STORIA/ Perché gli 007 dell’Est non riuscirono a spegnere Radio Europa Libera?

Una mostra racconta gli anni della battaglia mediatica, la propaganda, combattuta contro i regimi comunisti e in particolare ricorda i 60 anni di RFE. Ce la racconta ANGELO BONAGURO

29.07.2011 - Angelo Bonaguro
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Sul Ponte Carlo, a Praga (Imagoeconomica)

È stata allestita nei giardini del senato ceco una mostra dedicata a Radio Europa Libera (RFE) in occasione dei 60 anni dall’inizio delle trasmissioni regolari da Monaco di Baviera verso l’allora Cecoslovacchia.

Nata negli Stati Uniti nel 1949 per “promuovere i valori e le istituzioni democratiche tramite la diffusione di informazioni e opinioni”, RFE era figlia della guerra fredda, quando l’Occidente cercava di contrapporre alla propaganda comunista una contropropaganda democratica. Uno scopo molto contingente e politico, tuttavia il richiamo ai valori della libertà di pensiero e della corretta informazione non era formale, e questo nel tempo ha portato frutti, dando un importante sostegno ai circoli del dissenso prima, e all’instaurarsi della democrazia nell’Europa post-comunista poi. Finanziata dalla CIA fino al 1971, la radio venne poi affrancata da questa tutela e diventò un’organizzazione non-profit sostenuta da finanziamenti pubblici; nel ‘75 si fuse con Radio Liberty.

Da quel 4 luglio 1950, quando andò in onda il primo notiziario di prova da un trasmettitore volante nei pressi del confine tedesco-cecoslovacco, il controspionaggio di Praga non ebbe più pace e cercò di impedire l’attività della Radio, da un lato infiltrandovi agenti per sabotarla, e dall’altro disturbandone le frequenze all’interno del paese. RFE fu definita “strumento di primaria importanza della propaganda ideologica imperialista. Nel campo capitalista non esiste un altro ambito capace di reazioni altrettanto ampie, approfondite e rapide su quanto avviene nei paesi socialisti”.

La maggior parte delle spie piazzate a RFE svolse un lavoro discontinuo e disorganico, raffazzonando notizie senza ottenere risultati di rilievo. In una nota interna del maggio 1963 si legge: “Sono pettegolezzi. Al compagno ministro non interessa certo che due dipendenti della Radio abbiano litigato…”. I servizi non riuscirono a paralizzarne l’attività, né a controllarla come fecero invece con il “nemico interno”. Le “operazioni” assomigliavano più ad atti di vandalismo o scherzi di cattivo gusto a danno dei dipendenti: lettere anonime in cui si denunciavano presunti tradimenti di mogli e mariti, messaggi posticci inviati da “ascoltatori” a indirizzi riservati, inviti a feste inesistenti presso la Radio, pneumatici tagliati o auto danneggiate…

Nel gennaio ’59 “per aumentare l’incertezza e la paura fra i dipendenti”, l’agente “Brada” avrebbe dovuto infilare nello sciacquone di un bagno una bottiglia che esplodendo avrebbe sortito “un devastante effetto sonoro e luminoso”. L’operazione non andò a buon fine perché “Brada” si tirò indietro. L’agente “Jáchym” ricevette l’ordine di appestare gli ambienti utilizzando innocue sostanze maleodoranti. “Jáchym” si mostrò perplesso, ma la centrale ribadì che “scherzi di questo tipo hanno un effetto psicologico su dipendenti e direzione”. Le fialette puzzolenti furono fissate, in modo che si frantumassero, alle porte di tre uffici, ma alla fine se ne ruppe solo una perché entrò in azione la sicurezza interna. Fu poi la volta dell’operazione “Bambola”, quando l’allora console cecoslovacco a Salisburgo passò allo speaker e collaboratore “Alex” due saliere con del sale all’atropina, da sostituire a quelle in uso nella mensa. “Alex”, temendo di nuocere fisicamente a qualche collega, spifferò tutto in direzione.

Finché si giunse al vero James Bond socialista: l’agente “Ulyxes” o “Pley”, alias Pavel Minarík, entrato in Radio sull’onda della Primavera del ’68. Fino al gennaio 1976 “Ulyxes-Pley” passò allo spionaggio materiali e informazioni – spesso inutili – sulla Radio e sull’attività dell’emigrazione. Quando fu richiamato in patria ebbe il suo momento di gloria: fu convocata una conferenza stampa e, alla presenza di numerosi giornalisti, “smascherò il vero volto” di RFE. L’unico attentato vero e proprio fu quello compiuto nel 1981, su richiesta romena, dal gruppo del terrorista “Carlos”.

I programmi di RFE offrivano un’informazione obiettiva e professionale sui paesi dell’Est e sull’URSS, realmente alternativa ai mass media governativi d’oltrecortina; in più, diversamente da altre emittenti occidentali, davano anche notizie locali dimostrando così di disporre di una vasta rete di collaboratori. I programmi erano talmente aggiornati e precisi che le autorità comuniste chiedevano le trascrizioni delle trasmissioni per trarne le informazioni che non potevano ottenere dagli stessi media interni.

Il senatore ceco Kroupa ha raccontato come, da ragazzo, avesse sorpreso il padre mentre ascoltava RFE: «“Papà – chiesi – che stazione è?”. Mio padre spense subito la radio, mi mise a sedere in poltrona e con l’indice alzato disse: “Ripeti e impara a memoria: Radio Europa Libera è una stazione sovversiva che mio papà si guarda bene dall’ascoltare”». Kroupa divenne poi radioamatore, e oggi conferma che il diavolo fa le pentole ma non i coperchi: “Alla metà degli anni ’80 apparve sul mercato un apparecchio sovietico sintonizzabile su un’ampia gamma di onde corte, che la gente ribattezzò radio dissenso perché era molto utile per ricevere le stazioni straniere”.

Fra i palinsesti c’era anche l’informazione religiosa, come ha ricordato mons. Graubner, arcivescovo di Olomouc: “Fu un sussidio importante per la mia formazione. Da giovane prete, oltre alla viva comunità dei fedeli, l’ascolto della Radio mi aiutò ad avere opinioni chiare e a mantenere una posizione di fermezza anche in situazioni in cui altri persero l’orientamento”. “Ci sembrava – ha detto la premier slovacca Radicová – che ascoltando quelle trasmissioni il male e l’oscurità rimanesse fuori dal nostro focolare, che diventava così un’isola di libertà”. 

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