano ferma verso una rotta diversa.
Il comunismo partiva dall’idea che fosse un male, e andasse sradicato, il lavoro salariato e i rapporti capitalistici di produzione in cui l’obiettivo di incrementare la rendita e il profitto determinava ineguaglianze sociali insanabili. Era necessaria la violenza rivoluzionaria per separare il grano dal loglio, liberare gli sfruttati e gli oppressi e creare una società di liberi ed eguali.
 

Per questa ragione con eguale asprezza il movimento comunista combatte il capitalismo e il riformismo, cioè l’idea, cara ai socialisti, che nel sistema di fabbrica, nello stato, nella comunità si  potessero operare dei cambiamenti anche radicali servendosi degli strumenti della democrazia liberale (il suffragio universale, il parlamento, la divisione dei poteri, ecc.). In generale ai riformisti come Filippo Turati e ai socialisti liberali come i fratelli Rosselli, Salvemini, Mondolfo ecc. la legittimazione del conflitto sociale è apparsa non come una finta o un pretesto, ma come un aspetto permanente del funzionamento della democrazia nei luoghi di lavoro come negli apparati statali, nella scuola e nello stesso esercito.
La democrazia come il socialismo doveva alimentarsi dei contrasti, delle differenze, delle identità contrapposte come una forza fisiologica del sistema per superarle, sapendo che si sarebbero ripro-dotte e sarebbe stato necessario trovare altri meccanismi (con l’aiuto della scienza e della tecnica, l’estensione dell’educazione, cioè la presenza pervasiva della scuola e dell’istruzione) per spostare o-gni volta in avanti l’equilibrio del sistema economico, politico, sociale ecc.

In sintesi, i socialisti non rivoluzionari, cioè i socialdemocratici, hanno sempre pensato che il capitalismo e lo Stato potessero essere modificati, cambiati, cioè riformati, senza rovesciarli con la lotta armata o ogni altro mezzi eversivo. Dai comunisti questa fu contrassegnata come la più tragica delle illusioni.
Non è casuale né può essere spacciato come un errore (come fa la storiografia comunista) che negli anni della massima crisi del capitalismo e del consolidamento del fascismo e dell’avvento al potere del nazismo, da Stalin a Togliatti a Thorez i socialdemocratici non venissero considerati degli alleati in compagnia di quali abbattere le dittature di estrema destra, ma venissero chiamati la carta di riserva del fascismo, anzi l’ala di sinistra di Mussolini e Hitler. Dunque dei nemici da isolare e da denunciare come tali agli occhi delle masse. La cosiddetta fascistizzazione della socialdemocrazia divenne il pericolo numero uno da esorcizzare.
 

L’idea che le riforme fossero impossibili, perché il capitalismo e lo Stato si dovevano abbattere e non cambiare, ha costituito un corpo ideologico, un modo di pensare, un valore costitutivo dell’identità di ogni comunista. Ha ragione Silvio Berlusconi ad avvertire che questa cultura è diventato senso comune di massa tra gli elettori (compresi i magistrati), e non ci si può liberare di essa come fosse un cambio di biancheria.
 
Per quel che può valere, negli anni Settanta in un’intervista al Messaggero sostenni che questa raffigurazione demoniaca e farsesca del riformismo socialista serviva a nascondere che nei paesi scandinavi come nell’Inghilterra e nella Germania postbellica le condizioni di lavoro, di reddito, di occupazione, di assistenza sanitaria ecc. dei lavoratori  erano incomparabilmente superiori a quelle dei paesi cosiddetti “socialisti”.Un comunista, quale io ero, non poteva permettersi questo tipo di analisi.
Il principale ispiratore di Berlinguer, su Paese Sera sostenne che Polonia, Cecoslovacchia, Ungheria, Bulgaria, Romania, al pari di Cuba e della Cina erano da considerare spazi liberati dal capitalismo e quindi una realtà avanzata e progressista rispetto all’Occidente capitalistico. Giuseppe Fiori, allora direttore del quotidiano pagato dall’Urss, mi fece insultare ben bene trattandomi come un rinnegato.

Bersani, D’Alema e i loro compagni hanno ripudiato il comunismo sovietico, ma non hanno mai tessuto l’elogio del socialismo riformista. Farlo significherebbe riconoscere che dalla fondazione del Partito comunista d’Italia, nel 1921, fino al 1989, in cui si sfarinò come neve al sole, la storia dei comunisti è stata un fallimento. Qualcosa di più e di diverso di una catena di errori. Per milioni di iscritti e di elettori sarebbe come dire di averli mobilitati, costretti a enormi sacrifici personali e familiari, farsi licenziare o arrestare, sulla base di un ideale (la superiorità del comunismo rispetto al capitalismo e alla socialdemocrazia) che nella pratica di ogni giorno si e rivelato essere una micidiale falsificazione della realtà.
 

Una cosa è prendere atto che il comunismo ha perso una battaglia storica nella lotta contro il capitalismo e il socialismo liberale (cosa che D’Alema ha riconosciuto), un’altra cosa è confessare a operai, contadini, artigiani, intellettuali, tecnici, insegnanti ecc. che nei luoghi di lavoro, nelle scuole, negli apparati statali il comunismo realizzato è stato un’immensa macchina di dispotismo, di controllo poliziesco, di aumento delle gerarchie e delle disuguaglianze, di generalizzata corruzione e sottosviluppo.
Ancora più arduo è aggiungere che in Svezia, Norvegia, Danimarca, nell’Inghilterra laburista e nella Francia governata dai socialisti, ecc. le prospettive di vita, le condizioni di lavoro, l’occupazione, il sistema di garanzie sociali del popolo sono radicalmente cambiate. Bersani può almanaccare, tergiversare, ma non può dire che i riformisti, cioè i socialisti democratici hanno avuto ragione, e i comunisti s interamente torto.

Ora, il sonno della ragione e l’innato conservatorismo dei gruppi dirigenti delle diverse varianti di partito in cui si sono rifugiati gli ex comunisti ha trovato nel manager della Fiat, Sergio Marchionne, un suono di campane a morto. Marchionne parla il linguaggio di ciò che i comunisti hanno sempre odiato, cioè dell’impresa. Ma anche del salario legato alla produttività, del profitto che può essere creato anche fuori del territorio nazionale. L’impresa non può vivere in un sistema di poteri di veto come quello in cui è prosperato un sindacato che nella rappresentanza ha sempre fatto a meno degli iscritti. Gli sono bastate le sigle, l’illusione che la fabbrica possa essere gestita con i tempi e i modi di un parlamento (anzi peggio).

La Fiom, il sindacato in cui il vetero-comunismo è coltivato come un fiore di serra e un’erba oppiacea, anche in una fase acuta del ciclo capitalistico continua a pretendere che una minoranza di operai possa tenere in ostaggio la maggioranza di essi. Prima che alla reazione di Marchionne, spetta a questa maggioranza far capire che questi brandelli di un anarco-sindacalismo fuori della storia non solo sono in permanente rotta di collisione con le ragioni dello sviluppo e del progresso delle imprese, ma anche un pericolo gravissimo per i diritti delle maestranze e degli imprenditori di arginare la recessione, controllare il lavoro, rilanciare la produttività e con essa il salario.
 

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori