DIBATTITO/ Barcellona: perché un giovane si dovrebbe “indignare”?

- Pietro Barcellona

I giovani dei talk show non esprimono la reale dimensione socio-affettiva dei coetanei; così come la loro indignazione, spiega PIETRO BARCELLONA, è condizionata dal perbenismo degli adulti

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Foto Ansa

Apparentemente sono il centro della scena. Non c’è commentatore politico-culturale che non ponga come assolutamente prioritario il problema dei giovani e del loro futuro. Il nuovo Presidente del Consiglio li ha ricevuti innovando sulle prassi precedenti come i nuovi veri interlocutori dell’azione di governo. Politologi, sociologi e intrattenitori televisivi indicano i giovani come protagonisti di una fase nuova dell’intera storia del Paese. Nei talk show ormai è normale avere un rappresentante dei giovani che esprime le loro idee su ciò che sta accadendo nel mondo. Tuttavia, nonostante questo festival della gioventù, credo che nessuno di noi sappia veramente chi siano i giovani, quali siano i loro vissuti profondi, cosa vogliono dire quando balbettano di debito pubblico e di nuovi beni comuni. Sono stupefatto dalla pochezza, dalla banalità e dalla impersonalità delle frasi che i giovani, intervistati sulle ragioni della loro protesta, pronunciano ai microfoni dei vari intervistatori. Non riscontro alcuna vera innovazione linguistica né alcun tentativo di inventare parole che diano forma a nuovi sentimenti e a diversi modi di stare insieme rispetto alle forme tradizionali del corteo e dell’accampamento dei cosiddetti “alternativi”.

Ormai è di moda convocare i rappresentanti degli indignati alle trasmissioni televisive e invitarli ad intervenire con le loro analisi e le loro proposte. Lerner è un maestro di questa nuova retorica dei giovani che entrano in scena ma tutti gli altri si sono adeguati e dal servizio pubblico di Santoro a Piazzapulita di Corrado Formigli abbiamo ormai una costante presenza di componente giovanile per l’intrattenimento serale dell’italiano medio.

Per fortuna il mondo giovanile che cerco di interrogare per capire da dove possa venire una spinta radicale per il cambiamento degli stili di vita, dei desideri e delle fantasie degli esseri umani nostri contemporanei, non si esaurisce in questi spettacolini televisivi dove, ancora una volta, gli adulti tentano di corrompere la creatività giovanile per immetterla nella grande finzione del dibattito pubblico.

Ho seguito con grande partecipazione i giorni dell’alluvione di Genova e forse lì mi è apparsa una realtà del mondo giovanile che non è quella rappresentata dai dibattiti televisivi. Il capitano di una squadra di rugby ha mobilitato tutti i suoi giocatori e il pubblico degli aficionados per andare nel fango della città alluvionata ad aiutare -senza alcuna pubblicità- le vittime di quella terribile catastrofe naturale. In questa come in altre occasioni di sventure drammatiche che si abbattono sul nostro Paese, come il terremoto dell’Aquila ed altri terribili sussulti della natura, ho visto in prima fila giovani ragazze e ragazzi che si prodigavano nell’attività di soccorso e di sostegno psicologico alle popolazioni vittime di queste grandi tragedie. Ho colto una differenza significativa nelle espressioni e negli sguardi dei giovani che venivano frettolosamente intervistati rispetto a quelli che, comodamente seduti nei salotti di Lerner, propinano ricette per combattere il debito pubblico.

Ho visto ragazzi con gli occhi vivi, espressivi, con un gesticolare spontaneo, con gli abiti sporchi di fango e di terra, esprimere un bisogno di relazione con altri uomini e donne, di sentirsi parte di un comune destino di sofferenza alla quale si può rispondere solo con l’affettività reciproca del sentirsi parte di una relazione. Ho sentito che c’è una carica affettiva e un bisogno d’amore nei giovani di cui forse loro stessi non sono consapevoli e che hanno difficoltà a mettere in campo come l’unica risorsa di un grande riscatto morale di un Paese avvilito dallo scetticismo e dalla retorica.

Sono convinto che chi come me ha maturato tanti anni di esperienza nel rapporto con i giovani può legittimamente fare un appello per convincerli ad abbandonare la strada pedissequa dell’imitazione del discorso pubblico degli adulti e ad innovare nel linguaggio il nostro modo di stare al mondo.

 

“Indignati”  non è una parola che va criticata per le ragioni esposte da Galli della Loggia sul Corriere, ma perché  è una parola da adulti, iscritta nel lessico del moralismo tradizionale, priva di efficacia innovativa. Allude ad una normalità perbenista, ad un moralismo prescrittivo e non invece al bisogno di gettare al centro dell’arena l’impeto e la forza dei sentimenti giovanili. I giovani non possono essere indignati, ma dolenti. Debbono essere capaci di portare sulla scena del mondo la tristezza e il dolore che prova un adolescente quando si sente impotente a comunicare ciò che prova nella esperienza quotidiana della vita. In un mondo fatto di finzione e di ruoli stereotipi, dove gli adulti giocano con le parole senza credere nel loro significato, i giovani devono portare la forza dirompente della loro energia vitale, del bisogno estremo che gli uomini hanno di costruire relazioni amorose in cui l’io, il tu e il noi sono declinazioni dei sentimenti personali e collettivi che si penetrano continuamente in rapporti umani non calcolabili con la misura del successo e del denaro.

Costruire relazioni è la sfida che deve essere lanciata ad una società che subisce una pesante omologazione conformistica anche nelle apparenti forme di protesta e nel modo di trasformarle in notizie. Nelle assemblee giovanili, nei luoghi di incontro dove attraverso le nuove tecnologie mediatiche vengono convocate riunioni di massa mi piacerebbe sentire che un giovane si è alzato e ha cominciato a raccontare con evidente emozione la storia del suo amore fallito o il dolore per la perdita di un’amicizia e che abbia chiesto a tutti di parlare di amicizia e di amore per ritrovare un nuovo linguaggio dei sentimenti e delle passioni.

In un momento in cui si parla soltanto di borse e di spread, e tutti sembrano convinti che l’economia sia il centro del mondo, ci vuole qualcuno che ricordi agli esseri umani che non si vive di solo pane, anzi che il pane può arrivare per vie impensate se si mantiene lo spirito aperto allo stupore del nascere e del vivere, e se si riesce ad esprimere la fatica dello stare al mondo anche quando questo rischia di diventare il giardino zoologico di un gregge di pecore soddisfatte di brucare l’erba del prato.

 

 

Il nemico dei giovani è il conformismo del linguaggio: una trappola degli adulti per spegnere la creatività e la forza inventiva che deriva dalla giovinezza. Quasi nessuno si rende conto che la posta in gioco del linguaggio è la vita stessa e che, se il linguaggio diventa strutturalmente falso, nel senso che è assolutamente slegato dalla percezione soggettiva di sentimenti ed emozioni divenendo un puro gioco di intrattenimento senza anima, tutti noi diventiamo sostanzialmente muti e incapaci di costruire relazioni vere con gli altri e con il modo esterno, prigionieri di una solitudine disperata e senza voce. Bisogna dire la verità ai giovani. Se permangono nella passiva condizione di chi chiede agli adulti di risolvere i loro problemi materiali, non riusciranno nel compito che la natura assegna loro di produrre un grande cambiamento degli stili di vita e di pensiero.

Per questo obiettivo bisogna che i giovani comincino a costruire tra di loro gruppi fondati sull’amicizia e sulla relazionalità dove insieme, parlando di se stessi, si può trovare il linguaggio per rompere la crosta compatta della mistificazione universale del conformismo e della omologazione, sentire la propria differenza irriducibile ad ogni standard o ruolo come ciò che urge sotto la superficie del malessere e del disagio, e trovare le parole che possono trasformare violenza, aggressività, invidia e rancore in sentimenti positivi e creativi di nuove forme di relazione interpersonale. Senza una rimessa in campo decisa e rivoluzionaria del valore delle relazioni tra le persone, saremmo condannati a vivere di statistiche e di percentuali, interamente sopraffatti dalla contabilità universale dei debiti e dei crediti delle famiglie  e degli stati.

 

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