SCUOLA/ Recalcati: il vero maestro? Un “sergente nella neve”

- int. Massimo Recalcati

La scuola di Edipo ha causato il conflitto delle generazioni, quella di Narciso l’anoressia mentale. Può ancora l’autorità del padre e del maestro avere un senso? MASSIMO RECALCATI

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La scuola? Un corp morseillé, per dirla con Lacan, ovvero un corpo in frammenti. È questa l’immagine che evoca lo psicanalista Massimo Recalcati per spiegare la crisi dell’educazione nel tempo dell’evaporazione del padre. Nel suo discorso le immagini pregnanti della mitologia divengono simboli che spiegano, oltre i concetti, la metamorfosi delle menti, delle relazioni, delle visioni del mondo. La scuola edipica è quella che ha messo tutti contro tutti, genitori contro figli, maestri contro allievi, portando alle grandi contestazioni del ’68 e del ’77. A Edipo è seguito Narciso, al conflitto la specularità e, con essa, la dissoluzione dei soggetti. Siamo nel tempo, dice Recalcati, dell’«anoressia mentale». Ma nessuna crisi è risolutiva. Nel vuoto presente, in realtà, i giovani attendono: attendono che qualcuno giunga dal mare, qualcuno che renda loro nuovamente credibile la legge perduta.

Recalcati è tornato da poco in libreria con il suo ultimo lavoro, dedicato a Il complesso di Telemaco, nuovo capitolo della sua riflessione sul padre. Questa intervista, non rivista dall’autore, è frutto di una conversazione sul tema della scuola tenutasi alcuni mesi prima, in cui lo psicanalista presentava in chiave educativa i temi del suo ultimo lavoro.

Che scuola è quella fondata sul complesso di Edipo?
È la scuola che vive sul complesso della tradizione, o, in altri termini, sull’autorità del padre. C’è stato un tempo in cui i gesti della vita – pregare, andare a scuola, mangiare, dormire, esprimersi… – si attuavano come ripetizione uniforme dello stesso. Questo è il destino di un sapere che riflette essenzialmente il potere della tradizione. La scuola edipica implica che il rapporto insegnante-allievo sia fortemente gerarchizzato: l’insegnante è al posto del padre, dell’autorità, della legge, e l’allievo al posto del figlio, di chi dev’essere educato.

Non è così, lei dice?
La metafora con cui un mio terribile maestro delle elementari ha rovinato, almeno in parte, la nostra infanzia era questa: voi siete viti storte, io sono il filo di ferro. Questa è la scuola edipica: l’umano, al pari della vite, ha bisogno del filo di ferro per essere raddrizzato, e l’istituzione ha precisamente questo compito, raddrizzare ciò che è storto. La psicoanalisi rovescia questa pedagogia «nera», repressiva, dicendo invece: non è così, è nella stortura della vite che c’è la bellezza della soggettività e della singolarità.

Come si insegna nella scuola «edipica»?
La scuola edipica è necessariamente una scuola disciplinare, l’espressione di una istituzione piramidale basata sulla capillarità del controllo individuale e sociale. In questo contesto l’apprendimento risponde ad un criterio morale, quello dell’obbedienza. «Devi obbedire», «devi imparare». Il sapere trasmesso è senza critica, senza soggettività, senza singolarità.

E l’adulto?
Nella scuola edipica l’insegnante vive una solidarietà fantasmatica con il genitore: questo è evidentissimo nella scuola primaria, ed è anche una delle ragioni della sua tenuta nel tempo. In essa il docente rappresenta il prolungamento dell’autorità genitoriale e stabilisce con il genitore un’alleanza strategica, perché entrambi ambiscono a raddrizzare la vite storta del figlio-allievo.

Non crede che la sua intepretazione della scuola edipica faccia torto all’esperienza?

Ma questo è solo il côté padronale-repressivo della rappresentazione edipica della scuola. Vi è anche un importante fattore dinamico, propulsivo: infatti, nella misura in cui esiste un forte patto generazionale tra insegnanti e genitori, si innesca inevitabilmente una dimensione conflittuale. Da un lato la scuola edipica genera obbedienza senza critica, dall’altro innesca moti di conflittualità: figli contro genitori, allievi contro insegnanti. Si possono leggere così le grandi contestazioni del ’68 e del ’77.

Lei come interpreta quel conflitto di generazioni?
Come lo sfibrarsi del cemento edipico. Perché l’allievo non vede il proprio insegnante solo come la rappresentazione ideale del sapere. In Edipo il padre è al tempo stesso versione dell’ideale e ostacolo sul cammino di liberazione del proprio desiderio; così, all’adorazione del padre corrisponde, inevitabilmente, anche il voto di morte verso di lui. «Libertà di apprendimento!» è uno degli slogan che la mia generazione, quella del ’77, opponeva alla retorica della libertà di insegnamento.

Figli contro padri, allievi contro docenti, dunque.
Conflitto tra desiderio e principio di realtà. La scuola edipica punta ad adattare i soggetti alla realtà, ma perseguendo questo scopo genera il rifiuto di questo adattamento e l’opposizione alla realtà alla quale vorrebbe uniformare il soggetto. «Sperimentazione», «autogestione», sono tutte parole che hanno segnato la contestazione, è vero, ma che innanzitutto rientrano nel fantasma edipico. Cioè nel conflitto mortale, simbolico, tra le generazioni.

Come si passa da Edipo a Narciso?
Il complesso di Narciso ha come primo atto lo sfaldamento della marcatura simbolica della differenza generazionale. Potremmo dire che la scuola dominata dal complesso di Narciso è la scuola che va dagli anni Ottanta e Novanta fino alla grande crisi finanziaria dei giorni nostri. Narciso è una figura la cui tragedia è immensamente diversa da quella di Edipo: quest’ultimo è il conflitto con la legge e il padre, Narciso invece si perde nella propria immagine. Vince non la dimensione della conflittualità, ma della pura specularità.

Tende ad annullarsi anche la differenza tra genitori e figli?
Sì, ma in un senso ben preciso che Freud ci aiuta a capire là dove dice che un figlio ha sempre a che fare con il narcisismo inconscio rinato del genitore: «farai quello che non ho fatto»; «non avrai ostacoli nella tua vita, e se ci saranno li appianerò»; «hai un insegnante rompiballe? Ti cambierò scuola», e via dicendo.

È questo l’ultimo grado di sviluppo della scuola?
Senza dubbio. È il passaggio dalla dissimmetria alla simmetria, dalla gerarchia alla orizzontalità delle funzioni. Quando il patto generazionale tra insegnanti e genitori, fondato sul fantasma, si sfalda, i genitori si alleano con i figli e lasciano gli insegnanti nella più totale solitudine a rappresentare quel che resta della differenza generazionale, e a supplire la funzione del genitore. E questo ingenera una grave confusione simbolica.

E quando Narciso sale in cattedra?

Narciso esige l’abolizione dell’ostacolo, del limite, della soglia. Chi premia la scuola del narcisismo? Chi ripete lo stesso, cioè il mio; io, docente, premio l’altro nella misura in cui entra in una relazione di identità col mio sapere. È l’inevitabile riduzione dell’apprendimento al plagio. È evidente dunque che qualcosa accomuna Narciso a Edipo e precisamente la tendenza a non valorizzare la soggettivazione «storta» del sapere. Mi limito a rilevare, senza approfondirlo, il rischio che nella scuola di Narciso incombe sulle pratiche di valutazione.

Qual è il destino dell’insegnante nel passaggio ideal-tipico che lei descrive?
Per un verso la sua proletarizzazione economica, che non è mai stata come oggi. La precarizzazione sociale dell’insegnante è in grave contrasto col suo ruolo educativo, che si vorrebbe sempre più fondamentale in quando candidato a supplire all’assenza di legge edipica nelle famiglie. È la totale schisi tra la funzione del docente e il suo senso: una frattura totale tra il valore, giudicato inestimabile, delle persone cui affidiamo i nostri figli, e il loro riconoscimento sociale nullo. Lacan direbbe che la scuola di oggi è un corp morseillé, un corpo in frammenti. Come le persone che la frequentano.

L’assenza di uno «specchio sociale» che riconosca il valore di chi insegna, cambia anche la trasmissione del sapere?
Al godimento della sublimazione, che è il godimento del sapere, subentra un godimento sempre più antisublimatorio. I programmi di studio si riducono, le pagine si pesano, i programmi si semplificano; aumenta la disaffezione alla lettura e alla pratica con i testi. Quando salta la dimensione simbolica della differenza generazionale, come avviene nella specularità narcisistica, anche la parola si trasforma. Perde peso: «la scuola? Sono solo parole». Il web è inevitabilmente complice di questa trasformazione.

Può fare un esempio di quanto sta dicendo?
Prendiamo la classica ricerca sui fiumi della Lombardia. Ai nostri tempi era basata sulle cartine, su un lavoro complesso, che definirei «di scavo». Probabilmente presupponeva anche qualche sopralluogo. Ora non più: si va sul web, si cerca qualcosa e lo si stampa: voilà, ecco la ricerca. La dimensione dell’esperienza è totalmente evasa da un sapere prêt-à-porter, che genera − lo sappiamo come clinici − una nuova, inedita anoressia mentale, strettamente dipendente dal sapere a-disposizione. Da qui il tema del diritto alla sconnessione, alla pausa. Ma nella scuola di Narciso questa pausa non è possibile, perché i corpi sono nella specularità.

È questo il destino ultimo della scuola? L’identico, lo specchio, la dissoluzione?
No; la nuova epoca della scuola, nella fase della sua massima crisi, è quella di Telemaco. Telemaco è diverso sia da Edipo che da Narciso. In Omero, Telemaco viene rappresentato bello «come un dio» quando scende nella sua casa invasa dai proci a difendere l’onore della madre. C’è in lui ancora qualcosa di Narciso, e cioè la bellezza; ma è anche prudente e saggio. Ciò che distingue Narciso e Telemaco in realtà è la pulsione scopica.

Una tensione a vedere, dunque. Vedere che cosa?

Edipo si acceca perché il suo occhio ha visto quello che nessun umano dovrebbe mai vedere: è colpevole dei due peggiori crimini possibili, giacere con la propria madre e uccidere il proprio padre. Lo spegnimento dello sguardo di Edipo ha a che fare con la caduta della colpa sul soggetto. Vivendo il padre solo nella dimensione del conflitto a morte, il suo dramma è quello di chi vive la legge solo come repressione del desiderio: esattamente quello che hanno fatto il ’68 e il ’77. Al posto della legge potremmo anche dire «l’istituzione». Il tempo di Edipo si preclude la possibilità di cogliere che senza l’istituzione, senza la legge, il desiderio resta privo di ogni possibilità generativa.

È questo, invece, il desiderio di Telemaco?
Telemaco, diversamente da Edipo, tiene l’occhio aperto: guarda il mare, e aspetta che dal mare torni qualcosa del padre. Non solo attende, ma si muove lui stesso, e con le navi «concave e nere» va a cercare notizie del padre. Edipo vive il padre come un antagonista, Telemaco invece attende il suo ritorno perché sa che solo il ritorno del padre potrà reintrodurre la legge nel campo chiuso del godimento incestuoso che si consuma nella casa, invasa com’è di suoi coetanei. La dimensione dell’incesto su cui si fonda la scuola narcisista della confusione dei ruoli, dell’immedesimazione reciproca, dell’assenza di legge, ha generato l’orgia dei proci.

Come cambia la visione secondo Telemaco?
Telemaco è la chiave per leggere un fattore fondamentale che io vedo soprattutto nella scuola superiore, perché la scuola primaria meriterebbe un discorso a parte: lì infatti, come dicevo, sussiste ancora qualcosa dell’elemento edipico, mentre gli adolescenti attuali sono il rifiuto, l’opposizione, la proclamazione dell’insignificanza del sapere. In realtà, anche questo rifiuto, o il suo esito − le «parole vuote» di cui si parlava − costituiscono una domanda: la domanda che torni qualcosa di credibile del padre, qualcosa che sia capace di testimoniare che la legge non è antagonista del desiderio, ma è il suo supporto.

Dunque i giovani di oggi guardano l’orizzonte, come Telemaco.
Sì. D’altra parte sappiamo che il tempo in cui l’autorità dell’insegnante prolungava l’autorità del padre, della famiglia e perfino di Dio, è finito. Dal mare non tornerà il padre vittorioso di Troia; dal mare torna un mendicante, che il figlio − ecco il punto centrale − non riconosce. Sarebbe nostalgico proporre la figura di Telemaco come l’attesa beckettiana di un Godot, perché Godot non arriverà mai. Quello che torna non è Godot. La scuola non sarà mai più quella di prima.

Ma allora qual è l’antidoto alla crisi, al non-riconoscimento del padre? Chi sbarca sull’isola?
Il padre che torna non è il padre-monumento, il padre del sapere, il padre dell’autorità della legge, il padre dell’ideale. Io dico che è il padre della testimonianza. È il padre che sa sostenere una promessa. Questo è il punto. Telemaco non lo riconosce, perché non è più il padre di sangue. I padri, nell’epoca dell’evaporazione del padre, si incontrano ovunque, anche nelle cose.

Nelle cose?

Basta anche un libro per fare l’incontro col padre. Glielo spiego con un episodio simbolico. Ad un festival letterario mi chiesero quali fossero per me i cinque libri più importanti. Non è facile rispondere a una simile domanda. Pensandoci, credo di poter dire che sono quei libri che fanno sì che niente, per me, per noi, sia più come prima. L’incontro con un padre è la stessa cosa: è un incontro per cui, da quel momento, niente è più come prima.

E a lei quale libro è venuto in mente?
Quando me lo chiesero ebbi come un’apertura di inconscio. «Ho ancora nel naso l’odore che faceva il grasso sul fucile mitragliatore arroventato…». È l’inizio del Sergente nella neve di Mario Rigoni Stern, il primo libro che ho letto in vita mia per intero. Mi ricordo che lo leggevo poco alla volta, per non finirlo. Il libro che ci cattura non è quello che vorremmo finire subito, ma quello che non vorremmo finire mai. È questa l’esperienza che Telemaco oggi attende.

Cioè un’esperienza che dischiude alla possibilità di nuove letture, di un nuovo incontro col mondo.
Sì, ma perché innazitutto è un’esperienza che cambia il lettore. Il narratore cambia la nostra vita non per la narrazione delle cose, che pure ha un suo grande rilievo, ma perché ci porta ad una inedita capacità di lettura come apertura al mondo, a nuovi mondi. Questo ritengo che debba fare un padre. Il migliore antidoto alla crisi è che un insegnante, ogni mattina, sia un «sergente nella neve».

(Federico Ferraù)

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