LETTURE/ Quella “rivoluzione” di Gesù nel Getsemani

- Danilo Zardin

Come Cristo, anche la Chiesa abbraccia la storia e la realtà. Conferendole un significato nuovo. DANILO ZARDIN commenta alcuni passi del Gesù di Nazaret di Benedetto XVI

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Andrea Mantegna, Orazione nell'orto

Il Gesù di Nazaret è una miniera di spunti per la vita intera di chi legge. Il cuore e l’intelligenza sono provocati insieme da un discorso in cui l’allargamento delle conoscenze si fonde in modo indissolubile con il richiamo che incide sul fondamento ultimo dell’esistenza di ciascuno. Vogliamo esemplificarlo partendo da un dettaglio apparentemente secondario: perché è in ogni particolare dell’insieme che si riflette la logica generale che lo governa.

Meditando, passo dopo passo, il cammino di Cristo verso il culmine del sacrificio della croce, Benedetto XVI giunge all’episodio cruciale del Getsèmani (capitolo 6). Subito in apertura, si ritrova una sottolineatura che di per sé è folgorante: a ben guardare, illumina di luce rivelatrice quelli che sono i tratti più caratteristici dell’esegesi proposta nel volume. La scommessa è cercare di cogliere il nucleo profondo di verità custodito nel documento della scrittura sacra tramandata dai due Testamenti. Ma la verità a cui si approda si compone dei minimi frammenti incastonati in ogni piega del tessuto letterale di una Parola di Dio accolta dal popolo cristiano in continuità con il popolo eletto d’Israele. La verità teologica si svela aderendo fino in fondo alla traccia oggettiva della tradizione che ce la consegna.

La scena evocata all’inizio del capitolo è quella del passaggio al Monte degli ulivi dopo la fine della cena consumata con gli apostoli. L’autore ricorda per prima cosa come Matteo e Marco introducano la loro memoria del fatto narrato: “Dopo aver cantato l’inno, uscirono verso il Monte degli ulivi.” Benedetto XVI commenta: l’ultimo convito di Gesù era stato soprattutto un atto di culto; il rito del banchetto vicino al modello della cena pasquale ebraica è stato il tramite simbolico di qualcosa di più sostanziale che aveva bisogno di segni per esprimersi. “Al suo centro (stava) la preghiera di ringraziamento e di lode e alla fine esso sfocia nuovamente nella preghiera.

Ma quale è stato il contenuto di questa preghiera? Cosa sono gli “inni” menzionati dai due evangelisti in piena concordia? Qui si apre lo squarcio su cui  vogliamo richiamare l’attenzione.

Si suppone – prosegue il papa – che Gesù, nella prospettiva della pasqua che Egli aveva celebrato a modo suo, abbia cantato forse alcuni Salmi dell’hallèl (113-118 e 136), nei quali si ringrazia Dio per la liberazione di Israele dall’Egitto; Salmi però nei quali si parla anche della pietra scartata dai costruttori, che ora è diventata prodigiosamente pietra angolare”. Il nesso con il destino personale a cui Cristo era drammaticamente chiamato a consegnarsi è subito evidente: “In questi Salmi, la storia passata diventa sempre di nuovo momento presente. Il ringraziamento per la liberazione è allo stesso tempo un’invocazione di aiuto in mezzo a tribolazioni e minacce sempre nuove, e nella parola circa la pietra scartata si rendono presenti il buio e insieme la promessa di quella notte”.

Ma al di là delle circostanze da accettare come via per portare a compimento il disegno della salvezza, qui affiora “un dato fondamentale per la comprensione della figura di Gesù”. Prima di immergersi nella notte del Getsèmani, “Gesù recita con i suoi discepoli i Salmi di Israele”. La materia del loro dialogo con il mistero del Padre di tutto ciò che esiste include in se stessa le forme espressive della pietà che li aveva nutriti in quanto figli della stirpe ebraica. Anche Gesù è “osservante”: pregava e insegnava a pregare come volevano le consuetudini del popolo che gli aveva dato una carne umana.

Tutta la religiosità di Cristo è una religiosità incarnata: si cala nelle immagini mentali, nelle parabole, nelle formule scritte e negli atti rituali di una tradizione che lo precede (ma certo non lo ricomprende). La stessa logica sarà assunta dal corpo della Chiesa che da Cristo ha preso origine: come un principio di vita nuova nel mondo, che si articola però ricomponendo secondo un significato originale, nella luce di una coscienza riconvertita, i dati dei desideri, dei tentativi e delle costruzioni elaborati dall’uomo nella sua ricerca di una pienezza capace di appagare totalmente. Anche la Chiesa di Cristo farà propria la preghiera dei Salmi di Israele per dare forma alla sua più alta e autorevole preghiera comunitaria.

Si viene così messi di fronte all’intreccio costitutivo di una “fedeltà”, o di una potente continuità, che nell’evento di Cristo si lega a una “totale novità”. Cristo agisce come un devoto uomo pio di Israele, ma nello stesso tempo rivoluziona tutto l’universo della religione del Tempio e della Legge, proponendosi come la realizzazione vivente di una attesa messianica, cambiata di segno. Non inventa da zero (persino il sacramento primario dell’eucaristia sarà la risignificazione cristiana della cena pasquale del culto israelitico). E d’altro canto procede in un lavoro di “sostituzione”, spiega Benedetto XVI, che implica anche il giudizio sulla realtà esistente, la denuncia di un limite da oltrepassare, persino il conflitto con l’esteriorità di un culto che ora doveva farsi interiore e veramente “spirituale” (non conformistico o solo legalistico).

Per questo, se da una parte ci sono state la circoncisione, la presentazione al tempio e il rispetto delle leggi del popolo eletto, dall’altra incontriamo la disputa di Gesù bambino con i dottori, la cacciata dei mercanti, la rottura del velo del tempio, la profezia escatologica sulla missione universale del nuovo popolo dei salvati, proprio a seguito dell’ingresso nella città santa di Gerusalemme, dopo i segni di apparente trionfo di quella che noi chiamiamo la Domenica delle palme.

Sull’esempio di Cristo, nel tempo della storia la Chiesa ha proceduto incessantemente nel medesimo lavoro di riuso delle forme tradizionali del senso religioso dell’uomo e di sottomissione dei suoi esiti a un contenuto e a uno scopo mutati. La domenica cristiana ha preso il posto del sabato ebraico. Gli usi igienici e alimentari nati dall’antica alleanza sono stati presto abbandonati, non senza dibattiti e difficoltà interne. Fin dall’inizio, non sarà più necessario passare attraverso il sangue della circoncisione, perché un altro sangue era stato versato, una volta per tutte, per il dono di una rigenerazione spalancata verso i confini del mondo.

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