LETTURE/ Cosa c’entrano la Fiat e Fiom con il povero Oscar Wilde?

- Enrico Reggiani

Imperversano ovunque citazioni da Shakespeare, ma soprattutto da Oscar Wilde, capace di “aiutare” tutti, dal relatore del momento al politico di turno. Il commento di ENRICO REGGIANI

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Un angolo di Belfast, in Irlanda (Imagoeconomica)

Se qualcuno concepisse l’ardito (e insano?) proposito di stilare una speciale classifica dei protagonisti della letteratura in lingua inglese che vengono quotidianamente evocati (più o meno accuratamente) sui più diversi media a sostegno o corredo di ragionamenti extra-letterari, ci sarebbe sicuramente chi arriccerebbe il naso non senza ragione, giudicandola una mission impossible nella più tomcruisiana accezione dell’espressione o, più impietosamente, una useless enterprise, come ebbe a dire il celebrato storico inglese Edward Gibbon (1737-1794) della conquista della Sardegna da parte del grande generale bizantino Belisario nel 534 d.C.
Se è vero che tale classifica pare di improbabile fattibilità (è meglio così?), è però anche vero che, con buona pace di Gibbon e volgendoci a un meno epico orizzonte, ogni singolo lettore potrebbe produrne una versione forse non del tutto statisticamente affidabile, ma sicuramente vissuta in quanto frutto della sua percezione individuale di fruitore massmediale. Nella personale graduatoria di chi scrive (e che forse potrebbe risultare facilmente condivisibile), emergono sicuramente non solo l’inattaccabile primato del Bardo di Stratford-upon-Avon (Shakespeare, of course), ma anche la sicura presenza di Oscar Wilde (1854-1900) tra i piazzamenti da podio.
È una posizione, quella di Wilde, che ha trovato ulteriore conferma per effetto di alcuni recenti e significativi riferimenti ad hoc all’autore del cinemassacrato The Picture of Dorian Gray (1890) – riferimenti, questi, formulati in contesti assai diversi: in ordine di apparizione, l’intervento di una relatrice nel corso della presentazione di un importante volume di un autorevole ecclesiastico, l’opinione di un notista politico sul referendum Fiat, il breve (auto?)profilo di uno dei contributors di Style (mensile del Corriere della Sera). Tutti meritano, in rapida e sintetica sequenza, qualche spunto di riflessione, doverosamente ispirata dal più profondo rispetto per i Citanti, ma anche – altrettanto doverosamente – per il Citato (pezze giustificative meno reticenti e più dettagliate sono ovviamente a disposizione degli eventuali interessati…).
Primo spunto. La relatrice apre il suo intervento menzionando quella che parrebbe una precisa circostanza biografica: “quando veniva chiesto a Oscar Wilde di presentare testi o volumi di autori a lui contemporanei, [egli] usava premettere di non avere voluto leggere il testo per non correre il rischio di essere influenzato dalla tesi dell’autore”; in realtà, il folgorante I never read a book I must review; it prejudices you so (“non leggo mai un libro che devo recensire; leggerlo predispone assai negativamente nei suo confronti”) che ne pare la fonte più attendibile viene comunemente considerato da John Maxwell Hamilton “un’affermazione famosa ma di varia e incerta attribuzione” – come dimostra, ad esempio, la scelta di Paul Hoffman di considerarla frutto dell’arguzia dello scrittore ed ecclesiastico inglese Sydney Smith (1771-1845).

Secondo spunto. Il notista politico che commenta le scelte dei dirigenti Cgil e Fiom rispetto al recente referendum in casa Fiat si lascia sfuggire un “non è mai bello – come già osservava Oscar Wilde – avere dirigenti che per ‘dirigere’ le masse sono solo capaci di seguirle”, spesso esibito di questi tempi come elaborazione dello scrittore irlandese sulla questione della leadership: lascio al giudizio altrui decidere quanto corrisponda – linguisticamente, letterariamente, culturalmente – la sua “citazione” al passo originale del wildiano The Critic as Artist (1890) che recita those who try to lead the people can only do so by following the mob (sono parole di Gilbert: “coloro che cercano di guidare la gente possono farlo soltanto seguendone le frange più violente”).
Terzo spunto. Il breve (auto?)profilo di uno dei contributors di Style dichiara programmaticamente che “come Oscar Wilde, che sperava di vivere all’altezza delle sue porcellane, [anche il contributor in questione] cerca di vivere all’altezza del suo gatto grigio”: è questa l’ennesima variazione su un notissimo ma sfuggente tema wildiano – diversamente attestato ad esempio da Edward Halim Mikhail (I am trying to make myself worthy of my porcelain: “cerco di rendermi degno della mia porcellana”) e da Richard Ellmann (how often I feel how hard it is to live up to my blue China: “quanto di frequente sento com’è difficile vivere all’altezza della mia porcellana azzurra”, 1879) ! – con l’aggiunta di una comparazione “felinologica” di problematica valutazione…
È inutile prendersela con Google, Wikipedia e le altre fonti internautiche per le imprecisioni linguistiche, letterarie e culturali segnalate con la necessaria (e spero apprezzata) discrezione nei brevi spunti di riflessione testé offerti. Certo, vanno stigmatizzati con decisione l’inosservanza dei pur importanti dettami dell’acribia critica e filologica, il dominio di un’“ideologia del testo assoluto” o l’elefantiasi di un’ipotetica “intenzione presunta dell’autore il vissuto dello scrittore nel quale potremmo trasferirci” – per rievocare due frammenti della sapienza letteraria ricoeuriana, al cui centro si colloca il testo come “paradigma della condizione carnale e finita dell’uomo”, secondo la felice formula di Domenico Iervolino. Tuttavia, ad essere davvero in gioco è, più radicalmente, l’esperienza stessa della letteratura nelle sue più diverse e periferiche manifestazioni, persino in quelle che ad essa ricorrono come sostegno o corredo di ragionamenti extra-letterari, giacché, come ha scritto Tzvetan Todorov nel suo pregevole La letteratura in pericolo (2008), “la realtà che la letteratura vuole conoscere è semplicemente (ma, al tempo stesso, non vi è nulla di più complesso) l’esperienza umana. Per questo motivo si può affermare che Dante o Cervantes ci insegnano sulla condizione umana quanto i più grandi sociologi o psicologi e che non esiste alcuna incompatibilità tra la prima e la seconda forma di sapere”.

E non è certo un caso che lo stesso Todorov abbia dedicato proprio a Wilde una parte assai rilevante per qualità e quantità nel suo recente volume La bellezza salverà il mondo. Wilde, Rilke, Cvetaeva (Garzanti, 2010), alla cui lettura non avrebbe affatto nuociuto una scelta traduttiva più rispettosa del titolo dell’originale francese che suona Les Aventuriers de l’absolu – l’unica controindicazione editoriale di una soluzione come Gli avventurieri dell’assoluto essendo, forse, che una formula analoga era già stata adottata al singolare da Bompiani per un volume di Cino Boccazzi su Lawrence d’Arabia (2001).
Nel suo saggio – talora diseguale nella sua traiettoria complessiva ma assai accurato e simpatetico nell’approccio all’“aspirazione alla pienezza e al compimento interiore” che, a suo dire, caratterizzò l’esperienza dello scrittore irlandese – Todorov riconosce implicitamente a Wilde in più di un’occasione la storica e scomoda condizione di oggetto privilegiato di manipolazione culturale. È proprio tale prassi indebita che si è manifestata ogni volta che si è rinunciato all’obiettivo della fruizione completa del testo wildiano, imponendogli una lettura funzionalmente selettiva e/o ideologicamente orientata, incapace di dar conto del “tentativo di ordinare la vita armoniosamente secondo la coscienza di ciascuno, affinché le sue diverse declinazioni, sociale, professionale, intima, materiale, formino un tutto comprensibile”.
L’unico antidoto nei confronti di questa prassi – che trova continuo vigore anche sotto cieli diversi e persiste fino ai tempi nostri nei confronti certo di Oscar Wilde, ma soprattutto dell’esperienza della letteratura, persino nei suo interstizi più remoti e meno istituzionali – sta con ogni probabilità nella volontà esigente di tornare a conferire alle parole il peso che meritano e, per indicare un orizzonte ancora più ambizioso, nell’impegno di ascoltarle tutte per cogliere almeno i tratti essenziali dell’“esperienza di compimento interiore e di pienezza dell’essere” – qualunque essa sia – di cui dice l’essere umano in carne e ossa che se n’è fatto autore.

(questo articolo è l’anticipazione dell’Irish Forum di Enrico Reggiani previsto per oggi, 28 marzo 2011. I dettagli su http://wbyeats.wordpress.com/catholica/)





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