NOBEL 2011/ Rondoni: la poesia di Tranströmer, una finestra sul reale

- Davide Rondoni

Il fatto che il Nobel della letteratura sia andato a un poeta “ignoto” è una buona notizia, indice, spiega DAVIDE RONDONI, di un valore poetico che sfugge al circolo malefico della fama

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Tomas Tranströmer - Foto Ansa

La notizia del Nobel della letteratura dato a un importante poeta svedese, Tomas Transtroemer è una buona notizia. Il poeta è di valore, la sua finissima, rastremata visionarietà lo rende davvero uno degli uomini-finestra del nostro tempo, cioè quegli uomini che, secondo la definizione di un altro grande poeta francese Jean Pierre Lemaire, ti permettono di vedere il mondo e il reale.
Buona notizia dunque non tanto per il Nobel in quanto tale, che essendo il premio più noto (ma fino a quando? certe cose non cambiano mai?) è dunque il più discutibile. Questo Nobel giustamente assegnato non cancella certo la vergogna di alcuni Nobel strampalati o faziosi. Basterebbe rileggere la intervista che Dario Fertilio fece sul Corriere della Sera a un giurato per accorgersi della “mafia” che governa quella giuria. Ma è una buona notizia per la poesia. Il fatto che questo grande poeta sia stato presentato come ignoto significa che c’è qualcosa di valore –come l’opera di un poeta- che per fortuna sfugge al malefico circolo viziato che vorrebbe la “fama” come unico indicatore dei valori in gioco.
In un’epoca di “talent show” la semioscurità che circonda la poesia è una buona arma, e in molti casi un sigillo di garanzia. E fa sorridere che coloro – i media – che presentano ora come stranamente ignoto questo grande poeta e si chiedono, come ieri il commentatore di Sky, se sia colpa della grande cultura il non sapersi comunicare, siano gli stessi operatori dei media che in questi quindici anni hanno avuto la possibilità un sacco di volte di parlare di Trastroemer edito e presente in Italia molte volte.
Ma non lo hanno mai fatto nonostante che già alla fine degli anni ’90 fosse edito in Italia, tra l’altro in un caso con il viatico del nostro maggior poeta del secondo Novecento, Mario Luzi.
Eppure più e più volte questo svedese visionario lucido e vivido è stato ospite a festival, manifestazioni, reading sulla nostra penisola. La verità messa a nudo anche stavolta è che la qualità culturale dei nostri media (pubblici e privati) è modestissima. Non tanto o non solo per demeriti di coloro che si occupano delle pagine o degli spazi culturali, ma per ottusità di chi guida i media e li conduce sempre a pubblicare valanghe di sciocchezze invece che a fare attenzione a cose di maggior valore e spessore. Basta aver conosciuto un po’ di direttori di giornale e di reti televisive per comprendere come poca lettura e cultura vera siano nel dna di questi esperti della navigazione politica o del salottismo. 

In queste ore tra l’altro molti media rilanciano la notizia che Trastroemer sarebbe stato pubblicato in Italia solo dall’editore Crocetti in una antologia e in un libro in uscita, mentre in realtà altri due volumi (edizioni del leone e Centro mondiale della poesia) uscirono appunto negli anni ’90. Doppia ignoranza, quasi patetica. Su cui è lecito ridere sopra, secondo la medesima lezione del poeta svedese, teso come i grandi poeti del nostro tempo a farci entrare in una visione del reale che sfugge all’orgia della visibilità che vorrebbe regnare su tutto.
La professione di psicologo ha reso lo sguardo del poeta più attento e vigile alle aperture di senso sfuggente, alle ferite del visibile, alle stupefazioni dell’uomo che si trova immerso in un “grande mistero”. E’ uno dei poeti in cui la soglia tra religiosità e acume dello sguardo si fa sottile e giustamente labile e forse inesistente, come mostra la grande tradizione nordica della letteratura più grande. Molte sue poesie creano un disagio di spaesamento, un’interrogazione inquieta sul reale e sull’uomo. Come aperture, appunto, nelle quali non siamo disposti spesso a mettere lo sguardo e il cuore. Ma è di questi inquieti tarkovskiani stalker, di questi viandanti dell’invisibile che abbiamo bisogno, per non seppellirci sotto la coltre disumana del risaputo, del dato senza movimento, o del visibile impoverito.



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