GIOVANNI PAOLO II/ Vi racconto di un Santo che aveva degli amici

- Rocco Buttiglione

ROCCO BUTTIGLIONE, tratteggia per IlSussidiario.net un ricordo del Papa polacco che conobbe di persona. E più della grande filosofia che lo distinse, ci racconta dei suoi amici

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Giovanni Paolo II (Foto: IMAGOECONOMICA)

E’ stato don Ricci a farmi conoscere Karol Wojtyla. Ricci è stato uno dei primi amici e collaboratori di don Giussani. Fin dagli anni ’60 andava in giro per i paesi dell’ Europa centrale ed orientale tessendo una rete di contatti e di amicizie con le Chiese perseguitate e con gli intellettuali liberi. Portava libri proibiti e riportava manoscritti clandestini o semiclandestini che pubblicava in una piccola rivista che si chiamava CSEO (Centro Studi Europa Orientale). Lì è apparso il primo testo di Wojtyla in italiano (e, credo, in una lingua straniera).

Era il 1967 e l’articolo si intitolava Il Cristiano e la Cultura. Io ero allora un ragazzino di GS (il movimento fondato da don Giussani prima di CL). Ricci ci raccontava dei suoi incontri, ci insegnava ad amare la cultura e la fede di popoli lontani. Ci insegnava a pensare in grande anche se noi eravamo piccoli. E ci portava in Polonia e ci parlava di Wojtyla.

Wojtyla aveva degli amici. E questi amici a loro volta avevano degli amici ai quali raccontavano l’esperienza di fede viva e di umanità vera che Wojtyla comunicava. Si finiva con il considerarlo come un grande amico prima ancora di averlo visto. Era possibile perché lui per primo aveva un interesse vivo per i suoi amici e per gli amici dei suoi amici. Si faceva raccontare di loro, li invitava ad andarlo a trovare, pregava per loro. Sarebbe però sbagliato pensare che al centro di quella amicizia ci fosse Wojtyla. Al centro di quella amicizia c’era la presenza di Gesù Cristo. Wojtyla riconduceva sempre tutto a quella energia che cambia la vita che è la presenza di Cristo. Una energia che cambia la vita e genera un modo nuovo di pensare, una cultura. Ricci fece incontrare don Giussani con Wojtyla e fece incontrare anche me con Wojtyla e con i suoi amici. Ricordo solo due di loro che sono con Wojtyla nella casa del Padre, Josef Tischner e Tadeusz Styczen.

Nel 1970 mi sono laureato con Augusto Del Noce e mi sono avviato alla carriera universitaria. Ricci era convinto che io dovessi scrivere un libro sulla filosofia di Wojtyla. Wojtyla era infatti un filosofo, ed un grande filosofo. La sua era una filosofia che nasceva dalla esperienza della vita che è tutta, in realtà, a ben vedere, un dialogo sulla verità. Era una riflessione sistematica e critica sulla esperienza della vita. Io all’inizio ho resistito. Nel clima culturale di quegli anni scrivere un libro su di un filosofo polacco, per di più prete, era una idea certo singolare.

 

Ma quando Ricci si metteva una idea in testa non era possibile resistergli. Alla fine quel libro lo ho scritto e non è venuto tanto male se a distanza di tanti anni è ancora uno standard work (un libro che è obbligatorio leggere e citare per chi si vuole occupare seriamente dell’argomento).

Wojtyla a Cracovia aveva l’abitudine di invitare a pranzo ogni tanto filosofi, teologi, sociologi, scienziati per farsi raccontare quello che succedeva nel mondo della cultura. Quando venne a Roma mantenne questa abitudine e invitò anche me. Voleva capire l’Italia. Io gli feci incontrare Augusto Del Noce e due uomini cosí diversi si capirono subito. Ma per l’appartamento pontificio non passavano certo solo gli italiani. Una grande amica era Irina Alberti, che è stata un punto di riferimento ed un sostegno per tutta una generazione di intellettuali russi del dissenso, a partire da Aleksander Solgenitsin. Per suo tramite il Papa era informato su tutto ciò che di vitale si muoveva nella cultura russa e conduceva un dialogo sotterraneo con l’Ortodossia. Io allora avevo molti inviti a tenere lezioni e conferenze soprattutto negli Stati Uniti ed in America Latina. Quando tornavo Giovanni Paolo II mi invitava sempre per farsi raccontare impressioni e contatti e poi spesso, quando venivano a Roma, invitava a cena i miei amici che, in realtà, erano già i suoi amici perché io parlavo di lui come Ricci aveva fatto con me.

Non bisogna pensare che gli amici di Wojtyla fossero tutti grandi intellettuali. Lui avrebbe voluto essere amico di ogni uomo ed in ogni uomo vedeva la grandezza di un destino in cui si decide della salvezza del mondo. Era pieno di umorismo e gli piaceva scherzare. Una volta mi aveva invitato a pranzo a Castel Gandolfo insieme con mia moglie. Dopo pranzo ci ha portati in cucina a ringraziare le suore ed ha cominciato a prenderle in giro dicendo che mia moglie si era lamentata perché non sapevano cucinare bene i piatti italiani. Le suore però non si sono lasciate intimidire e replicavano battuta su battuta.

Era umano, più veramente uomo perché viveva nella presenza di Cristo. Forse un santo è semplicemente questo.



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